Dopo l’ennesimo successo incassato nelle elezioni di aprile, il capo del governo israeliano Benjamin Netanyahu si appresta ad attuare il primo e per lui più importante punto della sua agenda politica. Il provvedimento non riguarda però la questione palestinese, l’economia o le disuguaglianze esplosive del suo paese, bensì una misura che, se approvata, gli garantirebbe di fatto la totale immunità dai gravissimi guai legali in cui è invischiato da tempo.

 

Il primo ministro era stato formalmente incriminato lo scorso febbraio in seguito alla chiusura delle indagini degli inquirenti e alla decisione del procuratore generale, Avichai Mandelblit, di dare il via libera al procedimento nei suoi confronti. I casi aperti contro Netanyahu sono tre, identificati dalle sigle 1000, 2000 e 4000, e le accuse sono di abuso d’ufficio, corruzione e concussione.

 

 

Nel primo caso si contesta al premier di avere ricevuto regali e favori da ricchi uomini d’affari in cambio di concessioni di natura politica. Il secondo riguarda invece una presunta offerta, fatta da Netanyahu all’editore del quotidiano Yedioth Ahronoth, di politiche favorevoli verso il settore dei media se questa testata avesse avuto un occhio di riguardo per il governo e il partito al potere (Likud). Nell’ultimo caso, infine, Netanyahu avrebbe beneficiato di una copertura mediatica benevola da parte del sito web Walla in cambio di misure normative gradite all’editore di quest’ultimo, il colosso mediatico Bezeq.

 

Netanyahu aveva indetto elezioni anticipate proprio per ottenere un solido mandato elettorale che gli avrebbe permesso di affrontare le accuse. Alla fine, il successo del Likud è come previsto arrivato, ma la potenziale coalizione che il premier dovrà mettere assieme rischia di risultare debole e basata su una maggioranza risicata.

 

La richiesta principale di Netanyahu ai suoi virtuali partner di governo è stata quella della legge sull’immunità a beneficio dei membri del parlamento israeliano (“Knesset”). Infatti, nel pieno delle trattative per far nascere il prossimo esecutivo, un alleato politico di “Bibi”, Miki Zohar, ha introdotto una bozza per rendere molto più difficile l’incriminazione dei politici di Israele.

 

La legge intende ribaltare la legge che nel 2005 aveva abolito questo privilegio riservato ai membri del parlamento, a meno che l’immunità non fosse stata attivamente votata da una speciale commissione e dall’aula nel suo insieme. Ora, invece, l’obiettivo è quello di ristabilire l’immunità parlamentare e di consentire l’avanzata di un processo di incriminazione solo in presenza di un’autorizzazione esplicita tramite il voto della commissione e della “Knesset”.

 

Prevedibilmente, in campagna elettorale Netanyahu si era detto non interessato a questa legge, anche se non aveva escluso apertamente la possibilità di accettare un’iniziativa in questo senso se proveniente dai suoi alleati. In modo altrettanto ridicolo, anche il promotore della legge, il parlamentare Zohar, questa settimana ha respinto l’accusa di agire per conto del primo ministro e, ancora più assurdamente, ha assicurato che il disegno di legge non ha nulla a che vedere con le trattative in corso per la formazione del nuovo governo israeliano.

 

L’appoggio a una legge sull’immunità che eviti o ritardi l’incriminazione e l’eventuale condanna di Netanyahu è stata in realtà la condizione imprescindibile che il primo ministro ha imposto ai partiti di destra ed estrema destra considerati per entrare in una coalizione di governo. Il corollario di essa è poi un'altra misura che dovrebbe vietare alla Corte Suprema israeliana di bocciare le leggi approvate dalla “Knesset”. Come ha spiegato a Bloomberg News il presidente del “think tank” Israel Democracy Institute, la legge sull’immunità è infatti “gravemente incostituzionale” e, nell’ordinamento attuale, “verrebbe immediatamente annullata dalla Corte Suprema”.

 

Un chiaro vantaggio per la strategia di Netanyahu è arrivato intanto nella giornata di mercoledì, quando il procuratore generale Mandelblit ha ceduto alle pressioni dei legali del primo ministro rimandando dal 10 luglio al 2 e 3 ottobre l’udienza preliminare di quest’ultimo, una formalità necessaria che precede l’incriminazione vera e propria di un accusato. La ragione ufficiale del rinvio, inizialmente richiesto addirittura fino al maggio 2020, sarebbe l’impossibilità di analizzare nei tempi precedentemente stabiliti tutte le carte dei tre procedimenti, soprattutto perché alcuni avvocati di Netanyahu sono da poco entrati nel suo collegio difensivo. Lo spostamento della testimonianza del premier israeliano consentirà così tempi più lunghi per l’approvazione della legge sull’immunità, mentre lo stesso Netanyahu avrà teoricamente la possibilità di consolidare la sua posizione alla guida del prossimo esecutivo.

