Agenti della polizia federale australiana si sono presentati negli uffici di Sydney della rete televisiva pubblica ABC (Australian Broadcasting Corporation) nella mattinata di mercoledì per eseguire un mandato di perquisizione che, a tutti gli effetti, rappresenta un attacco con pochi precedenti alla libertà di stampa e informazione. Probabilmente non a caso, l’operazione ha preceduto di un solo giorno un altro episodio simile, diretto questa volta contro una giornalista responsabile di avere ottenuto e pubblicato informazioni riservate sulle intenzioni del governo di Canberra di ampliare sensibilmente i propri poteri di intercettazione delle comunicazioni elettroniche dei cittadini australiani.

 

 

L’irruzione nella sede della ABC è da collegare a un’indagine che la stessa rete aveva pubblicato nel luglio del 2017 sotto il nome di “Afghan Files”. La storia raccontava di operazioni militari clandestine condotte dalle forze speciali australiane nel paese centro-asiatico occupato che si erano talvolta concluse con l’uccisione di civili disarmati, tra cui alcuni bambini. Questi e altri crimini erano stati tenuti nascosti al pubblico in seguito all’intervento dei vertici militari.

 

Il raid rientra nel procedimento in corso contro l’ex militare australiano David William McBride, incriminato lo scorso marzo con l’accusa appunto di avere passato alla stampa documenti governativi riservati. Il mandato di perquisizione negli uffici della ABC cita il nome di tre giornalisti della stessa rete, tra cui il direttore delle news, Gaven Morris.

 

Il numero uno di ABC, David Anderson, ha espresso preoccupazione per un’operazione “decisamente insolita” ai danni di un network nazionale. Il blitz della polizia federale, ha aggiunto, “solleva preoccupazioni legittime per la libertà di stampa” e il diritto del pubblico di conoscere le questioni legate alla difesa e alla sicurezza nazionale. Il caso ha sollevato polemiche anche nel mondo politico, con le opposizioni all’attacco del governo appena confermato dalle urne.

 

L’incriminazione degli stessi giornalisti che si occuparono degli “Afghan Files” potrebbe essere presa in considerazione dalla giustizia australiana. Fonti interne alla ABC hanno infatti sostenuto che la polizia sta indagando in base a una violazione di un comma di legge che punisce la “diffusione di segreti” di stato e che non prevede eccezioni per i giornalisti. Per la polizia, invece, l’inchiesta avrebbe a che fare con un’altra sezione della stessa legge e che riguarda soltanto i funzionari pubblici responsabili di avere trafugato informazioni riservate.

 

Se restano dubbi sulle intenzioni di criminalizzare i giornalisti e il loro lavoro, il raid di martedì nell’abitazione della reporter Annika Smethurst avrebbe già dovuto fugarli. Sempre la polizia federale australiana aveva perquisito telefoni cellulari e computer della giornalista del Sunday Telegraph nella sua residenza di Canberra. Anche in questo caso, le autorità erano alla ricerca di informazioni relative alla pubblicazione di segreti in grado di compromettere la sicurezza nazionale dell’Australia.

 

La vicenda risale all’aprile del 2018, quando la giornalista aveva firmato un articolo che rivelava come il governo intendeva ampliare i poteri dell’agenzia per la sicurezza nazionale australiana – ASD (Australian Signals Directorate). Membri dell’esecutivo discutevano cioè sull’ipotesi di approvare una misura che avrebbe consentito all’ASD di intercettare le comunicazioni elettroniche dei cittadini australiani solo con un permesso ministeriale e senza il mandato di un tribunale. Secondo la legge di questo paese, il monitoraggio delle comunicazioni è permesso solo alla polizia federale e ai servizi segreti domestici (ASIO), sia pure dietro mandato di un giudice, mentre entrambe le agenzie possono richiedere e ricevere solo “assistenza tecnica” dall’ASD.

 

Da allora, il governo non ha portato all’attenzione dei suoi ministri nessuna proposta in questo senso. Tuttavia, poco dopo l’uscita del pezzo sul Sunday Telegraph, la sua autrice fu denunciata alla polizia federale. L’ASD, d’altra parte, in passato aveva già collaborato clandestinamente con la sua controparte americana (NSA) nelle operazioni di sorveglianza di massa anche di cittadini australiani, come avevano mostrato i documenti pubblicati grazie a Edward Snowden nel 2013. Le discussioni che l’anno scorso stavano avvenendo all’interno del gabinetto riguardavano perciò quasi certamente un progetto per la legalizzazione di operazioni di spionaggio già condotte più o meno regolarmente. Se della proposta non se ne fece nulla è probabilmente a causa della costante crisi in cui il governo federale di centro-destra si trovava invischiato.

 

Proprio le recenti elezioni anticipate e il risultato a sorpresa che ha premiato la stessa coalizione “Liberale-Nazionale” hanno ridato ora impulso alle tendenze repressive, peraltro condivise in larga misura da tutto il panorama politico ufficiale australiano. L’attitudine del governo è risultata chiara dalle parole del primo ministro, Scott Morrison, il quale, alla domanda su un suo eventuale scrupolo in merito alle recenti perquisizioni, ha risposto di non essere mai preoccupato quando “le nostre leggi vengono fatte rispettare”.

 

Che un’involuzione di questo genere sia in atto anche in Australia è testimoniato da un altro recentissimo episodio. Il giornalista di Sky News Ben Fordham martedì ha rivelato di essere stato contattato da agenti del dipartimento degli Affari Interni dopo avere raccontato in diretta di un imbarcazione di rifugiati in avvicinamento verso le coste australiane. In questo paese, la legge sulla “difesa” dei confini stabilisce che gli arrivi di immigrati clandestini via mare siano trattati come segreti concernenti la sicurezza nazionale.

 

Un pesante giro di vite sulla libertà di stampa era avvenuto lo scorso anno con l’approvazione di una nuova legge, appoggiata anche dall’opposizione laburista, ufficialmente destinata a combattere “spionaggio” e “interferenze” straniere. In essa viene data una definizione estremamente vaga del crimine di “trattare” informazioni che mettano a rischio la sicurezza nazionale. Inoltre, gli strumenti di difesa garantiti ai giornalisti risultano molto precari, visto che hanno facoltà di pubblicare informazioni riservate solo se “ritengono ragionevolmente” che esse siano di pubblico interesse.

 

Questa deriva anti-democratica non è evidentemente limitata all’Australia, anche se i fatti più recenti segnano un’escalation ancora relativamente rara nei paesi “democratici”. L’attacco diretto alla libertà di stampa registrato in questi giorni ricalca in particolare quello in corso da tempo negli Stati Uniti. Anzi, la minaccia contro i giornalisti si intreccia alla caccia alle streghe contro le presunte influenze sulla società e la politica australiane di potenze come la Cina, di fatto alimentata proprio da Washington nel quadro dell’impegno per integrare completamente Canberra nei piani asiatici anti-cinesi.

 

Soprattutto, le intimidazioni di questa settimana della polizia federale australiana hanno in sostanza lo stesso obiettivo della persecuzione del fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, vale a dire colpire direttamente e mettere a tacere quei giornalisti che intendono continuare a indagare e smascherare crimini e abusi commessi dai governi e dalle loro forze armate.

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