Nelle acque del Mediterraneo orientale continua a non trovare soluzione la disputa sui diritti di esplorazione di nuovi giacimenti di gas naturale che oppone la Turchia e l’auto-proclamata Repubblica Turca di Cipro del Nord da una parte alla Repubblica di Cipro riconosciuta internazionalmente, alla Grecia e all’Unione Europea dall’altra.

 

La scoperta dei depositi al largo dell’isola di Cipro aveva convinto il governo di Nicosia, membro dell’UE, a concedere licenze di esplorazione ad alcune multinazionali dell’energia, tra cui ENI, la francese Total e l’americana ExxonMobil. La decisione aveva provocato dure proteste da parte di Ankara, da dove nei mesi scorsi erano state inviate navi militari a sud-est della costa cipriota. In almeno un’occasione, la marina militare turca aveva anche ostacolato le operazioni di una nave di Saipem diretta in un’area da esplorare sulla quale ENI detiene i diritti di concessione.

 

 

A maggio, poi, il governo di Erdogan aveva annunciato l’inizio delle trivellazioni in un altro settore a ovest dell’isola che, secondo la Turchia, è di competenza della repubblica settentrionale a maggioranza turca, mentre per Nicosia e il resto della comunità internazionale rientrerebbe nella cosiddetta “zona economica esclusiva” di Cipro.

 

Il governo nord-cipriota, riconosciuto solo da Ankara, aveva infatti concesso diritti di esplorazione alla compagnia energetica nazionale turca TPAO. L’arrivo della nave “Fatih”, incaricata delle operazioni, è stata poi seguita da una seconda, attiva nell’area nord-orientale, e successivamente da una terza, tutte accompagnate dalla marina militare turca, da aerei da guerra e da droni.

 

Sulla reale entità dei giacimenti scoperti non vi è accordo tra gli esperti, tanto da rendere, secondo alcuni, in larga misura ingiustificate le tensioni di queste settimane. Per le parti coinvolte e, soprattutto, per la Turchia, la vicenda ha però un valore politico e simbolico notevole. In primo luogo, l’esclusione di fatto della repubblica nord-cipriota dalle esplorazioni e, potenzialmente, dalla condivisione dei benefici che ne deriverebbero minaccia un ulteriore isolamento di quello che è a tutti gli effetti un protettorato di Ankara nel Mediterraneo, rendendo ancora più difficili i negoziati in pieno stallo sulla riunificazione dell’isola.

 

Inoltre, su un piano più ampio, la “coalizione” formatasi per lo sfruttamento del gas di Cipro tra UE, Grecia, Egitto e Israele, determina l’isolamento della Turchia, nonché l’esclusione del paese euro-asiatico dalle dinamiche energetiche del Mediterraneo orientale, alle quali è evidentemente necessario prendere parte se si nutrono ambizioni da potenza regionale. Il senso di esclusione turco è stato alimentato anche dal mancato invito a un paio di recenti forum regionali – uno a Tel Aviv e l’altro in Egitto – che hanno gettato le basi dei progetti energetici del prossimo futuro.

 

L’iniziativa di Erdogan nelle acque di Cipro ha suscitato comunque un polverone a livello internazionale. Oltre alle proteste di Nicosia e di Atene, lo stesso governo americano ha rivolto un invito alla Turchia a cessare immediatamente le operazioni di estrazione. L’Unione Europea, dopo gli ammonimenti delle scorse settimane, qualche giorno fa ha invece adottato le prime contromisure per dissuadere Ankara.

 

Vere e proprie sanzioni potrebbero arrivare in realtà a breve e in caso di una mancata risoluzione condivisa della crisi. Intanto, Bruxelles ha disposto la sospensione dei contatti diplomatici ad alto livello con la Turchia e delle trattative su un accordo relativo al trasporto aereo. Inoltre, è prevista una riduzione degli aiuti finanziari UE già stanziati per il 2020 e una revisione del programma di prestiti destinato ad Ankara della Banca Europea degli Investimenti.

 

Se possibile, le misure decise dall’Europa hanno causato un ulteriore irrigidimento delle posizioni turche. Il ministro degli Esteri di Ankara, Mevlut Çavusoglu, ha risposto che il suo paese rimane “indifferente” alle sanzioni europee e che le operazioni al largo della costa cipriota continueranno, forse addirittura con l’invio di una quarta nave addetta all’estrazione di gas naturale.

 

L’ostilità di Ankara è aumentata anche a causa della contemporanea bocciatura da parte del governo di Nicosia di una proposta del leader turco-cipriota, Mustafa Akıncı, per superare l’impasse. Quest’ultimo aveva suggerito, in cambio dello stop alle esplorazioni da parte della Turchia, la creazione di una speciale “commissione congiunta” tra le due comunità dell’isola, sotto la supervisione di ONU e UE, per stabilire le modalità con cui dovrebbero spartirsi i proventi delle attività di estrazione.

 

Il presidente di Cipro, Nikos Anastasiades, ha definito irricevibile la proposta perché, a suo dire, qualsiasi trattativa sullo sfruttamento dei depositi di gas naturale dovrebbe avvenire all’interno dei negoziati, al momento in stallo, sullo status dell’isola, divisa dal 1974 in seguito all’invasione e all’occupazione turca della parte settentrionale. Per molti osservatori, tuttavia, l’aggiunta della questione del gas a quella della riunificazione rischia di complicare ancora di più una vicenda già di per sé intrattabile.

 

Nonostante i toni particolarmente accesi, è apparsa chiara l’intenzione dell’Unione Europea di tenere aperto uno spiraglio di dialogo con Ankara. I provvedimenti adottati questa settimana sono infatti relativamente modesti e tra le righe dei comunicati ufficiali si intravede la volontà di mettere fine al più presto alla crisi.

 

La disputa sui giacimenti di Cipro si intreccia d’altronde alle tensioni che stanno caratterizzando da tempo i rapporti tra l’Occidente e la Turchia di Erdogan in un contesto segnato dal riorientamento strategico verso Oriente da parte di Ankara. Da ricordare è anche il fatto che lo scontro sul gas sta avvenendo in parallelo a quello tra Erdogan e Washington attorno alla fornitura alla Turchia del sistema missilistico difensivo russo S-400, per il quale l’amministrazione Trump dovrebbe anch’essa a breve imporre un pacchetto di sanzioni ai danni dell’alleato NATO.

 

L’Europa teme anche che, in seguito a una possibile escalation, la Turchia possa rimettere in discussione un accordo del 2016, in base al quale il governo di Ankara era stato pagato profumatamente per chiudere la rotta dei migranti provenienti dal Medio Oriente e diretti verso il vecchio continente.

 

Più in generale, le divergenze sulla questione cipriota, così come sul sistema S-400, rappresentano per l’Europa fattori di rischio che fanno intravedere un pericoloso allontanamento della Turchia dall’architettura strategica e della sicurezza degli ultimi sette decenni sotto l’ombrello della NATO. Il tentativo di stabilizzare questi equilibri oggi a rischio sarà perciò determinante nel plasmare le prossime iniziative occidentali per risolvere la complicata contesa sui diritti del gas naturale nel Mediterraneo orientale.

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