Visto il fallimento della strategia seguita finora per rimuovere con la forza il legittimo presidente venezuelano Nicolas Maduro, l’amministrazione Trump ha sfoderato questa settimana un’offerta di stampo mafioso che la leadership del paese sudamericano dovrebbe accettare per mettere in moto un nuovo “piano di transizione” politica. La “proposta” del segretario di Stato USA, Mike Pompeo, è in realtà un’altra manovra per provare a dividere il governo e i vertici militari del Venezuela, nel tentativo di sfruttare la crisi sanitaria in atto per imporre finalmente a Caracas un regime filo-americano.

 

Il cosiddetto “Accordo per la Transizione Democratica” arriva singolarmente solo alcuni giorni dopo che Trump aveva messo una taglia di 15 milioni di dollari sulla testa di Maduro e di altri esponenti di spicco del governo bolivariano, perché accusati assurdamente di essere coinvolti nel traffico di droga diretto verso gli Stati Uniti. Con il nuovo piano, perciò, appare evidente come Washington intenda a suo modo offrire una sorta di via d’uscita al presidente venezuelano, convincendolo ad abbandonare volontariamente il proprio incarico.

In un’intervista ampiamente riportata dalla stampa d’oltreoceano, il carattere ricattatorio dell’offerta americana è stato sottolineato da un anonimo funzionario del governo USA, probabilmente Elliot Abrams, il criminale condannato nell’ambito dello scandalo “Iran-Contras”nominato inviato speciale per il Venezuela dell’amministrazione Trump. Questa fonte governativa ha ricordato la sorte dell’ex uomo della CIA a Panama, Manuel Noriega, per spiegare come, “storicamente, coloro che non collaborano con la legge americana finiscano male”. Maduro, perciò, potrebbe rimpiangere la mancata accettazione della proposta appena sottoposta dalla Casa Bianca.

Il piano americano prevede la creazione di un “Consiglio di Stato” che dovrebbe assumere tutti i compiti dell’Esecutivo fino a nuove elezioni, da tenersi tra i prossimi sei-dodici mesi. Di questo organo dovrebbero far parte cinque membri accettabili per entrambe le “fazioni” contrapposte e la cui scelta spetterebbe all’Assemblea Nazionale, controllata dall’opposizione filo-americana ma esautorata dall’Assemblea Costituente eletta nel 2017. Peccato che l’Assemblea sia stata esautorata prima e riformata successivamente con i voti della stessa opposizione e che Guaidò non sia più suo Presidente.

In una conferenza stampa da Washington, Pompeo ha aggiunto che le sanzioni imposte al Venezuela potrebbero essere cancellate con l’implementazione del piano di transizione e dopo la partenza dal paese di tutte le “forze di sicurezza straniere”. Il riferimento è al personale russo, cinese e cubano presente in Venezuela, a conferma del fatto che il principale interesse americano è lo sganciamento strategico di Caracas dalle potenze rivali di Washington.

Questo obiettivo è rafforzato da un’altra condizione inclusa nell’accordo, cioè la prospettiva di aprire negoziati con istituzioni internazionali allineate a Washington, come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e la Banca Interamericana di Sviluppo, per creare “programmi finanziari di supporto” al Venezuela.

Al centro degli sforzi di Washington c’è poi un elemento cruciale che ha segnato tutti i falliti tentativi di promuovere un colpo di stato contro Maduro nei mesi scorsi, vale a dire il venir meno dell’appoggio garantito al presidente da parte delle forze armate. La proposta USA prevede infatti che tutti gli “alti comandi militari venezuelani” restino al loro posto durante il periodo di “transizione”. In questo senso, la proposta non è rivolta all’insieme della classe politica del Venezuela, né tanto meno al suo popolo, ma rappresenta un ulteriore espediente per favorire un golpe sotto forma di accordo bipartisan volto a risolvere il conflitto in corso secondo gli interessi americani.

Uno degli aspetti più significativi dell’accordo offerto da Washington è che lo stesso autoproclamato presidente-fantoccio, Juan Guaidó, su cui si è sempre basato il tentativo di spallata a Maduro, dovrebbe anch’egli farsi da parte. La decisione su Guaidó è un’altra testimonianza della presa d’atto del fallimento delle precedenti manovre americane e dell’impossibilità di costruire il consenso sufficiente a mettere alla guida del Venezuela un deputato fino a pochi mesi fa virtualmente sconosciuto nel suo stesso paese.

