L’insediamento del nuovo governo di Israele nella giornata di giovedì, al termine di un lunghissimo periodo di stallo politico, inaugurerà un esecutivo dalla composizione insolita e con un obiettivo a breve scadenza difficilmente equivocabile. Nonostante la pandemia in atto, non si tratta della lotta al Coronavirus, ma piuttosto dell’annessione di almeno una parte del territorio palestinese della Cisgiordania, dove sorgono decine di insediamenti israeliani illegali.

Il gabinetto guidato ancora una volta da Netanyahu è il risultato del clamoroso voltafaccia del suo ormai ex rivale numero uno, l’ex capo di Stato Maggiore Benny Gantz. Alla guida della coalizione di centro-sinistra “Blu e Bianca”, quest’ultimo era andato vicino a sconfiggere il Likud di Netanyahu nelle tre elezioni tenute in Israele nell’ultimo anno e mezzo, ma non era mai riuscito a mettere assieme in parlamento (“Knesset”) una maggioranza sufficiente a governare.

 

Malgrado avesse promesso di non accettare in nessun modo di partecipare a un governo con un primo ministro sottoposto a processo per corruzione e abuso di potere, come appunto Netanyahu, Gantz qualche settimana fa aveva alla fine sottoscritto un accordo con il rivale, motivando la sua decisione con la necessità di unire le forze per combattere la diffusione del COVID-19.

L’intesa tra i due leader ha spaccato di fatto l’alleanza guidata da Gantz e la fazione che ha seguito l’ex generale ha permesso a Netanyahu di conservare il suo incarico per i prossimi 18 mesi. In seguito, sarà Gantz a diventare primo ministro, anche se non è da escludere un ulteriore voto anticipato che, viste le tendenze auto-lesioniste dell’opposizione, favorirebbe con ogni probabilità Netanyahu e la destra israeliana.

Come già anticipato, gli sforzi iniziali del nuovo esecutivo saranno concentrati sul piano di annessione della Cisgiordania, a cui ha dato il proprio consenso anche lo stesso Gantz. Questa mossa palesemente illegale faceva parte delle promesse elettorali di Netanyahu per mobilitare gli elettori di destra e prende spunto dalla “proposta di pace” per il Medio Oriente partorita dall’amministrazione Trump lo scorso mese di gennaio. In questa “road map”, presa sul serio solo dagli ambienti ultra-sionisti di estrema destra, è previsto il riconoscimento della sovranità di Israele su circa il 30% del territorio palestinese occupato in violazione del diritto internazionale.

La posizione espressa dalla Casa Bianca contraddice quella ufficiale tenuta tradizionalmente dai governi americani. Ciononostante, almeno nella forma, l’appropriazione di queste terre dovrebbe avvenire nel quadro della creazione di uno pseudo-stato palestinese. Nel concreto, è del tutto plausibile che Washington finirà invece per approvare l’annessione anche in assenza di un qualsiasi dialogo con la leadership palestinese.

Il faticoso accordo di governo raggiunto a Tel Aviv prevede comunque che la questione dell’annessione possa essere discussa solo a partire dal primo luglio prossimo. Il periodo estivo sarà perciò molto caldo in Medio Oriente, soprattutto perché Netanyahu ha tutta l’intenzione di accelerare i tempi per mandare in porto l’operazione prima delle elezioni americane di novembre, in modo da mettere di fronte al fatto compiuto un eventuale nuovo presidente democratico.

La questione resta in ogni caso molto controversa sia a Washington sia negli ambienti relativamente moderati di Israele. A preoccupare non sono tanto i diritti del popolo palestinese o il rispetto della legalità, quanto le ripercussioni a livello internazionale e il possibile esplodere di proteste in Palestina e nel mondo arabo. Secondo alcuni, Netanyahu e Gantz potrebbero così alla fine decidere un’annessione più o meno “simbolica” su una porzione limitata della Cisgiordania.

Ciò non farebbe ovviamente nulla per ridurre il livello di criminalità del governo di Israele. Oltretutto, è chiaro che una decisione unilaterale in questo senso chiuderebbe definitivamente qualsiasi spiraglio di un già inesistente dialogo di pace con i vertici palestinesi. L’avvento di Trump alla Casa Bianca ha d’altra parte comportato la liquidazione anche formale dell’aderenza degli USA alle norme del diritto internazionale in merito al comportamento di Israele, legittimando aberrazioni come il riconoscimento di Gerusalemme a capitale dello stato ebraico e la sovranità di questo sulle alture del Golan siriane.

