A giudicare da quanto sostengono i media ufficiali e buona parte della classe dirigente britannica, un’eventuale vittoria del Partito Laburista nelle elezioni anticipate del 12 dicembre prossimo potrebbe rappresentare una vera e propria catastrofe per i circa 300 mila abitanti di fede ebraica del Regno Unito. Una prospettiva di questo genere appare assurda da ogni punto di vista, ma si è infilata in maniera prepotente nel dibattito politico del paese, trasformandosi in un’autentica caccia alle streghe che ha come obiettivo primario quello di impedire l’ingresso a Downing Street del numero uno laburista, Jeremy Corbyn.

 

Le accuse in larga misura senza fondamento di antisemitismo, in particolare contro l’ala sinistra del “Labour”, circolano ormai da qualche anno e la ragione di fondo di questa campagna ha generalmente sempre avuto a che fare proprio con gli sforzi di liquidare la leadership “progressista” di Corbyn.

Come arma elettorale, nelle mani sia degli ambienti filo-conservatori sia della destra laburista, le accuse di antisemitismo emergono così di volta in volta nel Regno Unito in concomitanza con eventi politici di particolare rilievo. Non è una sorpresa perciò che esse siano tornate ad affacciarsi nel panorama politico a due settimane da un voto cruciale e, forse, anche in parallelo alla notizia di un possibile recupero in termini di consensi del Partito Laburista, dato finora in ritardo rispetto a quello Conservatore.

A iniettare nuovamente la questione ultra-tossica nella campagna elettorale è stato un editoriale probabilmente senza precedenti apparso martedì sul Times di Londra a firma del capo rabbino britannico Ephraim Mirvis. La principale autorità religiosa ebraica del Regno Unito ha avuto parole pesantissime contro Corbyn e il suo partito, dipingendo quest’ultimo come una sorta di covo infestato irrimediabilmente dal “veleno” dell’antisemitismo.

I toni di Mirvis nascondono evidentemente un risentimento che va al di là della questione dell’antisemitismo nel “Labour”, che egli stesso deve riconoscere come poco più di una fantasia. Le preoccupazioni ostentate per la perdita “dell’orientamento morale” del Regno Unito, così come il definire una “finzione menzognera” l’impegno di Corbyn per estirpare l’antisemitismo dal suo partito, sembrano rivelare piuttosto timori più profondi, legati alla tenuta sociale del paese con l’irrompere sulla scena politica di un’agenda “radicale”, sia pure di quasi impossibile implementazione, come quella proposta dal leader laburista.

Non è probabilmente un caso, d’altra parte, che le parole del rabbino Mirvis riflettano inquietudini condivise più che altro dagli ambienti imprenditoriali ebraici e siano state subito appoggiate da altri leader religiosi. Dai vertici della chiesa anglicana e da quelli della comunità musulmana è arrivata infatti la solidarietà agli ebrei britannici per i presunti rischi derivanti da un successo elettorale del Partito Laburista. Da parte del Consiglio Musulmano della Gran Bretagna non sono mancati tuttavia gli attacchi anche a quello Conservatore per le reali e ben più gravi tendenze anti-islamiche al suo interno. Di questo fenomeno, però, continua a non esserci quasi traccia sulla stampa ufficiale.

Le dichiarazioni del rabbino Mirvis corrispondono dunque niente meno che a un mega-sponsor elettorale per il primo ministro Boris Johnson e i conservatori. La polemica, d’altra parte, minaccia di avere ripercussioni che vanno oltre la comunità e gli elettori di fede ebraica, i quali costituiscono più del 10% dei votanti appena in cinque distretti del Regno Unito. I media “mainstream” continuano infatti a dare ampio spazio e ad alimentare le accuse di antisemitismo contro i laburisti e Corbyn, con il preciso obiettivo di influenzare una fetta più ampia dell’elettorato dipingendo il leader dell’opposizione e i suoi sostenitori come razzisti irriducibili, quindi inadatti a governare.

Corbyn, da parte sua, è stato costretto ancora una volta ad affrontare le accuse nel corso di un’apparizione alla BBC nella giornata di martedì. Per parecchi minuti, il conduttore della trasmissione ha insistito sulla questione e riproposto le denunce del rabbino Mirvis. Il leader del “Labour” si è più volte rifiutato di scusarsi per un comportamento offensivo nei confronti della comunità ebraica che, se effettivamente tale all’interno del suo partito, è espressione di una ridottissima minoranza. Inoltre, Corbyn ha fatto riferimento alla posizione ufficiale appena presentata pubblicamente dai vertici laburisti, che definisce l’antisemitismo come “vile e sbagliato” e promette tolleranza zero contro questo fenomeno “in ogni sua forma”.

