A pochi giorni da un cruciale appuntamento con le urne, la posizione del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, è quella di un animale braccato, con le spalle al muro. In affanno come non mai nei sondaggi, minacciato da procedimenti giudiziari, costretto a fare i conti con la prospettiva di un clamoroso negoziato tra USA e Iran e a districarsi con le pressioni opposte dei potenziali alleati di governo, “Bibi” sta cercando di salvare la sua carriera politica com’è sempre stato solito fare, agitando lo spettro della guerra e attaccando frontalmente ciò che resta dei diritti del popolo palestinese.

 

Tutti gli sforzi di Netanyahu sono in questo momento diretti a garantire al suo partito (“Likud”) il maggior numero di seggi possibili nella “Knesset”, in modo da ottenere, assieme ai propri partner, un nuovo mandato di governo. A differenza del passato, per lui non è in gioco solo il governo dello stato ebraico, bensì la sua stessa libertà. Solo con un successo alle urne il 17 settembre prossimo Netayahu potrà infatti fare approvare una legge che lo renda immune dalle cause legali in atto, ovviamente in cambio di concessioni sostanziali ai partiti fondamentalisti ebraici che dovrebbero garantirgli una maggioranza parlamentare.

L’intercettazione dei voti della destra estrema e l’invito alla mobilitazione di questo blocco elettorale sono così l’oggetto dell’impegno di Netanyahu. Le direttrici lungo le quali si muove la campagna del primo ministro israeliano sono quelle consolidate: Iran, Palestina (Hamas), Libano (Hezbollah). L’obiettivo è quello di alimentare le tensioni nella regione mediorientale, provocare la reazione dei nemici di Israele e rafforzare le credenziali guerrafondaie del premier, unico capace di guidare il paese in tempi di crisi.

La presa di posizione più discussa in questi giorni riguarda la promessa di annettere allo stato ebraico circa un terzo del territorio della striscia di Gaza, ovvero la valle del Giordano e la parte settentrionale del Mar Morto. Quest’area, strappata alla Giordania durante la Guerra dei Sei Giorni nel 1967, contiene migliaia di insediamenti illegali e, secondo gli accordi di Oslo del 1993, fa parte della cosiddetta “Area C”, sotto il controllo diretto di Israele e teoricamente da trasferire a una futura amministrazione palestinese.

Poco prima delle elezioni dello scorso aprile, Netanyahu aveva fatto un annuncio simile con l’obiettivo anche in quella occasione di mandare un chiaro messaggio agli elettori che vivono negli insediamenti, nel tentativo di raccogliere consensi per il Likud. Ora, però, la promessa del primo ministro è stata più circostanziata e, soprattutto, collegata direttamente al “piano di pace” in preparazione a Washington e ribattezzato in maniera assurda “accordo del secolo” dall’amministrazione Trump.

Netanyahu vede cioè nell’appoggio totale all’illegalità e ai crimini di Israele da parte della Casa Bianca un’occasione storica per estendere la sovranità “ebraica” sui territori strategici della valle del Giordano. Questa misura, anzi, Netanyahu ha sostenuto di averla voluta implementare prima del voto di martedì prossimo, ma le sue intenzioni sarebbero state frustrate dal procuratore generale israeliano, Avichai Mandelblit, il quale ha avvertito che l’annessione era impossibile non perché in violazione del diritto internazionale, ma perché sarebbe stata attuata da un governo provvisorio.

Il gabinetto che Netanyahu guida attualmente ha natura transitoria perché dopo il voto anticipato del mese di aprile il primo ministro non era stato in grado di mettere assieme una coalizione di governo. I negoziati si erano arenati sull’esenzione dalla leva militare tradizionalmente garantita agli ebrei ultra-ortodossi. Il partito nazionalista laico Yisrael Beiteinu dell’ex ministro degli Esteri, Avigdor Lieberman, si era rifiutato di far parte dell’esecutivo in assenza di un impegno da parte di Netanyahu a introdurre una legge che avrebbe reso obbligatorio il servizio militare anche per coloro che si dedicano allo studio dei testi sacri ebraici, cosa che i partiti di estrema destra espressione di questi ultimi non erano ovviamente disposti ad accettare. Il risultato è stato un altro scioglimento della Knesset e un nuovo voto anticipato.

Per quanto riguarda l’annessione della valle del Giordano, più di un commentatore ha fatto notare come la sparata di Netanyahu difficilmente potrebbe diventare realtà. Un’iniziativa di questo genere, per il momento esclusa almeno indirettamente dagli Stati Uniti, creerebbe una serie di problemi per Tel Aviv: da una possibile rivolta dei palestinesi alla condanna di buona parte della comunità internazionale, dal crollo definitivo della farsa della soluzione dei “due stati” alla messa in discussione degli equilibri della sicurezza nella regione, garantiti dai trattati di pace con Egitto e Giordania.