Netanyahu, da parte sua, sembra maggiormente preoccupato per le possibili relative resistenze all’annessione che potrebbero arrivare dagli Stati Uniti, dove la maggioranza dell’opinione pubblica continua a preferire una soluzione negoziata alla crisi palestinese e, soprattutto, l’immagine di Israele appare più compromessa rispetto al passato.

La partita sull’annessione di parte della Cisgiordania si dovrebbe giocare perciò soprattutto a Washington. Infatti, per guidare questo processo, Netanyahu ha appena nominato un nuovo ambasciatore israeliano negli Stati Uniti con un curriculum adeguato allo scopo. L’ex ministro della Pubblica Sicurezza, Gilad Erdan, ricoprirà insolitamente anche l’incarico di ambasciatore presso le Nazioni Unite, così da coordinare più efficacemente la campagna di “public relations” di Israele volta a legittimare il furto di terra palestinese.

La scelta di Netanyahu per questo ruolo chiave è ricaduta su un suo fedelissimo, anche se con ambizioni di succedere in futuro al primo ministro, nonché irriducibile sostenitore dell’annessione senza condizioni dei territori occupati. Il commentatore israeliano, Yonathan Mendel, ha spiegato in un’intervista al giornale on-line Middle East Eye come il futuro ambasciatore Erdan abbia svolto finora un ruolo di primo piano nel combattere il movimento che chiede il boicottaggio di Israele per i crimini commessi contro i palestinesi. Erdan ha fatto pressioni sulle università americane per reprimere le attività degli studenti impegnati in questa campagna, mentre sul fronte domestico ha contribuito a impedire l’ingresso in Israele e in Palestina degli attivisti provenienti dall’estero.

Mendel ha ricordato poi la violenza retorica di Erdan, spesso protagonista di discorsi pubblici nei quali incitava all’odio contro i membri arabo-israeliani della Knesset, accusati di essere “sostenitori del terrorismo”. Secondo l’attivista palestinese per i diritti umani, Khaled Zabarqa, il futuro ambasciatore di Tel Aviv al Palazzo di Vetro è inoltre riuscito a “istituzionalizzare il razzismo e le provocazioni contro i palestinesi all’interno di Israele”. Infatti, durante la sua permanenza nel governo Netanyahu, si è registrato un aumento degli attacchi e delle violazioni dei diritti dei palestinesi da parte delle forze di sicurezza a Gerusalemme Est.

Naturalmente, Gilad Erdan appoggia da sempre l’ampliamento delle occupazioni e l’annessione dei territori palestinesi e a questo scopo ha tenuto frequentemente discorsi pubblici infuocati. Nel gennaio del 2018, ad esempio, aveva esortato in maniera esplicita il governo ad annettere gli insediamenti in Cisgiordania, poiché era giunto “il momento di esercitare i diritti garantiti dalla Bibbia” sulla terra palestinese. Per Erdan era necessario approfittare della presenza alla Casa Bianca di un presidente così ben disposto verso Israele come Donald Trump.

Di un possibile coordinamento con Washington nella presentazione del piano di annessione potrebbe avere discusso il premier Netanyahu con il segretario di Stato USA, Mike Pompeo, arrivato in visita in Israele mercoledì. Tra gli ostacoli che i due alleati dovranno superare ci sono anche le resistenze dell’Europa, da dove questa settimana sono giunti avvertimenti di possibili sanzioni contro Israele se si procederà con l’appropriazione dei territori palestinesi.

A fare la differenza sarà in ogni caso il via liberà americano e Netanyahu non dovrà probabilmente preoccuparsi troppo nemmeno in caso di un avvicendamento alla Casa Bianca il prossimo anno. I democratici continuano a ostentare atteggiamenti più critici verso i crimini di Israele, ma dimostrano poca o nessuna voglia di contrastare concretamente le iniziative di Tel Aviv né, tantomeno, di imporre un prezzo al comportamento illegale del principale alleato di Washington in Medio Oriente.

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