Il brusco licenziamento da parte del presidente americano Trump del suo consigliere per la Sicurezza Nazionale, John Bolton, ha fatto trarre un sospiro di sollievo a quanti temevano che gli Stati Uniti fossero sul punto di scatenare una nuova rovinosa guerra di aggressione in qualche parte del pianeta. Soprattutto la crisi iraniana potrebbe trovare un qualche spiraglio per una soluzione diplomatica dopo l’addio alla Casa Bianca di uno dei falchi più irriducibili degli ambienti politici d’oltreoceano. I conflitti e le contraddizioni interne all’apparato di potere USA restano tuttavia fortissimi e le posizioni di Bolton, anche se spesso non espresse in maniera così radicale, sono condivise da molti nella classe dirigente americana.

 

L’arrivo di John Bolton al Consiglio per la Sicurezza Nazionale 17 mesi fa aveva impresso una netta accelerazione alla politica estera dell’amministrazione Trump, risultando in un aggravamento delle principali crisi internazionali o, nella migliore delle ipotesi, nella creazione di ostacoli ai processi diplomatici in corso o in fase di lancio. Nella prima categoria possono essere facilmente collocati i casi di Iran e Venezuela, mentre nella seconda almeno Corea del Nord e Afghanistan.

Proprio su quest’ultimo paese i conflitti che stanno infiammando i circoli della politica estera di Washington hanno raggiunto il punto di rottura nell’amministrazione repubblicana, a causa soprattutto del colossale fallimento di una campagna lanciata all’indomani dell’evento di cui ricorre mercoledì il 18esimo anniversario. Le stesse modalità e i toni dell’addio di Bolton danno l’idea dell’intensità dello scontro. In un “tweet”, Trump ha liquidato il suo consigliere parlando delle “forti divergenze” di vedute tra i due, mentre Bolton ha risposto subito dopo respingendo la versione del licenziamento per assicurare che le sue dimissioni sono state del tutto spontanee.

La questione dell’Afghanistan ha riassunto tutte le tensioni esistenti alla Casa Bianca e, assieme, la complessa natura dei nodi strategici da sciogliere sul piano globale per una potenza che ha imboccato da tempo una fase di declino irreversibile. La stampa americana aveva scritto a fine agosto di come Bolton fosse stato emarginato dal dibattito sulla pace in Afghanistan con i Talebani, per timore che il suo intervento avesse potuto mandare a monte le trattative in corso da mesi a Doha e ormai alle battute finali.

Bolton ha però alla fine influenzato lo stesso il dibattito interno all’amministrazione Trump, tanto che il presidente nel fine settimana ha di fatto sospeso i negoziati con i Talebani dopo avere cancellato un summit programmato segretamente nella residenza di Camp David. La decisione, motivata da fattori ben diversi dall’attentato di giovedì scorso a Kabul in cui è stato ucciso anche un soldato americano, ha messo in crisi la strategia afgana di Trump, il quale cercava una via d’uscita alla lunghissima guerra per provare a dare un impulso alla propria campagna per la rielezione.

Bolton era identificato anche con la linea dura in relazione ad altri temi caldi sull’agenda di Trump. L’avventura venezuelana in appoggio all’autoproclamato presidente Juan Guaidó è soprattutto un’iniziativa dell’ex ambasciatore ONU. Lo stallo della situazione e la mancata rimozione del presidente legittimo, Nicolas Maduro, hanno irritato profondamente Trump e contribuito a incrinare i suoi rapporti con Bolton.

Lo stesso dicasi per la Corea del Nord. L’ormai ex consigliere per la Sicurezza Nazionale è da sempre un fautore del pugno di ferro nei confronti di Pyongyang e, secondo le ricostruzioni dei media, avrebbe personalmente fatto naufragare il vertice tra Trump e Kim Jong-un a Hanoi lo scorso mese di febbraio, spingendo il presidente a imporre al leader nordcoreano la denuclearizzazione preventiva prima di ottenere concessioni e stipulare un accordo con Washington.

Al di là delle inclinazioni personali di Bolton, è evidente che dietro a lui ci siano ambienti governativi e militari che ne condividono gli obiettivi e, d’altra parte, la sua stessa nomina a consigliere per la Sicurezza Nazionale era stata decisa da Trump per mandare un segnale distensivo a queste stesse sezioni della classe dirigente USA. Bolton va ricondotto sostanzialmente alla fazione “neo-con” che vede nelle pressioni economiche, nelle minacce e, soprattutto, nell’uso della forza militare gli strumenti da prediligere per il raggiungimento degli obiettivi dell’imperialismo americano.