 

Il futuro di Netanyahu e il percorso stesso della legge che lo dovrebbe salvare dalla giustizia israeliana sono comunque per il momento ancora in bilico. Gli spazi di manovra per far nascere il nuovo governo sono molto ristretti, visti i numeri all’interno della “Knesset”, e i negoziati in corso stanno incontrando non pochi ostacoli. Qualche giorno fa, il primo ministro aveva addirittura minacciato elezioni anticipate se gli interlocutori politici del Likud non avessero desistito da richieste “inaccettabili” in cambio del loro appoggio al nuovo governo.

 

La sparata di Netanyahu era evidentemente una provocazione, ma appariva sintomatica di una situazione delicata e tuttora incerta, anche se per nulla nuova nel panorama politico di Israele. Le divisioni e i contrasti nel campo della potenziale maggioranza sono comunque presenti e vicini a superare il livello di guardia. Nello stesso Likud non sono infrequenti le voci di coloro che, ad esempio, vedono con fastidio la legge sull’immunità preparata ad hoc per Netanyahu.

 

Il timore di questa fazione è che un simile provvedimento finisca per delegittimare ancora di più il loro partito, trasformandolo in poco più di uno strumento per salvaguardare la carriera politica del primo ministro. Nonostante la longevità di Netanyahu, le tensioni sociali nel paese sono esplose in varie occasioni negli ultimi anni e la leadership di quest’ultimo, così come il dominio del Likud, continua a essere garantita in larga misura dal clima di emergenza e assedio alimentato dalla classe dirigente israeliana. Queste preoccupazioni erano d’altra parte già emerse nelle primarie del Likud prima delle elezioni di aprile, quando il principale rivale di Netanyahu, Gideon Sa’ar, aveva ricevuto una quota sorprendentemente alta dei consensi dei delegati del partito.

 

I problemi più seri per il primo ministro potrebbero tuttavia arrivare dalle richieste dei potenziali partner di governo, svariati partiti ultra-ortodossi e di estrema destra, relativamente agli insediamenti illegali nei territori palestinesi. In buona parte per motivi elettorali, Netanyahu aveva prospettato in campagna elettorale la possibilità di annettere gli insediamenti in Cisgiordania, dopo che a marzo l’amministrazione Trump aveva riconosciuto la sovranità di Israele sulle alture del Golan, secondo il diritto internazionali appartenenti alla Siria.

 

Questo impegno sembra essere ora uno degli obiettivi dei movimenti politici che rappresentano i coloni israeliani. Il loro appoggio al nuovo esecutivo, così come alla legge sull’immunità disperatamente voluta da Netanyahu, è vincolato cioè all’appropriazione illegale di altri territori palestinesi. Tra l’altro, l’alleanza Destra Unita, che raggruppa alcuni partiti religiosi di estrema destra, insiste per l’abrogazione della legge del “disimpegno”, approvata nel 2005 dall’allora governo di Ariel Sharon.

 

Con questo piano, Israele aveva evacuato tutti gli insediamenti a Gaza e altri quattro nella Cisgiordania settentrionale. Questi ultimi non erano stati trasferiti all’Autorità Palestinese, ma mantenuti sotto il controllo delle forze armate israeliane. Le richieste per un ritorno dei coloni in queste aree si stanno ora moltiplicando, mettendo Netanyahu in una situazione delicata. Infatti, sostiene il premier, una mossa di questo genere non sarebbe fattibile senza il via libera di Washington. La Casa Bianca è però alla vigilia della presentazione della propria proposta per riaprire il processo di pace, vale a dire una nuova farsa ridicolmente propagandata come “accordo del secolo”, e non intende per il momento approvare iniziative clamorose che scatenino ulteriormente le ire dei palestinesi.

 

D’altro canto, Netanyahu si ritrova a dipendere dai suoi possibili alleati di governo, senza il cui appoggio rischia di rimanere invischiato in uno stallo politico prolungato e, soprattutto, in procedimenti legali potenzialmente letali per il suo futuro. Se e in che modo riuscirà a uscire da questo dilemma risulterà chiaro solo nelle prossime settimane, ma, nonostante il recente successo alle urne e il rapporto privilegiato costruito col presidente americano Trump, la posizione del primo ministro israeliano continua ad apparire estremamente fragile.

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