D’altro canto, l’establishment politico e militare israeliano è da sempre concorde nel considerare necessario il mantenimento del controllo sulla valle del Giordano, ufficialmente per un periodo di tempo limitato dopo la stipula di un eventuale trattato di pace con i Palestinesi. A questo proposito, le reazioni politiche all’annuncio di Netanyahu sono state più che rivelatrici. I leader dell’opposizione di “centro-sinistra” israeliana hanno infatti attaccato il primo ministro non per avere prospettato una misura illegale, ma perché non avrebbe in realtà il coraggio di fare una mossa che essi stessi condividono ampiamente.

La natura esplosiva e criminale della promessa di Netanyahu consiste in particolare nel minacciare il controllo perpetuo su questa parte dell’Area C dei territori palestinesi e di avere parlato di sovranità “ebraica” piuttosto che israeliana. Ciò comporta l’implementazione del principio di stato di apartheid, con la popolazione palestinese della valle del Giordano, la cui sorte non è stata affrontata da Netanyahu, esclusa dalla possibilità di godere degli stessi diritti garantiti alla popolazione ebraica dall’unica presunta democrazia mediorientale.

La creazione di un clima di tensioni e di emergenza nazionale non può inoltre prescindere da Gaza. Netanyahu lo ha ricordato giovedì mentre si apprestava a imbarcarsi su un volo per Mosca, quando ha affermato che Israele, “a quanto sembra, non avrà altra scelta che avventurarsi in una campagna [militare] di vasta scala” nella striscia per “rovesciare Hamas”. La minaccia è arrivata dopo il lancio di alcuni missili da Gaza negli ultimi giorni in risposta all’uccisione da parte delle forze armate israeliane di alcuni giovani palestinesi nel corso di manifestazioni di protesta. Martedì, durante un comizio nella città meridionale di Ashdod, il primo ministro era stato anche interrotto dal lancio di razzi e fatto allontanare in tutta fretta dai servizi di sicurezza.

La disperazione di Netanyahu in vista del voto è destinata a salire ancora di più nei prossimi giorni alla luce della seria prospettiva di una débacle elettorale. Lo stesso primo ministro ha rivelato giovedì in un’intervista a una radio israeliana che i sondaggi interni commissionati dal Likud indicherebbero una possibile sconfitta del suo partito. Le rilevazioni indipendenti prefigurano in realtà una situazione di equilibrio e l’avvertimento di Netanyahu potrebbe essere perciò un altro tentativo di stimolare la mobilitazione dell’elettorato di estrema destra.

Nel caso di un risultato che veda il Likud come prima forza ma costretto a cercare l’appoggio di altri partiti per governare, è probabile che si ripropongano gli stessi scenari di stallo dello scorso aprile, con la necessità di conciliare le richieste degli ultra-ortodossi con quelle del partito di Lieberman. Quest’ultimo potrebbe risultare l’ago della bilancia e ha già proposto a Netanyahu di formare un governo di “unità nazionale” che escluda i partiti religiosi. In caso contrario e se dovessero esserci le condizioni, Yisrael Beiteinu potrebbe appoggiare un esecutivo guidato dalla coalizione “Blu e Bianca” dell’ex capo delle forze armate israeliane, Benny Gantz, data appunto vicina al Likud dalla maggior parte dei sondaggi.

Anche se dovesse riuscire a rimanere in sella, Netanyahu rischia infine di vedere diventare realtà l’incubo di un riavvicinamento tra Washington e Teheran, dopo che l’amministrazione Trump sta dando in questi giorni alcuni segnali di apertura alla Repubblica Islamica. Un’evoluzione di questo genere, anche se ancora ben lontana dal concretizzarsi, metterebbe in discussione uno dei capisaldi della politica israeliana, ovvero la demonizzazione dell’Iran allo scopo di giustificare il costante impulso alla militarizzazione e di conservare un presunto margine di vantaggio in questo ambito sui propri rivali nella regione.

Se un possibile vertice tra Trump e Rouhani è fonte di estrema angoscia per Netanyahu, queste preoccupazioni passano per il momento relativamente in secondo piano, vista la necessità immediata del primo ministro di combattere per la propria sopravvivenza politica e, più concretamente, per non finire travolto dalla giustizia israeliana. Il procuratore generale deciderà infatti entro la fine dell’anno sull’eventuale incriminazione formale di Netanyahu in base a tre inchieste per corruzione e solo una legge che gli garantisca l’immunità potrà risparmiargli ulteriori guai legali e la fine anticipata di una lunghissima carriera politica.

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