Se le elezioni di domenica per il rinnovo della metà dei seggi del Senato giapponese hanno premiato come previsto il Partito Liberal Democratico (LDP) di governo, il primo ministro Shinzo Abe ha visto sfumare uno degli obiettivi principali dell’appuntamento con le urne. I risultati hanno confermato l’attuale maggioranza alla camera alta (Camera dei Consiglieri) del parlamento di Tokyo (Dieta), ma il premier non è stato in grado di conquistare i due terzi dei seggi, necessari ad approvare una riforma costituzionale da tempo auspicata da una parte della classe dirigente del paese asiatico.

 

In Giappone, la metà dei membri del Senato viene rinnovata ogni tre anni e il loro mandato di sei anni non è soggetto a scioglimento anticipato, come può accadere invece per la camera bassa, o dei Rappresentanti, investita però di poteri più ampi. Nella tornata elettorale conclusasi domenica scorsa erano in palio 124 seggi, assegnati in parte col sistema maggioritario (74) e in parte col proporzionale (50). I seggi complessivi del Senato giapponese sono aumentati a 245 in seguito a una recente riforma elettorale e diventeranno 248 dopo il voto del 2022.

 

In termini assoluti, la vittoria del LDP e del suo alleato, il partito Komeito di ispirazione buddista, è stata ancora una volta piuttosto netta. Le due formazioni hanno ottenuto 71 seggi – rispettivamente 57 e 14 – e, se a essi si sommano quelli di altri partiti favorevoli al cambiamento della Costituzione, il totale sale a 81. Aggiungendo il numero dei seggi non interessati dal voto di domenica, in tutto le forze su cui Abe può teoricamente contare per modificare la carta costituzionale nipponica avrebbero una maggioranza di 160, appena inferiore ai 164 che garantirebbero i due terzi del totale.

 

Dal momento che la vittoria della destra giapponese era del tutto scontata, il mancato raggiungimento della quota utile a riformare la Costituzione rappresenta un motivo di imbarazzo per il primo ministro. Fin dal suo ritorno al governo nel dicembre del 2012, Abe aveva promosso la legittimazione formale delle forze armate del suo paese, ufficialmente bandite dalla carta costituzionale.

 

L’articolo 9 della Costituzione del Giappone stabilisce infatti il divieto per questo paese di avere un esercito, coerentemente con lo spirito pacifista imposto dagli Stati Uniti al termine della Seconda Guerra Mondiale. Abe si è fatto da tempo interprete di quelle élites giapponesi che vedono queste imposizioni come un vincolo da cui liberarsi per poter perseguire le proprie ambizioni da grande potenza. Tanto più in un clima segnato da crescenti rivalità internazionali. Fin dal 1954, peraltro, il Giappone dispone di una “Forza di Auto-Difesa” che, di fatto in violazione della Costituzione, è a tutti gli effetti un esercito, anche se ufficialmente non ritenuto tale e sottoposto perciò ad alcune restrizioni delle proprie attività.

 

Alla chiusura delle urne, il primo ministro giapponese ha lasciato intendere che proverà a cercare tra le opposizioni al Senato i consensi necessari a raggiungere i due terzi per modificare la Costituzione. Anche all’interno della sua coalizione rimangono tuttavia perplessità e resistenze, soprattutto nel Partito Komeito, sia per ragioni di natura politica sia soprattutto per via della freddezza della popolazione all’idea di liquidare una carta formalmente all’insegna del pacifismo.

 

La procedura per la riforma della Costituzione giapponese prevede un voto a maggioranza di due terzi in entrambi i rami della Dieta. A differenza del Senato, nella camera bassa LDP e Komeito dispongono di questa “super-maggioranza”. Le proposte di modifica devono essere poi ratificate da un referendum popolare. Visti gli equilibri in parlamento, in molti nel centro-destra giapponese vedono con apprensione possibili laceranti battaglie politiche per assicurarsi i due terzi dei voti e per vincere una consultazione popolare che, al momento, appare quanto meno incerta.

