Un voto del parlamento di Budapest nella giornata di lunedì ha assegnato poteri di fatto dittatoriali al controverso primo ministro ungherese, Viktor Orbán, ufficialmente per combattere il diffondersi dell’epidemia di Coronavirus. Il colpo di mano di Orbán è finora il più estremo dei provvedimenti adottati dai governi di tutto il mondo impegnati nella crisi sanitaria in atto. Molti altri anche in Occidente, tuttavia, si stanno muovendo o si sono già mossi in questa direzione autoritaria, inclusi quei paesi da dove sono arrivate alcune delle critiche più ferme nei confronti della deriva anti-democratica ungherese.

 

Quanto accaduto a Budapest appare poco sorprendente ed è anzi la logica conseguenza del processo di consolidamento del potere di Orbán e del suo partito (Fidesz) in corso ormai da un decennio. I pieni poteri ottenuti lunedì si inseriscono in un quadro già segnato dalla sostanziale eliminazione della stampa indipendente, così come dal controllo da parte del governo del sistema giudiziario ungherese. Orbán e Fidesz sono notoriamente legati ad ambienti di estrema destra e in questi anni hanno condotto una feroce campagna xenofoba contro i migranti.

Orbán aveva dichiarato l’emergenza nazionale a causa del Coronavirus l’11 marzo scorso e da subito erano partite le manovre per introdurre un pacchetto di leggi draconiane. Il 23 marzo il parlamento aveva però respinto una mozione d’urgenza del governo per ottenere poteri straordinari, perché in prima lettura era necessaria una maggioranza di quattro quinti dei votanti.

Una settimana più tardi, la seconda discussione della legge si è conclusa con un voto favorevole, essendo sufficiente solo una maggioranza di due terzi, precisamente quella detenuta da Fidesz. Alla fine, 137 deputati hanno appoggiato il pacchetto di misure proposto da Orbán, cioè quattro in più del necessario. 53 sono stati i contrari e 9 gli astenuti.

In maniera cruciale, il provvedimento non prevede una scadenza precisa, ma sarà effettivo fino a che il governo considererà in atto l’emergenza COVID-19. Come per la sua approvazione, la revoca dei pieni poteri del capo del governo dovrà essere approvata da un altro voto dei due terzi del parlamento e ratificata dalla firma del presidente ungherese.

Nonostante le critiche rivolte contro Orbán, i partiti di opposizione non erano contrari in linea di principio ad assegnare poteri dittatoriali al premier. Un deputato del Partito Socialista ha confermato che “l’opposizione condivide la necessità di garantire al governo poteri più ampi rispetto a quelli fissati dalla Costituzione”. La questione chiave è stata l’assenza di una data precisa di scadenza, oltre la quale i partiti anti-Fidesz erano comunque disposti a valutare eventuali proroghe.

Concretamente, la nuova legislazione prevede per la durata dell’emergenza la cancellazione di elezioni e referendum, mentre il primo ministro avrà la facoltà di sospendere l’implementazione di determinate leggi. Particolarmente inquietanti sono le misure che introducono pene detentive per chiunque esprima pubblicamente opinioni o pubblichi notizie che potrebbero ostacolare gli sforzi per la “protezione” dal Coronavirus. In altre parole, qualsiasi critica al comportamento o alla propaganda governativa potrà essere punita con il carcere. Pesantissime – da cinque a otto anni di carcere – sono anche le pene previste per chi viola la quarantena.

In definitiva, il governo ungherese potrà legiferare in maniera autonoma e senza il parlamento. I propri decreti andranno direttamente al presidente della repubblica per essere ratificati. Il testo del provvedimento afferma che l’esecutivo può “introdurre misure eccezionali per garantire la stabilità della vita e della salute, la sicurezza materiale e personale dei cittadini e dell’economia”. In ambito economico, sono state peraltro già messe sotto il controllo dei militari quasi 150 aziende strategiche. L’obiettivo principale della decisione di Orbán, assieme a quello di garantire la continuità di linee di produzione fondamentali per il paese, è di reprimere sul nascere eventuali proteste di quanti sono costretti a lavorare in condizioni sanitarie tutt’altro che sicure.

Che la crisi del Coronavirus sia utilizzata come un pretesto da Orbán è confermato dal fatto che il governo aveva cercato fin dall’inizio dell’epidemia di minimizzare la gravità della situazione. In queste settimane, solo qualche migliaia di test di positività sono stati effettuati e poche e inefficaci sono invece le misure adottate per rafforzare il sistema sanitario, già messo a durissima prova dai casi relativamente contenuti registrati finora dall’Ungheria.

Se la tendenza apertamente dittatoriale del governo Orbán in Ungheria è innegabile e rappresenta il culmine di un’involuzione in corso da anni, è chiaro anche che le critiche arrivate da istituzioni come il Consiglio d’Europa o l’OSCE, così come dei singoli governi e parlamentari europei, siano in larga misura strumentali. Questo processo di accentramento dei poteri è infatti avvenuto senza che l’Europa, essa stessa nel pieno di una profondissima crisi di legittimità democratica, sia stata in grado di adottare contromisure efficaci.

Nei confronti di Budapest continua poi a esserci un fuoco incrociato di accuse non tanto o non solo per la deriva anti-democratica in corso, quanto per i legami economici e strategici costruiti in questi anni da Orbán con la Russia di Vladimir Putin. A pesare è anche il fatto che l’Ungheria è uno dei paesi europei maggiormente coinvolti nei piani di integrazione euro-asiatica promossi dalla Cina.

Come già anticipato, il ricorso a metodi autoritari in questa fase di crisi sta caratterizzando la condotta di molti governi “democratici”, sia come occasione per rafforzare ancora di più i poteri dell’esecutivo sia per garantire la continuità dei profitti privati e le quote di mercato delle grandi aziende a fronte dell’intensificarsi delle tensioni sociali e delle lotte dei lavoratori per la difesa della salute.

Paesi come la Gran Bretagna hanno approvato pacchetti legislativi di emergenza che includono misure gravemente lesive delle libertà democratiche, come ad esempio quelle che assegnano alle forze di polizia la totale discrezione di arrestare quanti sono considerati una “minaccia” per la salute pubblica. In Israele, il governo Netanyahu si è auto-assegnato a sua volta poteri vastissimi di sorveglianza che permettono all’agenzia di intelligence domestica di tracciare i movimenti dei contagiati tramite i loro telefoni cellulari.

Anche negli Stati Uniti, oltre all’approvazione di un pacchetto di aiuti fortemente sbilanciato a favore dei grandi interessi economici e finanziari, l’orientamento anti-democratico dell’amministrazione Trump appare evidente, come conferma una proposta di legge presentata qualche settimana fa al Congresso che chiedeva, tra l’altro, la sospensione del cosiddetto “habeas corpus” durante l’emergenza Coronavirus.

In Giappone, paese tra i più colpiti dall’epidemia, un paio di settimane fa il governo ha ottenuto a larga maggioranza il potere di dichiarare lo stato di emergenza a propria completa discrezione e senza un voto del parlamento per i prossimi due anni. In Spagna e altrove, infine, le forze di polizia sono intervenute già in varie occasioni per reprimere le agitazioni dei lavoratori che chiedevano strumenti sanitari adeguati e condizioni di sicurezza sui luoghi di lavoro.

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