di Maurizio Musolino 

Accanto alla battaglia per la democrazia, nel mondo arabo si sta giocando una partita fra le potenze capitaliste occidentali per il controllo di quei Paesi, in contrapposizione alla crescente egemonia cinese sul mondo. Cosa potrà accadere nelle prossime ore in Siria è difficile prevederlo, anche perché sui fatti di questi giorni si intrecciano molti - e diversi fra loro, spesso contraddittori - fattori. Di sicuro le proteste che nei giorni scorsi hanno infiammato le strade siriane fino a portare alle dimissioni del Governo si inseriscono nel più vasto moto di ribellione che ha coinvolto gran parte dei paesi arabi.

Proteste che si sono accese per denunciare condizioni di vita precarie, spesso al limite della sopravvivenza, e di cui il principale responsabile è la crisi economica mondiale. Una crisi che in questa regione si è sommata agli effetti devastanti che gli abbiamo regalato noi dall’opulento Occidente: in parole povere in questi mesi i cosiddetti paesi avanzati hanno cercato di scaricare sui paesi più poveri alcuni degli effetti della crisi: la disoccupazione, la sospensione delle rimesse, le speculazioni su alcuni prodotti come le farine.

Ma sarebbe sbagliato non vedere come a questo si sia man mano sommata una sempre crescente richiesta di democrazia. Una democrazia astratta, non meglio definita, che spesso si è concretizzata con la richiesta di un cambiamento della classe dirigente che da decenni governa la maggior parte dei paesi della regione. Qui sarebbe opportuno aprire una discussione veramente libera sul concetto di “democrazia” nel XXI secolo, ma non è questo il luogo. Di sicuro credo che nessuno possa identificare la “democrazia” esclusivamente sui nostri modelli. Altrimenti davvero la vicenda Berlusconi non avrebbe insegnato nulla.

Quindi siamo di fronte a rivolte per il pane e il cambiamento. Insisto a chiamarle rivolte, perché di questo si tratta. Le rivoluzioni sono ben altra cosa. Le rivoluzioni presuppongono la volontà di sovvertire un sistema e di dotarsi di classi dirigenti nuove e non colluse con i vecchi regimi. Cosa ben lontana da quello che sta accadendo nei paesi arabi in queste settimane.

Detto questo, occorre sottolineare un altro fattore. Sarebbe sbagliato tacere che in quell’area si sta giocando anche una grossissima partita fra le potenze capitaliste occidentali per il controllo e l’influenza di questi Paesi. Una partita tutta interna alle forze occidentali e in chiave di contrapposizione alla sempre crescente egemonia cinese sul mondo. Ne è dimostrazione l’interventismo della Francia e le divisioni all’interno della stessa Nato. Una battaglia che coinvolge e spesso utilizza anche pezzi dei regimi arabi e in Libia questo è evidente a chiunque non intende chiudersi occhi e orecchie. Non è sicuramente ininfluente il fatto che da mesi in Siria si svolge una durissima battaglia fra chi vorrebbe intensificare le privatizzazioni aprendo ai capitali occidentali e chi mette un freno a queste scelte temendo una perdita di autonomia e quindi di indipendenza. Fatti che hanno scatenato appetiti.

Fatta questa utile premessa, ogni paese ha la sua peculiarità: voglio dire che la Siria non è né l’Egitto, né la Libia. In questi anni la Siria è stato fra i pochi paesi che si sono opposti al dominio Usa nel mondo e ha rigettato i piani di Bush sul “grande medioriente”. Una colpa imperdonabile per alcuni, che adesso potrebbe essere fatta pagare caramente a Bashar Al Assad. Chi è stato a Damasco in questi ultimi anni non ha potuto non vedere un Paese in crescita dove fra la gente si respirava un clima molto diverso da quello che regnava nelle altre capitali arabe. Non era certo il Paese dei balocchi, nessun esempio di “socialismo reale in chiave araba”, ma semplicemente uno stato nazione che cercava la sua strada verso lo sviluppo e il benessere. Con tutti i limiti e gli errori possibili. Limiti ed errori che il popolo siriano deve poter correggere, senza influenze straniere.

Per tutto questo una funzione fondamentale la avrà nelle prossime ore proprio il popolo siriano, che dovrà far sentire la sua voce e assumersi in proprio le responsabilità. Le manifestazioni di oggi in sostegno al presidente sono un segno importante, non minore di quelle che hanno caratterizzato le giornate trascorse. Sono le facce di una complessità reale, dalla quale non possiamo prescindere. Mai.

