La chiusura parziale di uffici e agenzie governative negli Stati Uniti (“shutdown”) si avvia a completare la seconda settimana senza che all’orizzonte si intraveda ancora un possibile accordo tra Congresso e Casa Bianca sul bilancio federale e le politiche di lotta all’immigrazione.

 

Un vertice tra il presidente Trump e i leader democratici e repubblicani di Camera e Senato nella giornata di mercoledì non ha dato alcun risultato, mentre un nuovo incontro è previsto per venerdì, quando potrebbe risultare forse più chiara l’eventuale disponibilità dei due partiti a un compromesso in grado di superare l’ennesima impasse che sta interessando il mondo politico di Washington.

 

 

A prima vista, la Casa Bianca e i repubblicani da una parte e i democratici dall’altra sembrano essere su posizioni del tutto inconciliabili. Trump intende in tutti i modi ottenere lo stanziamento di 5,6 miliardi di dollari per la costruzione di un muro anti-migranti al confine con il Messico. La leadership democratica punta invece a separare il bilancio federale dalla questione dell’immigrazione e respinge comunque ogni ipotesi di finanziamento del muro proposto dal presidente.

 

La stop forzato di determinati servizi pubblici federali riguarda sette agenzie governative e circa 800 mila lavoratori costretti a restare a casa senza retribuzione o, addirittura, a lavorare gratis. A seguito della mancata approvazione di un nuovo budget federale, lo “shutdown” è iniziato poco prima di Natale e, col primo di gennaio, il numero di uffici chiusi è aumentato a causa dell’esaurimento di fondi extra a disposizione di alcuni di questi ultimi.

 

Oltre a musei e parchi nazionali, a restare chiuse sono anche agenzie e dipartimenti che gestiscono servizi essenziali e spesso destinati alle fasce più povere della popolazione. Ad esempio, il ministero dell’Agricoltura americano rischia di non avere denaro a sufficienza per finanziare i programmi di assistenza alimentare. Per quanto riguarda invece i dipendenti pubblici, il mancato versamento degli stipendi, teoricamente dovuto il prossimo 11 gennaio, minaccia una valanga di arretrati nei pagamenti di affitti, mutui, spese sanitarie e debiti vari.

 

Gli impiegati federali sono stati oltretutto colpiti da un’altra tegola nei giorni delle festività. Il presidente Trump ha infatti firmato un decreto che congela gli aumenti delle retribuzioni dei due milioni di dipendenti del governo per tutto l’anno fiscale in corso. Sia l’adeguamento degli stipendi sia il blocco degli stanziamenti destinati al bilancio delle agenzie federali non riguardano il settore militare, visto che il dipartimento della Difesa ha già ottenuto l’approvazione del proprio colossale bilancio (oltre 700 miliardi di dollari) con un ampio consenso bipartisan.

 

Nello scontro in atto, la nuova maggioranza democratica alla Camera dei Rappresentanti, insediatasi ufficialmente giovedì, ha subito approvato due provvedimenti che appaiono più come tentativi di spostare gli equilibri politici che non misure in grado di superare lo stallo.

 

La prima legge autorizza lo stanziamento di fondi fino al mese di settembre a sei delle sette agenzie federali interessate dallo “shutdown”. La seconda sblocca invece i finanziamenti per il dipartimento della Sicurezza Interna solo fino ai primi di febbraio, così da lasciare spazio a trattative con la Casa Bianca nelle prossime settimane per raggiungere un accordo sulle politiche migratorie. In questi provvedimenti non ci sono i fondi per il muro di Trump, ma soltanto la cifra di 1,3 miliardi di dollari da destinare alla sicurezza delle frontiere americane.

 

Nessuna di queste iniziative ha comunque la possibilità di essere accettata dalla Casa Bianca e, infatti, i leader repubblicani di maggioranza al Senato hanno già fatto sapere che non intendono nemmeno portare in aula leggi che non godono dell’appoggio del presidente Trump. Lo stesso numero uno del Partito Repubblicano al Senato, Mitch McConnell, ha da parte sua riconosciuto il vicolo cieco della situazione attuale e previsto che lo “shutdown” potrebbe continuare ancora per svariate settimane.

