La visita di stato in Gran Bretagna del presidente americano Trump si inserisce in un clima di estrema tensione sia all’interno del paese alle prese con l’enigma della “Brexit” sia sul fronte delle relazioni transatlantiche. L’incontro di martedì con la premier uscente, Theresa May, e alcuni aspiranti alla sua successione ha fatto riemergere alcune questioni che continueranno ad agitare la classe dirigente britannica nei prossimi mesi, a cominciare dal possibile accordo commerciale tra Londra e Washington dopo la “Brexit” e dall’utilizzo della tecnologia di Huawei nello sviluppo della rete 5G.

 

 

Il contestatissimo arrivo di Trump a Londra rischia così di amplificare i dilemmi che stanno lacerando le élites d’oltremanica, profondamente divise sul percorso da intraprendere per garantire la competitività del capitalismo indigeno davanti alle sfide future. In estrema sintesi, la crisi in cui è precipitato il Regno Unito è la conseguenza dello scontro tra forze contrastanti, le quali vedono alternativamente con favore la conservazione dei rapporti attuali con l’Unione Europea, il rafforzamento della partnership con gli Stati Uniti o una maggiore libertà di azione che consenta di sfruttare le occasioni offerte dalle tendenze multipolari in atto a livello globale.

 

In questo scenario, già complicato dall’imminente addio della May, la presenza di Trump potrebbe accelerare le forze centrifughe in Gran Bretagna, aggravando le turbolenze politiche alla vigilia di decisioni fondamentali. Ancora prima di atterrare all’aeroporto londinese di Stanstead, l’eco di Trump si era infatti propagata nel dibattito politico britannico.

 

Più della consueta polemica col sindaco della capitale, il laburista musulmano Sadiq Khan, erano state le questioni legate al già ricordato accordo di libero scambio e alla difesa comune europea a infiammare gli animi. Nel primo caso, l’ambasciatore USA a Londra, Woody Johnson, aveva gettato il sasso domenica in un’intervista alla BBC, aprendo la polemica su un potenziale accordo bilaterale. Il diplomatico americano aveva chiarito che la disponibilità di Washington a sottoscrivere un trattato di libero scambio con un Regno Unito staccato dall’Europa non sarebbe senza condizioni. Il punto più controverso, ribadito martedì da Trump, è stato il riferimento alla possibile apertura al capitale privato americano del sistema sanitario britannico (NHS).

 

La notizia aveva subito sollevato un polverone, vista la larghissima opposizione popolare in Gran Bretagna contro un’eventuale privatizzazione del sistema pubblico di assistenza. I leader conservatori e di governo, dalla May al ministro degli Esteri Jeremy Hunt, hanno così assicurato che, in qualsiasi trattativa commerciale, il futuro dell’NHS non verrà nemmeno affrontato, nonostante i gabinetti conservatori di questi ultimi anni si siano impegnati a fondo per gettare le basi del suo smantellamento.

 

Lo stesso Trump, in ogni caso, prima di decollare per Londra è tornato sulla questione commerciale. Il presidente americano ha cioè lasciato poco spazio ai dubbi sulle sue preferenze in merito alla Brexit, facendo sapere chiaramente che i due paesi alleati potranno sottoscrivere un trattato di libero scambio una volta che Londra “si sarà liberata dalle catene” europee.

 

La conferenza stampa di martedì seguita al faccia a faccia tra Trump e la May ha per lo più offerto da parte di entrambi i leader la solita retorica dell’alleanza “eccezionale” tra i due paesi. Anche in questo modo, c’è stato però spazio per il riconoscimento delle differenze di vedute tra Washington e Londra, mentre il presidente americano è tornato a sollevare l’ipotesi di “un grande accordo” commerciale all’orizzonte, sia pure con ogni probabilità a vantaggio degli Stati Uniti, malgrado l’ostentazione dell’amicizia indissolubile tra gli storici alleati.

 

Nel pieno delle scosse provocate dalla Brexit, l’intenzione di Washington resta quella di salvaguardare il legame privilegiato con il Regno Unito in funzione dei rapporti tra la prima potenza del pianeta e il vecchio continente. Alla luce degli scenari attuali, però, l’obiettivo sembra essere di trasformare questa relazione da uno strumento per influenzare le politiche europee attraverso Londra a un’alleanza transatlantica che rafforzi la posizione americana di fronte alla formazione di un blocco europeo sempre più ostile agli Stati Uniti.