Infine un ultimo elemento da non sottovalutare: l’aspetto della laicità che è caratteristica della Siria odierna. La Siria è rimasto fra i pochissimi stati laici della regione e questo fa paura e da fastidio a chi spera, dall’Iran a Israele, passando per l’Arabia Saudita di creare stati confessionali in tutta la regione. Questa considerazione, legata all’alleanza che si sta determinando fra Fratelli musulmani (islam politico del tutto compatibile con le regole del mercato liberale) e forze neoconservatrici in Egitto (le stesse che per decenni hanno appoggiato Mubarak) sono un campanello di allarme per tutto il mondo progressista e rendono legittimi sospetti che qualcuno voglia strumentalizzare e influire su quanto accade in Siria.

Il presidente Bashar dovrebbe annunciare nelle prossime ore importanti aperture democratiche e risposte univoche alla crisi che strozza i lavoratori salariati. Vediamo cosa succederà e vediamo la risposta che si darà il suo popolo. Ma non dismettiamo la capacità di analizzare e valutare le notizie che arrivano da quella parte del mondo come da altri paesi al netto delle operazioni di disinformazione che da sempre hanno caratterizzato le sporche manovre neocoloniali.

Infine una considerazione sulle possibili conseguenze di una Siria destabilizzata. E’ impensabile che quello che accade in Siria non abbia riflessi diretti sull’intero Medio Oriente e soprattutto sul Libano. Chi vuole mettere le mani su Damasco da anni ha cercato in tutti i modi di destabilizzare e di influenzare le politiche di Beirut. E mentre in Siria e in Libia si rende artificiosamente paladino dei diritti e della democrazia, in Libano sostiene una organizzazione dello stato a dir poco feudale, tutta basata sulle confessioni. Il popolo libanese sta vivendo anche lui una crisi durissima e il Partito comunista di quel paese è in prima linea a denunciare le politiche neoliberiste che governano l’economia libanese. Ma il Libano - non bisogna mai dimenticarlo - subisce come la Palestina e la stessa Siria una occupazione del proprio territorio da parte di Israele, stato che quotidianamente offende con incursioni aeree lo spazio nazionale libanese. Di questo ne sono al corrente tutti, ma nessuno dice e fa nulla. Nessuno invoca le Nazioni Unite.

Queste considerazioni non vogliono dare ricette o linee. Sono solo personali considerazioni che sottolineano la necessità di avvicinarsi a quanto accade in questi paesi con cautela e realmente senza pregiudizi. Occorre studiare, dotarsi di elementi per comprendere, solo poi potremmo giudicare e decidere da che parte stare.

Tratto da: Nena news 

di Rashid Khalidi *

Il cambiamento nella percezione degli arabi dimostra quanto superficiali e false fossero le immagini di questa regione mostrate dai media occidentali, che vedevano in despoti brutali e corrotti l’unica opzione per controllare degli "individui indesiderabili". Improvvisamente, essere un arabo è diventata una cosa positiva. Le persone in tutto il mondo arabo provano un senso d’orgoglio nel liberarsi di anni di timorosa passività sotto dittature che hanno regnato senza riguardo per la volontà del popolo. Essere arabo è diventato qualcosa di rispettabile anche in Occidente.

L’Egitto ora è visto come un luogo stimolante e progressista; espressioni di solidarietà al suo popolo sono accolte dai manifestanti a Madison, Wisconsin; e i suoi brillanti giovani attivisti sono visti come modelli per un nuovo tipo di mobilitazione del XXI secolo. Gli eventi nel mondo arabo sono trattati dai media occidentali più di quanto non abbiano mai fatto e sono discussi positivamente in una maniera che non ha precedenti. Prima, quando si parlava di qualcosa di musulmano o mediorientale o arabo, lo si faceva quasi sempre con una connotazione fortemente negativa. Ora, durante questa primavera araba, ciò non accade più. Un’area che era un modello di stagnazione politica è ora testimone di una rapida trasformazione che ha catturato l’attenzione del mondo.