Gli oppositori di Bolton e lo stesso Trump, a loro volta, non rientrano esattamente nella categoria delle “colombe”. Piuttosto, le loro posizioni appaiono talvolta più pragmatiche ed essi ritengono che le guerre e i conflitti diplomatici ereditati dalle precedenti amministrazioni siano diventati un fardello insostenibile che sottrae energie e risorse al confronto di gran lunga più importante per la supremazia americana nel pianeta, quello con le grandi potenze come Cina e Russia.

Significativo è poi il fatto che, nonostante l’identificazione di John Bolton con l’ala più estrema del Partito Repubblicano, sia proprio quello Democratico, o una parte di esso, a mostrare un certo allineamento con le posizioni del consigliere uscente. Se non pochi anche tra i democratici hanno salutato con soddisfazione la sua estromissione dalla Casa Bianca, molti altri hanno criticato il presidente per il caos generato dal licenziamento di Bolton, con il quale, appunto, condividono la necessità della linea dura nei confronti, ad esempio, di Venezuela e Corea del Nord. In questa prospettiva, il benservito a Bolton non implica dunque l’abbandono dell’opzione militare nella promozione degli interessi degli Stati Uniti.

Almeno nell’immediato, è comunque possibile che il rischio di una guerra soprattutto contro l’Iran sia quantomeno diminuito. Il siluramento via Twitter di Bolton è stato seguito da un’insolita conferenza stampa alla Casa Bianca, a cui lo stesso consigliere uscente avrebbe dovuto prendere parte, con protagonisti il segretario di Stato, Mike Pompeo, e quello al Tesoro, Steven Mnuchin. Ai giornalisti presenti, Pompeo ha fatto sapere che Trump è disponibile a incontrare “senza alcuna condizione” il presidente iraniano, Hassan Rouhani, verosimilmente nel corso dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che si terrà a New York a fine settembre.

La coincidenza della dichiarazione del capo della diplomazia USA con l’allontanamento di Bolton lascia pensare che la rottura tra Trump e quest’ultimo sia motivata anche dalla necessità del presidente di mandare in porto almeno una significativa trattativa diplomatica prima delle elezioni del novembre 2020. Cosa che, con la permanenza di Bolton a capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale sarebbe stato impossibile anche solo immaginare.

La questione del dialogo con la Repubblica Islamica resta però estremamente complicata e, allo stato attuale delle cose, improbabile. Il problema principale è la percezione totalmente irreale della situazione odierna in merito all’Iran da parte di Washington. Anche senza Bolton, è probabile che la Casa Bianca continuerà a oscillare tra aperture e minacce, aspettandosi che in questo modo la leadership di Teheran si convinca a sedersi al tavolo delle trattative, magari accettando senza condizioni le richieste americane.

Da un lato, è innegabile che la fazione riformista iraniana sia tuttora aperta al dialogo. Dall’altro, tuttavia, l’insistenza degli USA sulla politica della “massima pressione” rischia di mettere il processo diplomatico in un vicolo cieco ancora prima di iniziare. Prova di ciò è l’annuncio da parte di Pompeo e Mnuchin nella stessa conferenza stampa di martedì della decisione di applicare nuove sanzioni punitive contro i Guardiani della Rivoluzione iraniani.

Proprio a causa delle politiche distruttive di Trump, senza dubbio sotto l’influenza di John Bolton, gli equilibri sul fronte iraniano sono cambiati sostanzialmente nell’ultimo anno e mezzo. La Repubblica Islamica, dopo l’uscita unilaterale degli USA dall’accordo sul nucleare nel maggio 2018 (JCPOA), ha avuto la possibilità di mostrare alla comunità internazionale tutta la propria forza e la capacità di contrastare, almeno in parte, l’isolamento in cui intendeva spingerla la Casa Bianca.

Per questo motivo, se l’intenzione di Trump è quella di intavolare un negoziato serio con Teheran, e non soltanto di inscenare un evento da propaganda elettorale, serviranno passi decisamente più consistenti nelle prossime settimane, a cominciare da un segnale forte sulla rinuncia al sistema delle sanzioni. D’altra parte, l’incompetenza e la confusione che regnano nei circoli della politica estera americana hanno finito per mostrare in questi mesi come gli Stati Uniti e i loro alleati, primo fra tutti Israele, siano in larga misura impotenti contro l’affermazione delle legittime ambizioni di Teheran in Medio Oriente.

L’ironia dell’intera vicenda è perciò che, invece di rimettere in moto un processo diplomatico per ottenere un accordo a condizioni più favorevoli per Washington rispetto a quello siglato da Obama a Vienna nel 2015, i nuovi scenari rischiano di mettere in una posizione di forza proprio l’Iran, i cui leader potrebbero non essere più disposti ad accettare un semplice ritorno agli equilibri precedenti la rottura dell’intesa sul nucleare voluta dall’amministrazione Trump.

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