Non è un mistero che Guaidó non sia riuscito a guadagnare il benché minimo consenso in patria, nonostante le fanfare dei governi dell’ultradestra latinoamericana e soprattutto della OEA guidata dal rieletto Almagro, odiatore compulsivo del governo di Caracas. La scelta dell’esponente dell’ultradestra golpista si è quindi rivelata fallimentare, anche perché Guaidó si é caratterizzato soprattutto per le ruberie dei milioni di dollari che gli venivano assegnati da Washington e per i suoi legami poco presentabili con alcuni cartelli colombiani, cosa che ha imbarazzato non poco la Casa Bianca. La parte maggioritaria dell’opposizione venezuelana ha comunque già da tempo sconfessato Guaidó e il suo socio in affari Leopoldo Lopez ed il margine di manovra del loro partito - Voluntad Popular - appare ridotto al minimo, considerando il già scarso consenso di cui godeva.

Pompeo non ha comunque escluso che Guaidó possa presentarsi alle elezioni presidenziali che dovrebbero tenersi al termine del periodo di transizione previsto. Allo stesso modo, nel piano USA non viene esplicitamente proibito nemmeno a Maduro di correre per una carica che già ricopre legittimamente. Il segretario di Stato, tuttavia, ha affermato senza mezzi termini che “Nicolas Maduro non governerà mai più il Venezuela”.

L’iniziativa americana è dunque la più recente di una serie di mosse che intendono aumentare le pressioni su Caracas proprio in concomitanza con il diffondersi dell’epidemia di Coronavirus. Non solo gli Stati Uniti con le loro sanzioni brutali hanno creato una situazione interna al paese latinoamericano che, alla luce della situazione attuale, potrebbe avere conseguenze devastanti, ma cercheranno di sfruttare al massimo gli effetti del virus per mettere in ginocchio il Venezuela e provocare il sospirato cambio di regime.

Il governo di Caracas, da parte sua, ha prevedibilmente rimandato subito al mittente l’assurda proposta americana. Il ministro degli Esteri, Jorge Arreaza, ha ricordato alla Casa Bianca come, al di là di quanto affermino o desiderino gli Stati Uniti, “le decisioni sul Venezuela saranno prese in Venezuela, in accordo con le sue istituzioni e la sua Costituzione”. Lo stesso diplomatico ha correttamente caratterizzato il piano di Washington come “l’ossessione USA per il controllo del Venezuela e del suo petrolio”.

In un comunicato ufficiale, poi, il governo bolivariano ha collegato il processo di transizione avanzato dagli Stati Uniti alle vicende legate al Coronavirus. Per Caracas, l’amministrazione Trump cerca “di trarre un vantaggio geopolitico nel mezzo della più terrificante pandemia globale”. Un atteggiamento di questo genere, continua la nota ufficiale, “può solo venire dalla miseria di persone senza la minima sensibilità e preoccupazione sociale”.

Le scarse chances di successo anche del più recente tentativo di colpo di mano in Venezuela sono ad ogni modo garantite dalla persistente mancanza di un significativo sostegno popolare per gli ambienti politici ed economici ultra-reazionari su cui si fondano le manovre americane. L’altro fattore decisivo nello scoraggiare azioni più incisive contro Maduro è la partnership di Caracas con Pechino e, soprattutto, con Mosca. La Cina ha già ricordato agli Stati Uniti che il Venezuela non è territorio statunitense e che la politica internazionale debba essere declinata nel rispetto del diritto internazionale.

Il governo e i media ufficiali americani hanno a questo proposito sottolineato spesso strumentalmente una recente conversazione telefonica tra Trump e Putin, durante la quale i due presidenti avrebbero discusso anche della situazione in Venezuela. Nonostante gli sforzi per collegare il colloquio a un possibile accordo russo alla proposta di transizione politica USA, le posizioni del Cremlino non sembrano essere cambiate.

Ciò è confermato anche dai recenti sviluppi riguardanti il colosso petrolifero russo Rosneft, ugualmente usati dalla stampa “mainstream” per insinuare il possibile allentarsi dell’appoggio di Mosca a Maduro. I vertici di Rosneft qualche giorno fa avevano annunciato la vendita di tutti i propri interessi in Venezuela, ma in realtà questi ultimi sono stati trasferiti a una entità posseduta al 100% dal governo russo.

La misura è stata decisa sostanzialmente per difendere Rosneft e i suoi investitori, tra cui British Petroleum (BP) e il fondo sovrano d'investimento del Qatar, dalle sanzioni americane. In questo modo, un’ulteriore stretta USA sul petrolio venezuelano comporterebbe un attacco diretto contro il Cremlino, da dove, come ha spiegato lo stesso Maduro qualche giorno fa citando un messaggio dell’ambasciatore russo a Caracas, è stato ribadito il “totale sostegno strategico” di Mosca alla repubblica bolivariana.

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