Tre cose devono essere dette a proposito di questo cambiamento nella percezione degli arabi, musulmani e mediorientali. La prima è che ciò dimostra quanto superficiali e false fossero le immagini di questa regione mostrate dai media occidentali. Praticamente tutto ciò di cui sentivamo parlare erano gli onnipresenti terroristi e radicali barbuti e le loro donne velate che cercavano di imporre la Sharia, mentre i despoti brutali e corrotti erano l’unica opzione per controllare questi individui indesiderabili. Nei discorsi del governo americano, fedelmente ripetuti dai principali media, la maggior parte di quella corruzione e brutalità era spazzata via da termini menzogneri come “moderati” (cioè coloro che fanno e dicono ciò che vogliamo). Quel termine, e quello usato per denigrare i popoli della regione, “the Arab Street”, ora devono essere ritirati in modo definitivo.

La seconda caratteristica di questo cambiamento nella percezione è che essa è molto fragile. Anche se tutti i despoti arabi fossero abbattuti, vi è un enorme investimento nella visione “noi contro di loro” della regione. Questo include non solo gli interi imperi burocratici impegnati nella “guerra al terrorismo”, non solo le industrie che sovvenzionano questa guerra e le miriadi di collaboratori e consulenti tanto generosamente ricompensati per i loro servizi; include anche un vasto arcipelago ideologico di false competenze, con numerosi “esperti di terrorismo” profondamente impegnati a propagare questa caricatura del Medioriente.

Queste teste parlanti che passano per esperti hanno affermato senza sosta che i terroristi e gli islamisti sono l’unica cosa da cercare e vedere. Sono coloro che hanno sistematicamente insegnato agli americani a non vedere il vero mondo arabo: i sindacati, coloro che sono impegnati a favore dello Stato di diritto, i giovani interessati alla tecnologia, le femministe, gli artisti e gli intellettuali, coloro che hanno una ragionevole consapevolezza della cultura e dei valori occidentali, le persone comuni che vogliono semplicemente avere opportunità decenti e una voce in capitolo riguardo a come sono governati. Gli esperti ci hanno invece insegnato che questo era un popolo di fanatici, un popolo senza dignità, un popolo che si meritava i suoi terribili governanti appoggiati dall’America. Coloro che hanno potere e influenza e che hanno questa prospettiva quasi razzista non la cambieranno in fretta, se mai lo faranno; per averne una prova basta vedere quella vergogna che è Fox News.

Terzo, le cose possono facilmente e molto velocemente volgersi al peggio nel mondo arabo, e questo potrebbe rapidamente corrodere queste nuove percezioni. Niente finora è stato risolto in alcun paese arabo, nemmeno in Tunisia o Egitto, dove i despoti se ne sono andati ma una nuova trasformazione è a malapena cominciata. Questo è vero nonostante entrambi i paesi posseggano la maggior parte dei prerequisiti per un governo costituzionale, una democrazia matura, progresso economico e giustizia sociale come una forte società civile, una storia di organizzazione del lavoro, molti individui con un elevato livello di istruzione e alcune forti istituzioni. E nonostante il coraggio di coloro che sono stati picchiati, respinti con gas lacrimogeni e a cui è stato sparato, negli altri paesi arabi è cambiato ancora meno. Tutto questo può peggiorare, trasformarsi in guerra civile in Libia o Yemen, in una paralisi in Tunisia ed Egitto, o in contestazioni contro il potere senza fine e senza frutto in Bahrein, Giordania, Marocco, Oman, Iraq e altrove.

Mentre l’Occidente impara qualcosa di più su questa importante parte del mondo, ci sono ancora alcune verità da trasmettere. Una è che questa non è una regione inadatta alla democrazia, o che non ha tradizioni costituzionali o che ha sempre sofferto sotto governanti autocratici. Il Medioriente ha certamente sofferto di recente sotto una serie di regimi spaventosi. Ma questa è anche una regione dove i dibattiti su come limitare il potere dei governanti hanno portato al fervore costituzionale in Tunisia ed Egitto degli anni Settanta dell’Ottocento e alla creazione di una Costituzione nell’Impero Ottomano nel 1876. In quel periodo l’impero includeva non solo l’attuale Turchia ma la maggior parte del mondo arabo orientale, inclusi Siria e Iraq. Più tardi, nel 1906, in Iran fu istituito un regime costituzionale. Ancora dopo, nel periodo tra le due guerre mondiali e posteriore, i paesi semi-indipendenti e indipendenti della regione erano governati principalmente da regimi costituzionali.

