Le elezioni del fine settimana in Portogallo hanno come previsto rafforzato la posizione del Partito Socialista (PS) portoghese del primo ministro António Costa. La maggioranza che lo sostiene, e che potrebbe essere replicata per i prossimi quattro anni, è stata quasi universalmente definita come un esempio del successo di una coalizione progressista in grado di promettere e implementare politiche anti-austerity. La realtà appare tuttavia più sfumata e tra le righe dei risultati di domenica non è difficile intravedere le contraddizioni nell’operato dell’esecutivo di centro-sinistra e il rapido emergere anche in Portogallo di tensioni sociali tutt’altro che trascurabili.

 

I socialisti hanno mancato la maggioranza assoluta per una decina di seggi e, nonostante il salto nei consensi dal 32% del 2015 a quasi il 37% di domenica, dovranno perciò cercare nuovamente uno o più alleati per far nascere un nuovo governo. Quattro anni fa, il Partito Social Democratico (PSD) di centro-destra aveva ottenuto il maggior numero di seggi ma aveva fallito nel mettere assieme una maggioranza parlamentare. La palla era passata allora a Costa e al PS che in meno di due mesi avevano siglato un apparentemente improbabile accordo con il Partito Comunista (PCP) e il Blocco di Sinistra (BE), ribattezzato “geringonça” (marchingegno), sulla base dell’impegno a invertire le politiche antisociali del PSD.

Quest’ultimo partito aveva traghettato il Portogallo dalla crisi finanziaria di oltre un decennio fa al “salvataggio” dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale, introducendo le misure di rigore richieste in cambio e che avrebbero devastato socialmente e ed economicamente il paese. L’eredità del PSD ha pesato come un macigno sui conservatori portoghesi, i quali con il 27,9% hanno fatto segnare la peggiore prestazione elettorale degli ultimi 36 anni.

I due partiti di sinistra che hanno appoggiato il governo uscente hanno risentito di un certo logoramento tra il proprio elettorato. Se rispetto al 2015 il BE ha perso appena mezzo punto percentuale (9,7%), il Partito Comunista portoghese ha toccato il punto più basso della propria storia, fermandosi al 6,5%. Questi risultati indicano un chiaro malcontento nei settori più disagiati della società portoghese, da collegare a un’agenda governativa caratterizzata negli ultimi quattro anni più dalla retorica che da effettivi provvedimenti progressisti.

L’entusiasmo decisamente attenuato per il governo a guida socialista è testimoniato anche dal livello più alto di astensionismo dal ritorno alla democrazia nel 1974. Appena il 54,5% dei portoghesi si è recato alle urne, mentre il voto di protesta indirizzato verso l’estrema destra rimane per questo paese un fenomeno marginale. Il partito ultra-nazionalista Chega (“Basta”) ha tuttavia piazzato per la prima volta un proprio rappresentante in parlamento grazie all’1,3% dei voti conquistati.

Oltre al BE e al PCP, Costa e i socialisti potrebbero guardare al partito ecologista-animalista PAN come possibile partner di governo. Questa scelta potrebbe essere utile anche a contenere le pressioni da sinistra sul PS, ma i 4 seggi di questo partito non sono comunque sufficienti a garantire da soli una maggioranza assoluta in parlamento.

I negoziati per la formazione del nuovo gabinetto non saranno comunque una passeggiata per il primo ministro uscente. Il governo Costa ha privilegiato in questi anni la stabilità del Portogallo e le modeste iniziative che hanno finora permesso di allentare in maniera relativa l’austerity potrebbero non essere nemmeno più praticabili in un quadro segnato dal peggioramento della situazione economica interna e internazionale. Il Partito Comunista e il Blocco di Sinistra chiedono invece un impulso alla spesa pubblica, assieme al ripristino dei diritti del lavoro e a una spinta verso l’alto dei salari che restano tra i più bassi d’Europa.

Il tentativo di entrambi i partiti di prendere in qualche modo le distanze da Costa e le critiche per quella che sarebbe una deriva verso destra del suo governo la dicono lunga sulla natura contraddittoria di quest’ultimo.

Che l’esecutivo portoghese rappresenti un modello autenticamente progressista lo ha messo in dubbio anche la stampa allineata ai grandi interessi economico-finanziari internazionali, solitamente impegnata a bollare come pericolosi “radicali” anche governi e leader politici solo vagamente di sinistra. Qualche mese fa, ad esempio, il Financial Times si chiedeva se effettivamente il governo di Lisbona avesse realmente offerto un percorso per uscire dal rigore, dal momento che, con il primo ministro socialista, “la spesa pubblica è rimasta sotto controllo, il costo del lavoro si è ridotto e gli investimenti stranieri sono aumentati”.

Il ministro delle Finanze portoghese, Mário Centeno, aveva a sua volta ammesso che l’intervento del governo per mettere fine all’austerity era stato tutt’altro che “drammatico”. La disciplina fiscale è sempre stata l’impegno principale di Costa e per sistemare i conti le risorse sono state reperite spesso riducendo la spesa pubblica in settori cruciali come quello sanitario o tagliando le pensioni sempre nel settore pubblico. L’ossessione degli investimenti esteri ha inoltre alimentato un processo di gentrificazione nelle principali città del paese, a cominciare dalla capitale, contribuendo ad allargare disuguaglianze sociali già tra le più importanti d’Europa.

Il governo Costa ha d’altra parte incassato frequentemente gli elogi di Bruxelles e lo stesso ministro Centeno è stato premiato per il suo lavoro in patria con la presidenza dell’Eurogruppo, cioè l’organo che riunisce i ministri delle Finanze dei paesi che adottano la moneta unica.

Il clima sociale in Portogallo nell’ultimo anno ha poi mostrato una realtà spesso lontana da quella del modello di progressismo che in molti sperano di duplicare in altri paesi europei, a cominciare dalla vicina Spagna. Un’ondata di scioperi aveva caratterizzato i primi mesi del 2019, con i lavoratori di svariati settori soprattutto del settore pubblico mobilitati contro il congelamento degli stipendi e la minaccia di una possibile “riforma” pensionistica.

Lo scorso mese di agosto era stata invece la volta dei camionisti portoghesi, i quali avevano quasi paralizzato il paese. Per tutta risposta, il primo ministro aveva convocato una riunione d’emergenza del governo e inviato l’esercito per assicurare i rifornimenti strategici di energia e cercare di piegare la resistenza degli scioperanti. Anche nel settore privato gli scioperi sono aumentati vertiginosamente e un altro segno dell’inquietudine diffusa tra la “working-class” è il nascere di numerose nuove sigle sindacali negli ultimi tre anni.

Nonostante il netto successo alle urne, infine, il risultato di domenica dei socialisti è stato inferiore a quello che suggerivano i sondaggi solo fino a poche settimane fa. Costa era dato infatti da molte rilevazioni come in grado di ottenere la maggioranza assoluta e ben avviato verso un governo monocolore. Il PS ha assistito invece a una relativa erosione dei potenziali consensi nel paese, così che il primo ministro sarà ora costretto a fare i conti con le spinte provenienti da sinistra nelle trattative già iniziate lunedì per la formazione del prossimo esecutivo.

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