Con l’avvicinarsi della data che dovrebbe in teoria segnare il ritiro del contingente americano rimasto in Afghanistan, Joe Biden dovrà decidere se onorare l’accordo stipulato un anno fa tra l’amministrazione Trump e i Talebani o se prolungare ancora una volta l’occupazione del paese asiatico e il più lungo conflitto nella storia degli Stati Uniti. Il presidente democratico potrebbe essere orientato ad avviarsi verso il disimpegno dall’Afghanistan, ma su questa strada restano ostacoli enormi che rischiano di far saltare il fragilissimo negoziato in corso.

 

Entro il primo maggio prossimo, gli Stati Uniti dovrebbero ritirare gli ultimi 2.500 militari che restano in Afghanistan. In base al già citato accordo del febbraio 2020, Trump aveva già ordinato l’evacuazione di duemila uomini poco prima del suo addio alla Casa Bianca. L’implementazione dei termini dell’intesa è stata però fino ad ora difficoltosa, soprattutto per quanto riguarda l’apertura delle trattative tra i Talebani e i rappresentanti del governo-fantoccio di Kabul.

I Talebani hanno in realtà rispettato in larga misura l’impegno a non condurre operazioni militari contro le forze di occupazione americane. Gli attacchi contro la polizia e l’esercito indigeno sono invece continuati, se non addirittura intensificati, mentre più in generale gli “studenti del Corano” sono arrivati ormai a controllare o a contendere al governo afgano circa la metà del territorio del paese. La prima parte del 2020 era stata in effetti segnata da un calo di morti e livelli di violenza, ma proprio in concomitanza con l’inizio del negoziato tra Talebani e governo afgano a settembre questi numeri sono tornati a salire sensibilmente, come ha mostrato questa settimana un rapporto ONU.

Dopo il passaggio di consegne alla Casa Bianca, Biden ha ordinato una revisione dell’accordo di pace sottoscritto tra Trump e i Talebani. L’analisi del conflitto in Afghanistan sembra così ricalcare quelle avviate in più di un’occasione dalle precedenti amministrazioni, chiamate ad adottare una qualche iniziativa in grado di dare una svolta a una guerra senza soluzioni. Sostanzialmente identici sono anche i piani che sarebbero stati commissionati al Pentagono. Secondo la stampa ufficiale USA sarebbero tre: uno per restare in Afghanistan, ripudiando così l’accordo di pace, un altro per il ritiro e l’ultimo per rallentare l’uscita di scena dal paese occupato dal 2001.

Se si considera che l’accordo firmato da Trump era stato accolto con diffidenza da molti nell’apparato militare e della sicurezza nazionale di Washington, è facile prevedere che l’opzione più probabile sarà alla fine quella del rinvio della data del ritiro oppure del mantenimento di un contingente relativamente limitato in Afghanistan. Altra cosa sarà la risposta che daranno i Talebani a un’eventuale inosservanza delle condizioni concordate con gli Stati Uniti.

In questo senso spingono da tempo i consiglieri di Biden e gli ambienti accademici e del mondo delle “lobby” che gravitano attorno al governo americano. A loro volta, questi ultimi sono influenzati dall’industria bellica, per la quale in molti casi operano da consulenti o fanno parte dei rispettivi consigli di amministrazione. Il loro interesse è dunque di perpetuare la presenza USA in Afghanistan e da oltre un decennio il messaggio che viene propagandato per impedire la risoluzione del conflitto è la necessità di essere prudenti, di attendere le condizioni ideali sul terreno per un eventuale ritiro e di evitare decisioni affrettate che possano gettare ancora di più nel caos il paese.

L’altro argomento contro la fine dell’occupazione riguarda i legami con al-Qaeda e altre organizzazioni terroristiche che i Talebani non avrebbero ancora del tutto troncato. Questa condizione è prevista anche dall’accordo di pace dello scorso anno e dovrebbe ufficialmente garantire che l’Afghanistan non venga più utilizzato come base per l’organizzazione di attentati contro gli Stati Uniti.