Questi erano esperimenti difettosi che incontrarono grandi ostacoli nella forma di interessi radicati, la tendenza autocratica dei governanti, l’analfabetismo e la povertà delle masse. Tuttavia, i fallimenti nello stabilire regimi costituzionali e parlamentari non furono dovuti solamente a questi fattori. Questi governi erano sistematicamente minati dai grandi poteri imperialisti, le cui ambizioni e interessi erano spesso ostacolati dai parlamenti, dall’opinione pubblica nascente e da una stampa che insisteva sulla sovranità nazionale e su un’equa distribuzione delle risorse.

Dai poteri europei che minavano i governi costituzionali iraniano e ottomano all’inizio del XX secolo, all’interferenza dell’America in Siria e Libano e al suo rovesciamento del governo iraniano negli anni Cinquanta del Novecento, lo schema veniva continuamente ripetuto. I poteri occidentali non solo diedero poco appoggio - o non lo diedero affatto - a un governo democratico in Medioriente; spesso lo minarono attivamente, preferendo avere a che fare con autocrati sottomessi che eseguivano i loro ordini. In altre parole, l’appoggio occidentale a regimi dittatoriali facilmente manipolabili non è una novità.

Nelle ultime settimane è stato detto molto a proposito del potenziale di applicazione del “modello turco” nel mondo arabo. In effetti, la Turchia e i paesi arabi sono giunti alla loro comprensione della modernità - e con essa delle costituzioni, della democrazia, dei diritti umani, civili e politici - attraverso un comune passato tardo-ottomano. Questo periodo, dagli anni Sessanta dell’Ottocento al 1918, permise a questi popoli di comprendere questi concetti, nonostante i nazionalisti sia turchi che arabi abbiano fortemente negato qualsiasi impatto ottomano nei loro stati-nazione moderni.

Oggi la Turchia fornisce un modello di riconciliazione tra un potente establishment militare e la democrazia, e tra un sistema secolare e l’orientamento religioso di gran parte della popolazione. Offre anche un modello di successo economico, di una possibile sintesi culturale tra Oriente ed Occidente, e di influenza a livello mondiale. In tutti questi aspetti, è percepito come un modello più attraente di ciò che è largamente visto nel mondo arabo come un’alternativa fallita: il sistema teocratico iraniano che dura da 32 anni.

Gli Stati arabi hanno una lunga strada da percorrere per disfare il terribile lascito di repressione e stagnazione e muoversi verso la democrazia, lo stato di diritto, giustizia sociale e dignità, che sono state le richieste universali dei loro popoli durante questa primavera araba. Il termine “dignità” include due richieste: primo, per la dignità dell’individuo di fronte ai governanti che trattano i loro sudditi come esseri senza diritti e indegni persino di essere disprezzati. Ma c’è anche una richiesta di dignità collettiva di Stati orgogliosi come l’Egitto, e degli arabi come popolo. Questa era la richiesta dei leader nazionalisti quando arrivarono al potere a partire dagli anni Cinquanta del Novecento, quando presero di mira il colonialismo e il neocolonialismo.

Dopo i fallimenti di quella generazione, i leader nazionalisti furono rimpiazzati da dittatori che fornirono la “stabilità” tanto cara all’Occidente, stabilità acquisita al prezzo della dignità individuale e collettiva. È questa umiliazione, davanti a governanti repressivi e di fronte al mondo esterno, che i dimostranti da Rabat a Manama cercano di eliminare. Finora si sono concentrati quasi interamente sulle cause dei loro problemi, che sono largamente interne. C’è stata poca o nessuna enfasi sulla politica estera, nessuno sentimento anti-occidentale visibile e poche menzioni a Israele e Palestina.

Sarebbe molto pericoloso ignorare questa richiesta di dignità collettiva, sia che si riferisca criticamente al modo paternalistico in cui gli Stati Uniti hanno finora trattato la regione, sia che si riferisca alla scarsa attenzione da essi dedicata alla convinzione  di molti arabi che i palestinesi non hanno avuto giustizia in passato e non la hanno tuttora. Se il popolo nel mondo arabo sarà fortunato a raggiungere transizioni democratiche, e potrà cominciare a confrontarsi con i profondi problemi che la società affronta, è fondamentale che un nuovo mondo arabo, nato dalla lotta per la libertà, la giustizia sociale e la dignità, sia trattato col rispetto che merita, e che per la prima volta sta cominciando a guadagnare.