 

La fermezza mostrata finora da Trump nel chiedere i fondi per il muro anti-migranti risponde a una logica ben precisa, ovvero alla necessità di rispondere alle pressioni della sua base di estrema destra, coltivata dallo stesso presidente con estrema attenzione sia in prospettiva elettorale sia in previsione di un rinnovato assalto alla Casa Bianca da parte dei democratici in seguito al cambio di maggioranza nella camera bassa del Congresso di Washington.

 

Anche per i democratici, l’apparente indisponibilità al compromesso con Trump ha a che fare in primo luogo con ragioni di opportunità politica. Dopo il parziale successo nel voto di metà mandato, il partito ha bisogno di allargare i consensi in vista del 2020 tra un elettorato spostato sempre più a sinistra. Sul fronte interno, la leadership democratica non può inoltre permettersi di accettare accordi su iniziative apertamente reazionarie con la Casa Bianca, visto che ciò provocherebbe una rivolta tra l’ala progressista appena entrata al Congresso, in un momento in cui appare cruciale il consolidamento della nuova maggioranza alla Camera.

 

Con il crescere di disagi e malumori dovuti allo “shutdown”, tuttavia, i due partiti e la Casa Bianca finiranno per raggiungere una qualche intesa non appena si apriranno spiragli che permettano a tutte le parti coinvolte nelle trattative di salvare la faccia.

 

I giornali americani stanno già parlando di almeno una proposta su cui lavorare, quella avanzata dal senatore del Tennessee, Lamar Alexander, in un articolo pubblicato nei giorni scorsi dal Washington Post. L’idea del senatore repubblicano è quella di rispolverare una serie di misure già in grado di attrarre nel recente passato un certo appoggio bipartisan, combinando stanziamenti di fondi per progetti destinati a combattere l’immigrazione “illegale”, sia pure senza il muro di Trump, e più o meno modesti piani di regolarizzazione degli stranieri da tempo presenti sul territorio americano.

 

La via d’uscita dalla crisi politica attorno allo “shutdown” potrebbe essere così una soluzione che accontenta tutti e che mostrerebbe la sostanziale convergenza di vedute tra democratici e repubblicani sulla guerra ai migranti, dissimulata finora da differenze in larga misura solo semantiche circa la definizione di “muro”. La precedente amministrazione democratica del presidente Obama è stata d’altronde di gran lunga quella che ha espulso il maggior numero di “irregolari” dagli Stati Uniti.

 

Più volte nelle ultime settimane, Trump e i leader democratici si sono trovati d’accordo sulla necessità di rendere più sicuri i confini USA e, per fare ciò, entrambe le parti sono apparse sulla stessa lunghezza d’onda praticamente su tutto ad eccezione della costruzione di una barriera fisica tra il loro paese e il Messico. Questo dimostra come i democratici non stiano facendo opposizione alla Casa Bianca sulla base di politiche migratorie progressiste e di difesa dei diritti democratici, bensì respingono semplicemente i toni più apertamente fascisti di Trump e dei suoi sostenitori pur appoggiando in definitiva le durissime restrizioni agli accessi negli Stati Uniti.

 

Svariati esponenti di spicco del Partito Repubblicano e, in parte, lo stesso Trump hanno d’altra parte più volte citato soluzioni alternative per il blocco delle frontiere, da ottenere non necessariamente con un muro, come chiedono appunto i democratici. Proprio un senatore di quest’ultimo partito, Jon Tester dello stato del Montana, ha recentemente indicato la strada del compromesso e, nel contempo, svuotato in gran parte di significato lo scontro politico in atto, sostenendo appunto che la “sicurezza delle frontiere” può essere garantita in modi “più efficaci che con un muro”, puntando cioè su “mezzi tecnologici e un aumento del personale” nelle zone di confine.

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