L’accusa di “genocidio” contro la minoranza musulmana uigura dello Xinjiang è da qualche tempo lo strumento preferito dall’Occidente per denunciare la Cina e le pratiche presumibilmente anti-democratiche o criminali del Partito Comunista Cinese. Questa accusa è del tutto strumentale, oltre che infondata, ma continua a essere insistentemente al centro di iniziative e dichiarazioni ufficiali di governi e parlamenti, così come di commenti e analisi dei media ufficiali. L’ultimo paese a muoversi in questa direzione è stato il Canada, che ha deliberatamente aggravato le tensioni già alle stelle con Pechino, di fatto per segnalare da subito alla nuova amministrazione americana l’intenzione di partecipare alla campagna anti-cinese che verrà pianificata da Washington con metodi in larga misura simili a quelli impiegati dall’ex presidente Trump.

 

La risoluzione che condanna la Cina per “genocidio” è stata introdotta dal Partito Conservatore canadese e approvata all’unanimità questa settimana dalla Camera dei Comuni di Ottawa (266-0). A sostenere la misura sono state anche le forze politiche teoricamente di sinistra, come il Nuovo Partito Democratico (NDP), i Verdi e il Blocco del Québéc (BQ). Qualche tensione si è registrata per ragioni tattiche all’interno del Partito Liberale di governo del primo ministro, Justin Trudeau. I membri del gabinetto non hanno infatti presenziato al voto, con la sola eccezione di un ministro che ha deciso di astenersi, mentre i deputati liberali hanno appoggiato la misura “non vincolante”.

Il comportamento prudente del governo canadese non è dovuto peraltro a divergenze circa l’accusa di “genocidio”, né è da collegare a un’attitudine passiva nei confronti della Cina, ma, come ha spiegato Trudeau, l’opzione preferita sarebbe stata piuttosto quella di agire in maniera collegiale con gli alleati, in primo luogo gli Stati Uniti. L’esecutivo non è stato comunque in grado di sottrarsi a pressioni e critiche per la presunta docilità nei confronti di Pechino. Alcuni partiti, inoltre, si sono spinti fino a chiedere a Trudeau di adottare misure punitive, come gli indipendentisti del Québéc che hanno ribadito un precedente invito a muoversi per togliere alla Cina le olimpiadi invernali del prossimo anno.

La mossa del parlamento di Ottawa conferma dunque l’unità della classe dirigente canadese sull’atteggiamento di confronto da tenere con Pechino. Questa presa di posizione ricalca quella americana e deriva appunto dalla scelta strategica di continuare ad allineare le priorità canadesi a quelle di Washington, escludendo il perseguimento di politiche indipendenti, anche laddove sarebbero in grado di produrre vantaggi economici consistenti.

L’attitudine del Canada non dipende solo dall’arrivo di un presidente democratico alla Casa Bianca. Infatti, Trudeau si era già avviato in questa direzione durante l’amministrazione Trump. L’arresto su richiesta degli USA nel 2018 della dirigente di Huawei, Meng Wanzhou, e l’esclusione della stessa compagnia cinese dalla fornitura degli impianti per il 5G sono alcuni dei provvedimenti che confermano la scelta di campo canadese. Un altro ancora è stato il via libera alla revisione del Trattato di Libero Scambio Nordamericano (NAFTA) con USA e Messico, il cui obiettivo principale era quello di creare un blocco commerciale e geopolitico contro la Cina. Una delle clausole del nuovo trattato è il divieto imposto ai tre paesi membri di stipulare accordi commerciali con “economie non di mercato”, in riferimento appunto alla Cina.

Per quanto repressive possano essere le politiche implementate dalla Cina nei confronti degli uiguri dello Xinjiang, l’equiparazione di queste, ad esempio, allo sterminio nazista è semplicemente folle e senza alcun fondamento. La campagna, promossa dai governi e da svariate organizzazioni a difesa dei diritti civili in Occidente, nonché da una serie di gruppi costituiti da fuoriusciti uiguri con il sostegno delle agenzie di intelligence occidentali, si inserisce a pieno titolo nelle attività di propaganda che prendono di mira regimi sgraditi e rivali strategici con la retorica della “democrazia” e dei “diritti umani”.