Fonte: Nena news

*Rashid Khalidi è uno storico di origine palestinese, docente presso la Columbia University. E’ considerato l’erede di Edward Said, di cui ricopre la cattedra dopo la sua morte. In italiano sono pubblicati: La resurrezione dell’impero. L’America e l’avventura occidentale in Medio Oriente, Bollati-Boringheri, Torino, 2004; Identità palestinese. La costruzione di una moderna coscienza nazionale, Bollati- Boringheri, Torino, 2003.

di Nena news  

Il Cairo. Migliaia di egiziani nelle ultime ore hanno assaltato al Cairo e in altre località dell’Egitto varie sedi dell’Amen el Dawla, la Sicurezza dello Stato, braccio violento del regime dell’ex presidente Hosni Mubarak. L’Esercito, al potere nel paese dall’11 febbraio, non ha ancora toccato questo corpo di polizia accusato di abuso di potere, della scomparsa di persone poi ritrovate morte a causa di torture e abusi di ogni genere.

Così quando si è sparsa la notizia, non si sa se infondata, che fosse in atto un tentativo da parte degli agenti segreti di distruggere documenti compromettenti, è scattata la rabbia popolare.

Gli assalti alle sedi dell’Amen el Dawla hanno causato diversi feriti. Il bilancio più grave è stato registrato venerdì sera ad Alessandria, con 21 agenti sono stati feriti. A Medinet Nasr (Cairo) i manifestanti sono riusciti ad impossessarsi di documenti che si temeva stessero per essere bruciati e a consegnarli all’esercito. A città 6 Ottobre incendi appiccati dagli stessi poliziotti sono stati domati da vigili del fuoco e dagli stessi manifestanti, desiderosi di recuperare fascicoli e dossier.

L’Egitto della rivoluzione del 25 gennaio non vuole che la protesta si fermi e, più di tutto, che rimanga in piedi la struttura di potere dell’ex raìs Mubarak. Meno che mai l’Amen el Dawla responsabile di corruzione diffusa, di prepotenze e di torture, di aver imposto nomi per la direzione di media, fino alle morti di persone detenute, grazie alla legge d’emergenza che consentiva di non notificare gli arresti ai parenti e di trattenere all’infinito i «sospetti».

Intanto, ad appena due mesi dalla strage di Alessandria, un nuovo scontro tra musulmani e cristiani copti, scoppiato a villaggio di Sol, a sud del Cairo, è costato la vita a due persone. Poco dopo, una folla inferocita ha dato alle fiamme la chiesa della piccola comunità. Quando la polizia è intervenuta per riportare la calma ma l’edificio era già devastato. E secondo l’agenzia Asianews, un prete e tre diaconi risultano tuttora dispersi dopo l’attacco alla chiesa.

A far scattare la scintilla dell’odio religioso è stata una storia d’amore tra un cristiano e una musulmana. A restare uccisi sarebbero stati i genitori dei due giovani. Dopo i funerali del padre della ragazza, una folla inferocita di musulmani ha attaccato la chiesa di Shahedain, situata nello stesso villaggio, devastandola e dandola alle fiamme.

 

di Nunzio Corona

Gerusalemme, 11 gennaio 2011, Nena News - Qual’é la vera posizione delle istituzioni europee nei confronti delle politiche israeliane, che continuano ad essere oggetto di condanna della comunità internazionale? A giudicare dall’entità degli scambi commerciali e degli aiuti offerti all’Autorità Palestinese, l’Unione Europea sembrerebbe svolgere un ruolo di assoluta importanza nel sostegno alla creazione di un futuro stato palestinese. Almeno dal punto di vista economico.

Tuttavia, analizzandone con più attenzione l’operato, viene da chiedersi quale sia effettivamente la sua posizione nei confronti delle politiche israeliane oggetto di condanna della comunità internazionale. Il libro di David Cronin Europe’s Alliance with Israel: Aiding the Occupation (PlutoPress, 2011), offre una scrupolosa documentazione di come le varie istituzioni (Parlamento Europeo, Consiglio Europeo, Consiglio dei Ministri e Commissione Europea) e i singoli stati dell’UE siano maestri nel “predicare bene ma razzolare male”.