 

Le resistenze contro questa dinamica all’interno della classe dirigente britannica restano tuttavia molto forti e diffuse, anche se un avvicendamento alla guida dei “Tories” che favorisca la fazione più a destra del partito – rappresentata dall’ex ministro degli Esteri, Boris Johnson, non a caso appoggiato esplicitamente da Trump – potrebbe dare un certo impulso al processo favorito dalla Casa Bianca.

 

La questione si intreccia tra l’altro con il tema della difesa comune europea, a sua volta accelerata dall’uscita di Londra dall’Unione e dalla conseguente impossibilità britannica di ostacolare un’evoluzione di questo genere, notoriamente sgradita agli Stati Uniti. Poco prima della visita di Trump, l’argomento era tornato sulle prime pagine dei giornali in seguito alla rivelazione dello spagnolo El Pais di un recente summit tra il vice-segretario di Stato USA per gli Affari Europei, Michael Murphy, e alcuni funzionari UE.

 

Il vertice è stato con ogni probabilità l’evento noto pubblicamente nel quale il governo americano ha espresso in maniera più perentoria e minacciosa la propria contrarietà a progetti come il Fondo per la Difesa Europea e la cosiddetta PESCO (Cooperazione Strutturata Permanente), ovvero il possibile futuro esercito europeo. Murphy non aveva usato giri di parole per mettere di fronte l’Europa a una scelta tra lo stop a questi piani di difesa comune e il disimpegno di Washington dalla NATO in caso di un’aggressione esterna contro il vecchio continente.

 

La preoccupazione principale di Washington in questo ambito è rappresentata dalla perdita di contratti militari sostanziosi per le aziende americane e, più in generale, la minaccia alle quote di mercato dei produttori di armi a stelle e strisce nel caso Bruxelles dovesse sviluppare un’industria bellica in grado di competere a livello internazionale con quella degli Stati Uniti.

 

La prudenza dei politici britannici nell’approccio all’amministrazione Trump è dettata in primo luogo dalla profonda ostilità della popolazione d’oltremanica nei confronti di un governo tra i più reazionari della storia americana. Questo sentimento è apparso in tutta la sua evidenza martedì, quando a Londra si è tenuta una manifestazione di protesta probabilmente senza precedenti contro un leader straniero in visita. Di fronte ai dimostranti ha parlato, tra gli altri, il leader laburista Jeremy Corbyn, il cui eventuale futuro ingresso a Downing Street segnerebbe un ulteriore inasprimento dei rapporti con Washington.

 

Ancora più importante è però la cautela derivante dall’emergere di interessi oggettivi contrastanti tra USA e Gran Bretagna. Uno degli ambiti in cui ciò appare chiaro è quello relativo ai rapporti con l’Iran. Nonostante le pressioni di Washington, il governo britannico ha riaffermato il rispetto dell’accordo sul nucleare di Vienna del 2015 (JCPOA), identificando nel ritorno alle politiche anti-iraniane degli USA una minaccia alle proprie mire economiche su un mercato di oltre 80 milioni di abitanti.

 

Le sirene cinesi sono un altro punto di scontro tra Washington e Londra, come dimostra la polemica su Huawei. Il tentativo americano di escludere il colosso di Shenzhen dall’Europa è visto con sospetto anche dal governo britannico e, oltre a rappresentare un obiettivo a sé stante per l’amministrazione Trump, rivela un nervosismo più generale per l’attrazione crescente che i progetti di sviluppo cinesi costituiscono per gli alleati di Washington, a cominciare dal Regno Unito.

 

La visita di Trump era iniziata lunedì con al centro un incontro a Buckingham Palace con la regina Elisabetta. Martedì, il presidente USA è stato protagonista nella mattinata di un evento con alcuni esponenti del mondo degli affari dei due paesi, prima di incontrare la premier May. La serata si è conclusa con una cena ospitata dalla residenza dell’ambasciatore americano a Londra, mentre il programma della trasferta si chiuderà mercoledì a Portsmouth, sulla costa meridionale dell’Inghilterra, per una commemorazione del 75esimo anniversario dello sbarco in Normandia.

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