Il governo conservatore di Theresa May martedì si è visto respingere per la seconda volta dal Parlamento di Londra il piano di uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea concordato con Bruxelles. L’accordo, già bocciato pesantemente a gennaio, era stato modificato in extremis lunedì, ma non ha prevedibilmente alterato di molto gli equilibri tra i favorevoli e i contrari, così che il processo di separazione innescato dal referendum del 2016 resta ancora avvolto dalla nebbia a poco più di due settimane dalla data ufficialmente prevista per l’addio all’UE.

 

 

Il governo è andato sotto 391-242, con 75 conservatori che hanno votato assieme a praticamente tutta la delegazione parlamentare laburista, al resto dell’opposizione e agli indipendentisti nordirlandesi. A risultare determinante per l’esito del voto sono state ancora una volta le riserve nei confronti del cosiddetto “backstop”, cioè il meccanismo creato per evitare il ritorno ai controlli di frontiera tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord.

 

Il primo ministro britannico e i suoi fedelissimi avevano ostentato un certo ottimismo dopo le ultime concessioni incassate in seguito a un faccia a faccia tra la stessa May e il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker. I due avevano presentato ai parlamentari britannici uno “strumento congiunto legalmente vincolante” per ammorbidire le resistenze attorno al nodo del “backstop”. In questo modo si era cercato di attenuare i timori dei fautori della “Brexit”, preoccupati per la possibile permanenza a oltranza del Regno Unito in un accordo commerciale con l’Unione Europea e secondo le regole di quest’ultima.

 

In particolare, a Londra era stata offerta la possibilità, in determinate condizioni, di uscire dall’accordo sull’Irlanda se il comportamento dell’UE avesse prospettato una durata indefinita dello stesso, mentre le due parti si sarebbero impegnate a sottoscrivere un’intesa commerciale in sostituzione del “backstop” entro la fine del 2020.

 

Per gli euroscettici più radicali, inclusi i dieci parlamentari unionisti nordirlandesi del DUP che garantiscono una maggioranza al governo May, la soluzione concordata per conservare una frontiera aperta tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord rappresenta un vincolo inaccettabile. Essa impedirebbe infatti a Londra di liberarsi dalle regole e dagli obblighi previsti dall’Europa, limitando la libertà della classe dirigente britannica di siglare accordi commerciali con altri paesi o blocchi, cioè in definitiva di perseguire una politica estera pienamente indipendente.

 

Ad arrivare come una doccia fredda sulle speranze della May era stata nella tarda mattinata di martedì l’opinione del procuratore generale, Geoffrey Cox, sulle modifiche all’accordo per la “Brexit” appena negoziate dal primo ministro. La più alta autorità legale del governo aveva giudicato “invariati i rischi legali” di rimanere vincolati al “backstop”. Senza cioè l’eventuale accordo dell’UE, nonostante le concessioni ottenute da Bruxelles, Londra non avrebbe avuto a disposizione alcun “mezzo legale” per disconoscere le regole commerciali stabilite per l’Irlanda.

 

Molti parlamentari conservatori scettici del piano del governo per l’uscita dall’Unione avevano ammesso di volersi affidare al parere di Cox per decidere come votare in aula. La May, da parte sua, contava su un input del procuratore generale per convincere sia i membri “pro-Brexit” moderati del Partito Conservatore sia i più fermi anti-europeisti a votare a favore del suo piano, prospettando ai primi il caos di un’uscita dall’UE senza un accordo e agli altri l’ipotesi concreta di un rinvio della “Brexit” o, addirittura, di un secondo referendum.

 

Alla fine, la linea sottilissima che il primo ministro intendeva percorrere si è prevedibilmente spezzata e il suo futuro rimane ora incerto. D’altronde, le speranze della May di ribaltare la prima sconfitta sull’accordo per la “Brexit” incassata a gennaio erano apparse da subito esilissime, tanto che per la commentatrice della BBC Laura Kuenssberg un’eventuale successo di Downing Street sarebbe stato niente meno che “un miracolo politico di proporzioni storiche”.