È superfluo ricordare come queste campagne siano altamente selettive e tralascino quasi sempre i crimini, spesso molto più gravi, di altri paesi che garantiscono però la promozione degli interessi occidentali, come Arabia Saudita, Emirati Arabi, Egitto o Israele. Nel caso della Cina, vale la formula che più grande è la minaccia – strategica, economica, tecnologica e militare – maggiore deve essere l’accusa. Da qui, dunque, l’imputazione di “genocidio”, ritenuta necessaria per alimentare il clima di isteria nei confronti di Pechino e giustificare politiche aggressive su vari fronti, incluso quello militare.

Sempre in questi giorni, oltre alla questione uigura viene nuovamente agitata contro la Cina anche l’accusa di avere creato deliberatamente il COVID-19 in laboratorio, da cui sarebbe partita la pandemia in corso. Questa tesi era già stata usata a scopi politici lo scorso anno dall’amministrazione Trump, ma è tornata a occupare il dibattito pubblico soprattutto negli Stati Uniti dopo l’insediamento di Biden e, quindi, alla vigilia della revisione delle politiche cinesi dell’amministrazione democratica.

I media e il governo USA hanno continuato a insinuare che i vertici cinesi sono colpevoli della devastazione provocata dalla crisi sanitaria globale anche dopo la recente visita-indagine a Wuhan di un team di esperti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, chiusasi con la conferma dell’origine naturale del virus. Il New York Times aveva poi rilanciato, con ogni probabilità su input del governo americano, accusando la Cina di avere nascosto informazioni cruciali agli ispettori, ma questi ultimi avevano clamorosamente smentito il giornale con ferme prese di posizione pubbliche.

Per quanto riguarda ancora il fantomatico “genocidio” degli uiguri, le accuse si basano su informazioni fuorvianti, manipolate ad arte o non confermate, in gran parte relativamente ai “campi di rieducazione” in cui un numero imprecisato di cittadini cinesi appartenenti a questa minoranza etnica sarebbe rinchiuso. I numeri variano generalmente da svariate centinaia di migliaia fino a oltre un milione. Molto diffuse sono anche le accuse di altri crimini e atrocità, tra cui sterilizzazioni e aborti forzati, stupri di massa, obbligo di assumere alimenti proibiti dai precetti religiosi e violenze varie.

Una recente indagine del sito di informazione indipendente The Grayzone Project ha delineato un profilo esaustivo di quella che forse è la più importante fonte di notizie sullo Xinjiang per i governi e i media occidentali. Si tratta cioè di una “ricerca” del giugno 2020 del presunto esperto della Cina, Adrian Zenz. Nel lungo articolo viene dimostrato come quest’ultimo offra informazioni e dati manipolati sulla popolazione uigura, al fine di dimostrare l’intento “genocida” di Pechino.

Sullo studio di Zenz si era basata ad esempio l’amministrazione Trump per formulare ufficialmente l’accusa di “genocidio” contro la Cina. La decisione era stata annunciata dall’allora segretario di Stato, Mike Pompeo, l’ultimo giorno del mandato di Trump. Non a caso, l’accademico tedesco è, come l’ex capo della diplomazia USA, un cristiano fondamentalista, oltre ad avere legami con ambienti “neo-con” ferocemente anti-cinesi come il “think tank” Jamestown Foundation di Washington.

Altri media al di fuori dei circuiti ufficiali hanno inoltre evidenziato come le testimonianze di molti ex detenuti uiguri, o presunti tali, fuggiti all’estero contengano elementi contraddittori e poco credibili. In particolare, il blog MoonOfAlabama ha rilevato l’evoluzione del contenuto dei resoconti della loro prigionia nei “lager” dello Xinjiang di uiguri a cui è stata garantita protezione in Occidente.

Molti di questi “esiliati” hanno raccontato di trattamenti progressivamente più duri o, comunque, stranamente differenti in parallelo al prolungarsi della loro permanenza in Occidente e alla collaborazione con diverse organizzazioni o agenzie governative. Così, ad esempio, la testimonianza di una donna uigura citava nel settembre 2019 “torture fisiche” e “sterilizzazione forzata”, per poi limitarsi a “sofferenze mentali” cinque mesi più tardi e, più recentemente, dopo il suo trasferimento negli Stati Uniti, tornare a raccontare di crimini molto gravi, come “stupri di gruppo” e “abusi sessuali sistematici”.

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