Un attacco terroristico di una violenza inaudita anche per gli standard afgani ha seminato questa settimana il terrore a Kabul e assestato un colpo forse letale alle residue speranze di una soluzione diplomatica del conflitto nel paese centro-asiatico. Anche se il blitz nel reparto maternità di un ospedale della capitale non è stato per ora rivendicato da nessun gruppo armato, il governo-fantoccio del presidente Ashraf Ghani ha subito reagito con l’ordine di riprendere le operazioni militari contro i Talebani, allontanando ancora di più l’ipotesi dei negoziati promossa da Washington.

Gli attentati contro forze governative o civili sono stati in realtà almeno quattro negli ultimi giorni, ma il più raccapricciante è stato quello in una struttura sanitaria di Kabul che ospita un reparto maternità gestito da Medici Senza Frontiere. Martedì mattina è stato preso d’assalto da guerriglieri armati che, prima di essere uccisi dalle forze di sicurezza afgane, hanno massacrato 24 persone, tra cui 16 donne e due neonati. Almeno sei bambini appena venuti alla luce hanno perso la madre nell’attacco.

 

L’altro grave episodio è avvenuto invece nella provincia orientale di Nangarhar, dove è stato preso di mira un funerale. Qui le vittime ammontano a 32 e a rivendicare il blitz è stato un gruppo armato collegabile allo Stato Islamico (ISIS), da qualche tempo attivo anche in Afghanistan.

I Talebani hanno da parte loro negato il coinvolgimento nella strage di Kabul e, secondo quanto affermato alla Reuters da un’anonima fonte interna al governo americano, le modalità dell’attentato non sembrerebbero in effetti quelle degli “studenti del Corano”. Alla fine di febbraio, i Talebani e gli Stati Uniti avevano sottoscritto un accordo di pace che impegna i primi a non attaccare le forze di occupazione. Fuori dall’intesa era restato invece il governo di Kabul e le proprie forze di sicurezza, contro le quali i Talebani hanno continuato a condurre operazioni, sia pure di intensità relativamente ridotta rispetto al recente passato.

L’accordo firmato a Doha prevede anche il ritiro di quasi 5 mila soldati americani dall’Afghanistan entro il mese di luglio e, se dovessero esserci le condizioni, un’ulteriore graduale riduzione del contingente di occupazione nei mesi successivi. Uno dei punti chiave del processo diplomatico è l’apertura di un negoziato di pace tra i Talebani e il governo afgano appoggiato da Washington.

L’amministrazione Trump aveva esercitato forti pressioni sul presidente Ghani per muoversi in questo senso, ma i progressi sono per il momento inesistenti e gli eventi di questa settimana rischiano far naufragare l’intero processo. A innescare i colloqui avrebbe dovuto essere uno scambio di prigionieri da finalizzare entro l’inizio di marzo. Ghani aveva però puntato i piedi, soprattutto per essere stato di fatto escluso dai negoziati tra gli USA e i Talebani. In seguito, la liberazione dei detenuti è partita, anche se a rilento, ma il confronto voluto dalla Casa Bianca è rimasto in larga misura sulla carta.

La divergenza di vedute tra Kabul e Washington è esplosa dopo l’attentato di martedì. Per Ghani l’evento è di una gravità tale da far saltare qualsiasi negoziato. Il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente afgano, Hamdullah Mohib, ha ribadito infatti su Twitter come il governo ritenga ci sia “poco senso nel continuare a confrontarsi con i Talebani”, vista la loro incapacità nel controllare la violenza nel paese. Per gli Stati Uniti, al contrario, un fatto così drammatico, al di là di chi sia il responsabile, dovrebbe invece spingere le due parti a trovare un punto di incontro e mettere fine alla violenza.

I primi segnali non indicano comunque un’evoluzione degli scenari secondo le intenzioni americane. Le forze armate afgane, in “modalità difensiva” dal mese di febbraio, sono state infatti riattivate da un ordine del presidente Ghani e potrebbero tornare a breve a condurre operazioni “offensive” contro i Talebani. Questa ipotesi riaccenderebbe la spirale di violenza, costringendo i militari USA ad appoggiare militarmente il governo di Kabul.

L’evolversi della situazione in Afghanistan minaccia quindi di creare un complicato dilemma per la Casa Bianca. Il pieno coinvolgimento nella guerra del governo Ghani contro i Talebani finirebbe con ogni probabilità per far saltare l’accordo di pace di Doha. L’intervento a fianco delle forze governative appare d’altra parte inevitabile, vista la sostanziale inefficacia di queste ultime.

Una soluzione diplomatica al conflitto e il ritiro della gran parte del contingente americano resta in ogni caso un obiettivo primario di Trump in vista delle presidenziali di novembre, sia pure senza abbandonare l’ascendente strategico su un paese cruciale per gli intrecci tra grandi potenze nel continente asiatico. Le pressioni di Washington su Kabul per abbassare i toni e riconsiderare il proprio approccio ai Talebani torneranno perciò a intensificarsi, ma le resistenze dei leader afgani non saranno facilmente superabili, malgrado la dipendenza pressoché totale dagli Stati Uniti.

A ben vedere, gli attentati di questa settimana, di cui il più orrendo non ha avuto rivendicazioni, sembrano fornire a Ghani la giustificazione ideale per boicottare il processo di pace con i Talebani. L’opposizione del presidente e dei suoi sostenitori, così come di gran parte dei rivali, deriva d’altronde dal timore molto ben fondato che un accordo con i Talebani e il conseguente loro reintegro nel quadro istituzionale afgano porterebbero alla estromissione dalle posizioni di potere della classe politica emersa dopo l’invasione USA del 2001.

Per i vertici del governo afgano sembra dunque esserci poca scelta oltre al convincere gli Stati Uniti e i loro alleati a continuare a rimanere nel paese. Le ansie a Kabul sono alimentate anche dalle notizie che stanno circolando di recente circa il moltiplicarsi di episodi di diserzione di ufficiali e soldati delle forze di sicurezza, passati nelle file dei Talebani.

Nei giorni scorsi, addirittura un ex generale afgano si sarebbe unito agli “insorti” nella provincia occidentale di Farah. La notizia, se confermata, testimonia il rapido diffondersi dell’inquietudine di fronte alla prospettiva di un “accordo di pace” che potrebbe segnare la disintegrazione della fragile struttura di potere rimasta in piedi a Kabul in questi due decenni solo grazie alla presenza delle armi americane.

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