 

La sconfitta della May farà scattare già mercoledì un nuovo voto alla Camera dei Comuni su una possibile “hard Brexit”, vale a dire senza un accordo di alcun tipo tra Londra e Bruxelles. Questa opzione è gradita però solo a una minoranza dei parlamentari, praticamente tutti del Partito Conservatore, ed è osteggiata anche dalla gran parte del business britannico, così che appare probabile una bocciatura più o meno sonora.

 

Se così fosse, le regole approvate nelle scorse settimane in parallelo alla perdita di controllo del governo sul processo della “Brexit” porteranno a una terza votazione, questa volta per dare il via libera o meno allo spostamento della data di uscita dall’UE, tuttora fissata per il 29 marzo prossimo. Un eventuale rinvio dovrebbe essere ratificato dall’Europa e aprirebbe scenari difficili da prevedere, ma in molti sostengono che la sostanza dell’accordo con Bruxelles, negoziato nel corso di oltre due anni, difficilmente potrà cambiare in maniera decisiva.

 

Se a prevalere saranno le spinte radicali per un addio all’Unione senza nessuna intesa, con tutti i rischi del caso, o quelle che auspicano un trattato più vincolante con l’UE, se non una seconda consultazione popolare, sarà tutto da verificare. Quel che è certo è che anche tra i vertici europei circolano forti preoccupazioni per una crisi finora irrisolvibile e per le conseguenze in termini di stabilità politica e sociale che comporta il protrarsi dello stallo.

 

Da un lato, le apprensioni sono apparse evidenti dalle concessioni, sia pure modeste, fatte alla May prima del voto di martedì dopo che le stesse richieste relative al “backstop” del governo di Londra erano state respinte alcuni mesi fa. Dall’altro, invece, alcuni leader europei continuano ad avvertire la classe politica britannica che non ci saranno ulteriori iniziative a favore del Regno Unito. Prima della votazione di martedì, Juncker aveva invitato i parlamentari britannici a “non mettere tutto [il processo] a rischio”, poiché, una volta sciupata la seconda occasione offerta da Bruxelles, “non ce ne sarà una terza”.

 

Per quanto riguarda il Partito Laburista, il suo leader Jeremy Corbyn ha chiesto alla May di dimettersi e indire elezioni anticipate. La priorità per Corbyn dovrebbe essere quella di impedire un’uscita dall’UE senza un accordo. Come quello conservatore, anche il Partito Laburista si ritrova tuttavia diviso sull’approccio alla “Brexit”. Un paio di settimane fa, Corbyn aveva ceduto alla destra del partito annunciando una svolta nella posizione ufficiale del “Labour”. Il numero uno laburista aveva dato cioè il proprio appoggio all’ipotesi di un secondo referendum, ma, temendo una rivolta tra l’elettorato favorevole all’uscita di Londra dall’UE, aveva escluso che il suo partito si sarebbe fatto promotore di una simile proposta.

 

Questa opzione non trova d’altra parte una maggioranza alla Camera dei Comuni, men che meno all’interno dello stesso Partito Laburista. Per Corbyn la soluzione migliore resta quella di una “soft Brexit”, con un accordo tra GB e UE che salvaguardi i legami economici e commerciali. La questione continua comunque a sovrapporsi alla guerra interna al partito condotta contro la sua leadership dalla fazione che fa riferimento all’ex premier Tony Blair.

 

Di fronte ai ripetuti cedimenti di Corbyn all’ala destra laburista, la priorità di quest’ultima non è infatti quella di far cadere un governo conservatore in crisi profonda, provocare un voto anticipato e tornare al potere per gestire il processo di uscita dall’Unione. Al contrario, l’obiettivo è in primo luogo di impedire un successo elettorale del loro stesso partito sotto la guida di Corbyn, col risultato di dare continuamente respiro al governo conservatore, nonostante le ripetute sconfitte, e di contribuire alle crescenti complicazioni del percorso della “Brexit”.

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