Il fragilissimo equilibrio politico e settario dell’Iraq è messo a dura prova in questi giorni dall’improvvisa esplosione di manifestazioni di protesta anti-governative che hanno già fatto registrare un numero imprecisato di vittime. Le dimostrazioni, animate soprattutto da giovani iracheni che chiedono un rimedio alla povertà diffusa e all’assenza di prospettive per il futuro, appaiono in larga misura spontanee e sono iniziate martedì a Baghdad e in altre città a maggioranza sciita per poi diffondersi rapidamente e incontrare la reazione spesso molto dura delle forze di sicurezza.

Proteste di piazza sono state in realtà tutt’altro che infrequenti negli ultimi anni in Iraq, ma quella in corso sembra avere raggiunto rapidamente un livello di mobilitazione significativo, così come già importante risulta il bilancio di morti e feriti. Martedì erano state almeno due le vittime, una a Baghdad e l’altra a Nassiriya, mentre il giorno successivo sempre in quest’ultima località sono morte negli scontri altre tre persone, assieme a un agente di polizia.

 

Sul numero complessivo dei morti non sembra esserci al momento alcuna chiarezza. La stampa irachena e internazionale ha citato fonti mediche che parlano di una decina di vittime. Un’ex deputata del parlamento di Baghdad ha invece sostenuto in un’intervista alla pubblicazione on-line al-Monitor che il numero dei morti era già superiore a venti nella giornata di mercoledì. Sia nella capitale sia altrove la polizia ha fatto ampio ricorso anche a gas lacrimogeni e proiettili di gomma, provocando in tutto centinaia di feriti.

Ancora a Nassiriya, nella serata di mercoledì sono state impiegate truppe speciali anti-terrorismo, dopo che le forze di polizia avevano “perso il controllo” a seguito di uno “scontro a fuoco” con i manifestanti. Da giovedì a Baghdad è entrato in vigore il coprifuoco, in precedenza già introdotto a Nassiriya e nelle città di Hilla e Amara, rispettivamente a sud e a sud-est della capitale.

Il provvedimento preso a Baghdad è frutto della decisione del primo ministro, Adel Abdel Mahdi, il quale mercoledì ha presieduto una riunione di emergenza del consiglio per la sicurezza nazionale. Mahdi ha formalmente riconosciuto il diritto di manifestare, ma si è affrettato a condannare gli “atti di vandalismo”, per poi elogiare il comportamento delle forze di sicurezza e attribuire la responsabilità delle violenze a una parte dei dimostranti.

L’appoggio del premier sciita alla polizia ha con ogni probabilità segnalato il via libera all’uso della forza. A Baghdad, infatti, i contestatori sono stati duramente cacciati dalla centrale piazza Tahrir e bloccati mentre cercavano di confluire verso la cosiddetta “Zona Verde”, dove sorgono gli edifici governativi e le rappresentanze diplomatiche occidentali.

I metodi della polizia hanno indubbiamente contribuito ad alimentare le frustrazioni degli iracheni, facendo aumentare il numero dei manifestanti nella giornata di mercoledì. La preoccupazione del governo e delle autorità locali è apparsa evidente anche dalla decisione di limitare severamente l’accesso a internet in tutto il paese e di proibire le trasmissioni in diretta delle proteste.

In alcune località, come quella orientale di Kut e quella petrolifera meridionale di Bassora, centinaia di persone hanno cercato di occupare gli edifici che ospitano i municipi e le amministrazioni provinciali. In queste città, come in altre ancora, le manifestazioni sono state tuttavia pacifiche, così come nel nord, a Kirkuk e Tikrit, e nella provincia orientale di Diyala.

Lo stesso primo ministro Mahdi già martedì aveva provato a calmare gli animi, promettendo posti di lavoro per i laureati disoccupati e dando ordine al ministero del Petrolio di emanare una direttiva per garantire che in futuro la metà dei dipendenti delle compagnie energetiche straniere operanti nel paese mediorientale siano cittadini iracheni.

Secondo i dati della Banca Mondiale, quasi certamente sottostimati, la disoccupazione giovanile in Iraq supera il 20%. Oltre alla mancanza di lavoro, a più di 16 anni dall’invasione americana, buona parte della popolazione irachena fatica ad avere accesso a elettricità, acqua potabile e ai servizi pubblici in genere.

La corruzione dilagante nella politica e nell’economia è un altro fronte esplosivo. Le enormi risorse energetiche del paese, invece, producono ricchezze in larga misura per le multinazionali estere e una ristretta cerchia di politici e uomini d’affari iracheni, lasciando poco o nulla per lo sviluppo del paese.

La classe politica irachena è stata presa di sorpresa dalle più recenti proteste. Anche i partiti di opposizione non sembrano avere avuto alcun ruolo nell’esplosione della rabbia popolare. Il leader sciita Moqtada al-Sadr, già simbolo della lotta contro l’occupazione americana e promotore nel recente passato di manifestazioni anti-governative, è apparso anch’egli spiazzato dagli eventi degli ultimi giorni, accaduti mentre si trovava in Iran.

Le dimostrazioni hanno d’altra parte avuto origine nel cuore sciita del paese, su cui teoricamente si fonda il potere dei principali partiti politici iracheni. Chiare indicazioni sono comunque emerse dell’intenzione di svariati partiti dell’opposizione di sfruttare le proteste in atto per indebolire il governo del primo ministro Mahdi. Tra di essi figura anche il movimento di Sadr, nonostante il religioso sciita abbia svolto un ruolo determinante lo scorso anno per far nascere l’attuale esecutivo.

Secondo un analista turco citato da Al Jazeera, “nel breve periodo, questo governo non sarà in grado di incidere significativamente sulla situazione economica”, né, a suo dire, un cambio alla guida del paese potrà dare qualche contributo a risolvere gli stessi problemi economici oppure quelli legati a “corruzione, terrorismo e minacce alla sicurezza”.

La sostanziale paralisi del governo di Baghdad è dovuta principalmente a fattori esterni, riconducibili alle conseguenze destabilizzanti del colossale crimine commesso dagli Stati Uniti nel 2003. In seguito alla caduta di Saddam Hussein, all’invasione americana e al conflitto sanguinoso che ne era seguito, l’Iraq e la sua popolazione hanno dovuto fare i conti con una situazione sociale drammatica, con il riesplodere di sanguinosi conflitti settari e il consumarsi entro i propri confini delle rivalità regionali, per non parlare del caos prodotto dal dilagare dello Stato Islamico (ISIS) e dalla guerra nella vicina Siria.

Le proteste di questi giorni, perciò, rischiano di provocare ulteriori scosse per un paese e una classe dirigente già costretti, in un clima regionale sempre più infuocato, a muoversi con estrema cautela per cercare di conciliare gli interessi di potenze come Stati Uniti e Iran, di gran lunga i due paesi con la maggiore influenza sulla realtà irachena.

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