La colpa di Jeremy Corbyn in questo ambito è se mai quella di non avere risposto fermamente alle accuse di antisemitismo rivolte nei suoi confronti. Anzi, in più di un’occasione ha ad esempio assecondato l’adozione di provvedimenti disciplinari, inclusa l’espulsione, contro esponenti del partito tacciati ingiustamente di antisemitismo. Così facendo, Corbyn ha finito per incoraggiare i propri oppositori con una dinamica del tutto simile a quella che ha caratterizzato l’offensiva interna da parte della destra del partito per colpire la leadership progressista su altri fronti, dall’economia alla sicurezza nazionale.

Gli esempi dell’isteria anti-laburista riguardo il presunto dilagare dell’antisemitismo sono comunque molteplici. Recentemente, il Guardian ha pubblicato una lettera aperta firmata da alcune personalità pubbliche britanniche, tra cui il noto romanziere John Le Carré, che hanno invitato gli elettori a non votare per il “Labour” il prossimo 12 dicembre, poiché così facendo potrebbero favorire l’installazione alla guida del paese di un “primo ministro profondamente associato all’antisemitismo”. Un altro importante rabbino britannico, di stanza nel distretto dell’ex premier Theresa May, ha poi anch’egli scritto della minaccia rappresentata da Corbyn per gli ebrei del Regno Unito in un articolo sul quotidiano Daily Mail.

Una parte della stampa ebraica ha infine partecipato alla caccia alle streghe. In prima fila c’è la testata Jewish Chronicle, il cui direttore, Stephen Pollard, continua ad avvertire i suoi lettori del pericolo Corbyn. Su questo giornale è stato anche pubblicato un sondaggio fuorviante, secondo il quale l’87% degli ebrei britannici ritiene Corbyn anti-semita. Lo studio, in realtà, descrive l’impatto sulla comunità ebraica della campagna diffamatoria in atto contro il Partito Laburista e la sua leadership.

La favola che dipinge Corbyn come anti-semita è smentita dalla sua lunga carriera politica spesa a combattere il razzismo dentro e fuori il Parlamento di Londra. Ciò che lo espone a questa accusa è in primo luogo la condanna dei crimini dello stato di Israele e la difesa dei diritti del popolo palestinese. Due atteggiamenti che nulla hanno a che vedere con l’antisemitismo, ma che sempre più frequentemente e in maniera strumentale vengono a esso associati dagli ambienti sionisti e dai sostenitori di Israele.

L’aspetto più singolare di questa campagna è che, mentre la sinistra del Partito Laburista è associata fantasiosamente con l’antisemitismo, a tutto vantaggio del Partito Conservatore, è proprio nella destra – britannica e non solo – che viene registrato un aumento delle tendenze razziste, a cominciare da quelle contro l’ebraismo.

Che il problema dell’antisemitismo sia in pratica inesistente all’interno del “Labour” britannico è confermato anche da indagini e statistiche sull’argomento. Lo scorso mese di ottobre, ad esempio, un giornale non esattamente filo-laburista come The Economist aveva pubblicato uno studio che mostrava come gli elettori “molto di sinistra”, potenzialmente vicini alle posizioni di Jeremy Corbyn, fossero quelli con le minori probabilità di avere opinioni anti-semite. Al contrario, rispetto a questi ultimi, era quasi quattro volte più probabile che a esprimere simili sentimenti razzisti fossero gli elettori di destra.

Uno studio interno al Partito Laburista confermava in sostanza questo quadro. In esso veniva dimostrato come gli episodi rilevati di antisemitismo tra i circa 500 mila iscritti al partito ammontavano appena allo 0,08%, vale a dire una quota di un terzo inferiore rispetto al dato relativo alla popolazione britannica in generale.

Questa realtà conduce ad almeno due considerazioni sulla natura delle accuse di antisemitismo rivolte a Jeremy Corbyn e al suo partito. La prima è che la campagna di discredito in corso, alimentata ad arte dalle lobby sioniste, punta a impedire l’elezione di un nuovo governo britannico a guida laburista che potrebbe indebolire l’appoggio finora garantito praticamente senza riserve da Londra a Israele e ai crimini contro i palestinesi.

La seconda riguarda invece un altro obiettivo indiretto dell’aggressione alla sinistra laburista. Ingigantendo in maniera artificiale un problema inesistente, si cerca cioè di tenere fuori dalla campagna elettorale i problemi economici e sociali del Regno Unito, in modo da ostacolare la discussione attorno al programma del “Labour”, almeno in apparenza tra i più radicalmente progressisti degli ultimi decenni, e favorire la continuazione delle distruttive politiche ultra-liberiste di Boris Johnson e del Partito Conservatore.

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