La destabilizzazione del paese centro-asiatico e il rischio di rinvigorire il terrorismo jihadista sono argomenti che vengono ripetuti in continuazione per creare il clima ideale alla decisione di prolungare l’occupazione militare. Gli stessi punti sono stati sollevati anche dal “Gruppo di Studio sull’Afghanistan” che ha recentemente pubblicato i risultati della propria ricerca, sulla quale Biden dovrebbe in buona parte basarsi per prendere una decisione in merito al conflitto.

Anche se questo organo viene generalmente descritto come “indipendente”, è sufficiente elencare i nomi di alcuni componenti per comprendere quale sia la sua funzione e i suoi obiettivi. Del “Gruppo” fa parte ad esempio l’ex capo di Stato Maggiore, generale Joseph Dunford, già comandante delle forze di occupazione in Afghanistan e oggi nel consiglio di amministrazione di Lockheed Martin. Un altro membro è l’ex senatrice repubblicana Kelly Ayotte, notoriamente riconducibile alla fazione dei “falchi” e anch’essa reclutata da un colosso dell’industria della difesa (BAE Sysems).

L’intreccio tra il business della guerra, gli ambienti di governo e la galassia di società di consulenza/lobbying caratterizza il curriculum anche di svariati altri esperti teoricamente selezionati per offrire un’immagine spassionata del pantano afgano, da Michèle Flournoy a Stephen Hadley, dall’ex generale Curtis Scaparrotti a James Dobbins.

La tesi centrale che sta prendendo corpo e potrebbe influenzare in maniera decisiva le scelte di Biden parte ad ogni modo da un presupposto ingannevole. La fine dello sforzo militare americano in Afghanistan provocherebbe in effetti il caos in questo paese e, allo stesso modo, è probabile che i Talebani finirebbero per travolgere il governo filo-occidentale di Kabul. Quello che è necessario chiedersi è tuttavia quali siano le alternative o, per meglio dire, com’è possibile che il prolungamento dell’occupazione americana possa evitare un simile epilogo e contribuire positivamente al futuro dell’Afghanistan dopo vent’anni di fallimenti.

Gli Stati Uniti e i loro alleati NATO ed extra-NATO impegnati in Afghanistan hanno perso la guerra e, appunto, dopo due decenni non hanno la capacità militare né tantomeno politica per invertire la tendenza. In sostanza, Washington non ha alternative al ritiro se l’obiettivo è quello di azzerare il numero di vittime americane e i contraccolpi politici di un conflitto che per l’opinione pubblica non ha ormai più alcun senso. Se, invece, si dovesse andare verso una nuova proroga dell’occupazione, il risultato sarebbe ancora una volta un’impennata delle violenze, tanto più con i Talebani già pronti a scatenare la consueta offensiva di primavera.

Fuori dal dibattito pubblico resta infine la vera ragione delle resistenze al ritiro completo dei militari americani. I media “mainstream” continuano a raccontare di un conflitto dai contorni ormai indefiniti che si trascina stancamente in attesa di uno scopo realistico che potrebbe essere rappresentato, ad esempio, dalla sicurezza della popolazione afgana, dalla lotta al terrorismo o, in maniera più ambiziosa, dalla promozione della democrazia.

In realtà, malgrado i contrasti sugli aspetti tattici della guerra e sulla portata dell’impegno da dedicarvi, gli obiettivi strategici restano chiarissimi per la classe dirigente USA. Come nel 2001, l’Afghanistan rimane uno snodo cruciale per la competizione tra grandi potenze nella regione centro-asiatica. Oggi, anzi, ha acquisito un’importanza ancora maggiore alla luce delle tendenze multipolari che stanno favorendo l’integrazione tra est e ovest e che vedono protagonisti tutti i principali rivali strategici degli Stati Uniti (Cina, Russia, Iran).

Queste dinamiche sono senza dubbio al centro dei calcoli degli ambienti di potere di Washington e saranno quindi determinanti per le prossime decisioni di Biden, esattamente come lo sono state negli anni scorsi per Bush jr., Obama e lo stesso Trump.

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