Lo Stato di Israele pretende legittimità e rispetto nel consesso internazionale amando definirsi l’unico bastione della democrazia nel Medio Oriente. Tuttavia, oltre ad avere piu’ volte violato l’art. 2.4 della Carta delle Nazioni Unite che proibisce “la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato”, é in flagrante violazione di oltre 30 risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. In tali risoluzioni il Consiglio di Sicurezza chiede una chiara azione di risposta da parte di Israele, come, per limitarci a quelle di maggiore attualità, nel caso della 446 del 1979 che esige la cessazione della costruzione di insediamenti colonici ebraici nel territorio occupato, compresa Gerusalemme, e la rimozione di quelli già costruiti.

O come nel caso della risoluzione 252 del 1968, poi seguita dalle 267/69, 298/71, 476/80, e 478/80 che chiedono a Israele di annullare l’annessione di Gerusalemme Est. O come per la 487/81 che chiede a Israele di aprire i suoi impianti nucleari all’ispezione dell’Autorità Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA). E’ importante notare che queste risoluzioni pongono veri e propri obblighi allo Stato di Israele, e Israele soltanto. Ciò significa che dipende soltanto dalla volontà di Israele rispettarle o no, senza dovere negoziare alcunchè con i palestinesi o con gli Stati confinanti. Insomma Israele non ha bisogno di aprire trattative con nessuno per interrompere la costruzione di colonie o per cancellare l’annessione di Gerusalemme Est o per aprirsi alle ispezioni dell’IAEA

Di fronte ad un partner del genere, ci si aspetterebbe che una potenza economica come l’UE che si presenta come “onesto mediatore” nel conflitto israelo-palestinese, attore neutrale e sostenitore dei diritti fondamentali del popolo palestinese, avesse qualcosa da dire e soprattutto si comportasse di conseguenza per fare rispettare tali diritti. Invece, l’osservatore attento non può non rimanere confuso di fronte a comportamenti che oscillano tra l’incoerenza e la cattiva fede.

Come giudicare altrimenti l’aspetto straordinario delle relazioni tra EU e Israele per cui l’UE è ben felice di sottoscrivere accordi con Israele nonostante quest’ultimo sia in palese violazione degli obblighi contenuti negli stessi accordi? Il 28 novembre 1995 l’UE consentiva a Israele di diventare membro della cosiddetta Partnership Euro-Mediterranea comprendente gli Stati che si affacciano sul Mediterraneo. In quel periodo le truppe israeliane, in violazione del diritto internazionale, occupavano parte del Libano e della Siria, oltre ai territori palestinesi di Cisgiordania e Gaza. La Dichiarazione di Barcellona, che sancisce la Partnership, obbliga i suoi firmatari a “rispettare l’integrità territoriale e l’unità di ciascuno degli altri partner” e una serie di altre norme del diritto internazionale.

E’evidente come l’EU abbia chiuso, e continui a chiudere, entrambi gli occhi consentendo ad Israele di diventare partner privilegiato anche con accordi susseguenti che obbligano gli Stati contraenti, compreso Israele, a rispettare i principi della legislazione internazionale. L’Euro-Med Agreement, che rientra nella suddetta Partnership, consente a Israele un accesso privilegiato al mercato europeo. Nel suo art. 2 l, Agreement richiede che “il rispetto per i diritti umani e i principi democratici” sia considerato un “elemento essenziale” (e non opzionale, ne’ semplicemente desiderabile) dell’accordo. Eppure esistono pochi dubbi che Israele continui imperterrito a disattendere questi obblighi. La stessa EU ha definito come “punizione collettiva “, e quindi crimine di guerra secondo la Quarta Convenzione di Ginevra, il blocco economico imposto alla Striscia di Gaza da almeno il 2007. In tutta risposta il 16 giugno 2008 i 27 Paesi dell’UE decidevano di potenziare (“upgrade”) le relazioni con Israele.

L’elemento più importante che probabilmente spiega l’attrazione fatale che Israele esercita sui partner europei é la cooperazione scientifica. Israele, che investe nella ricerca tecnologica circa il 5% del PIL, il doppio degli Stati Uniti, fa parte fin dagli anni 90 del Programma Quadro per la Ricerca Scientifica dell’UE ed e’coinvolto in più di 800 progetti per un valore, tra 2007 e 2013, di 4,3 miliardi di €. Purtroppo buona parte dei successi scientifici di Israele sono collegati all’occupazione militare. La ditta Elbit Systems di Haifa, costruttore dei droni usati a Gaza, e le Industrie Aeronautiche Israeliane, tanto per fare un esempio, sono tra i beneficiari dei fondi per la ricerca UE. Come dire che le nostre tasse di contribuenti europei vanno a finanziare l’industria bellica israeliana e a consolidare l’occupazione del territorio palestinese.