 

Ciò che interessa realmente agli elettori sono altri temi molto più concreti. L’insostenibilità del sistema pensionistico in un paese che invecchia rapidamente e il prossimo aumento della tassa sui consumi dall’8% al 10% sono tra le questioni più sentite e, in merito a esse, la fiducia nei confronti del governo non è esattamente alle stelle. Nel quadro politico giapponese odierno, Shinzo Abe e il suo partito incontrano comunque poca o nessuna seria opposizione, ma i ripetuti successi elettorali che essi hanno registrato negli ultimi anni sono in buona parte il risultato della mancanza di reali alternative di governo. Se si tiene conto di ciò, alcuni segnali giunti dal voto di domenica indicano l’emergere di un certo malessere tra l’elettorato.

 

Per cominciare, l’affluenza non è arrivata nemmeno al 49%, cioè il dato più basso degli ultimi 24 anni. Alcuni partiti di opposizione hanno poi evidenziato una timida ripresa, malgrado le divisioni, il discredito diffuso e l’assenza di un progetto politico efficace. Il Partito Costituzionale Democratico (CDPJ), fondato da ex membri del defunto Partito Democratico (DPJ), al potere con risultati disastrosi tra il 2009 e il 2012, ha aumentato i propri seggi da 9 a 17 tra quelli che erano soggetti a rinnovo nella giornata di domenica.

 

Il Partito dell’Innovazione di destra ha anch’esso fatto segnare progressi, mandando oltretutto per la prima volta in parlamento un proprio candidato eletto al di fuori della regione di Osaka, dove è nato e trova gran parte della sua base elettorale. Almeno un paio di partiti minori sono riusciti a ottenere seggi nella camera alta, ma il loro peso rimane per il momento trascurabile. A conferma di un quadro complessivo comunque non esaltante per l’opposizione, altre formazioni risultano in leggera flessione, come il Partito Democratico Popolare e quello Comunista, mentre quello Social Democratico, in passato principale forza di opposizione in Giappone, ha a malapena superato lo sbarramento del 2%, assicurandosi appena un seggio.

 

La posizione complessiva di Shinzo Abe rimane dunque solida, ma nella parte finale di quello che dovrebbe essere il suo ultimo mandato alla guida del paese, come previsto dalle regole interne del LDP, non mancheranno difficoltà e sfide complesse. Oltre al possibile riemergere delle accuse di corruzione che lo hanno visto implicato in un paio di scandali per avere fatto favori ad amici e sostenitori, il primo ministro si ritroverà a gestire una situazione interna segnata da un’economia perennemente stagnante. In questo ambito aumenteranno le pressioni sia dei poteri forti per l’implementazione di dolorose “riforme strutturali” sia della maggior parte della popolazione per ritirare l’aumento della tassa sui consumi e per rendere più sicura la copertura pensionistica.

 

Ancora più tesa si presenta infine l’agenda internazionale. Il problema principale avrà probabilmente a che fare con la necessità di trovare un equilibrio tra la salvaguardia dell’alleanza strategica con gli Stati Uniti e il tentativo di limitare le ritorsioni commerciali dell’amministrazione Trump in attesa degli sviluppi che dovrebbero portare a un accordo di libero scambio tra i due paesi.

 

Nell’immediato, Tokyo dovrà far fronte anche al rapido deteriorarsi dei rapporti con la Corea del Sud attorno alla questione dei risarcimenti che quest’ultimo paese intende ricevere per gli anni dell’occupazione nipponica. In agenda ci sono inoltre le relazioni con la Cina, recentemente in fase ascendente dopo essere precipitate negli anni scorsi, l’esclusione dal processo diplomatico in atto in Corea del Nord e la ratifica di un trattato di pace definitivo con la Russia, vincolato a una difficile soluzione del nodo delle isole Curili meridionali (Territori del Nord per il Giappone), rivendicate da Tokyo ma controllate da Mosca dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

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