Analogo effetto di sostegno all’occupazione si può dire abbia la politica commerciale dell’UE. Secondo un recente accordo, quasi tutti i prodotti alimentari israeliani, sia freschi che conservati, possono entrare nell’UE senza pagare dazi doganali. In teoria queste facilitazioni riguarderebbero soltanto i prodotti provenienti dall’interno dei confini internazionalmente riconosciuti di Israele e non dalle colonie israeliane nel territorio occupato. Tutti ormai sanno però che Agrexco, il maggiore esportatore israeliano di prodotti alimentari, etichetta come “Made in Israel” i prodotti provenienti sia da Israele sia dalle colonie. Chiudere gli occhi di fronte a tale situazione significa per l’UE essere complice dell’espansione degli insediamenti colonici, soltanto a parole condannati nelle dichiarazioni ufficiali.

L’aspetto che più colpisce del comportamento delle istituzioni che compongono l’UE é il livello di tolleranza e l’uso di due pesi e due misure. Ad esempio, soltanto cinque Stati europei si sono schierati a favore dell’Assemblea Generale dell’ONU nell’accettazione del Rapporto Goldstone sui crimini di guerra commessi da Israele nell’attacco a Gaza alla fine del 2008. Gli altri 22 Stati UE si sono astenuti o opposti (come ha fatto l’Italia). Tale atteggiamento contrasta fortemente con la rigidissima posizione che l’UE aveva assunto sul conflitto tra Georgia e Russia nell’estate del 2008, sul trattamento dei civili da parte del governo dello Sri lanka durante l’offensiva contro i ribelli Tamil nella primavera 2009, o sugli attacchi contro gli albanesi in Kosovo.

Come detto, in termini quantitativi l’UE è senz’altro il partner più amico dei palestinesi. Tra gli “aiuti al popolo palestinese” troviamo il Coordinating Office for Palestinian Police Support (COPPS) che nel 2011 riceverà dall’UE 8 milioni di €. I corpi di polizia che vengono formati in questo progetto devono tuttavia limitarsi ad arrestare i compatrioti palestinesi e non i coloni israeliani che compiono violenze contro di loro. In pratica é come se la polizia palestinese facesse il favore a Israele di tenere sotto controllo la propria popolazione occupata, compiendo abusi e torture che, nonostante la denuncia delle organizzazioni per i diritti umani, passano inosservati agli occhi dell’UE.

Che dire dell’ipocrisia che trapela dai maldestri tentativi di dare un’impressione di imparzialità praticando invece un chiaro favoritismo verso l’aggressore, unanimemente condannato soltanto a parole? Come valutare, da una parte, le dichiarazioni di ferma condanna per la continua colonizzazione ebraica di Gerusalemme Est rilasciate dalla responsabile della politica estera europea, Catherine Ahton, e, dall’altra, la sua raccomandazione che Israele sia designato come “partner privilegiato” dell’UE, al pari di USA e Cina, o al tranquillo benestare concesso all’entrata di Israele nell’OCSE nel maggio 2010?

Se i nostri politici e rappresentanti nei consessi internazionali oltre alle dichiarazioni di condanna non intraprendono alcuna azione pratica, sta allora alla gente comune adottare misure non violente, previste dal diritto internazionale, come il BDS, per convincere chi viola le regole a tornare sui propri passi, così come era avvenuto con successo per il Sudafrica dell’apartheid.

 

di Nena news

Ramallah. Migliaia di palestinesi rendono omaggio oggi a Yasser Arafat, morto l’11 novembre 2004 a causa di una misteriosa malattia del sangue mai identificata dai medici, non solo quelli palestinesi ed arabi che lo ebbero in cura ma anche quelli dell’attrezzato ospedale di Parigi dove il presidente palestinese e premio Nobel per la Pace (nel 1994) venne ricoverato nell’estremo tentativo di salvargli la vita.

In queste ore centinaia di persone, anche straniere, stanno visitando il mausoleo di Arafat alla Muqata di Ramallah dove presto aprirà un museo dedicato alla memoria di «Abu Ammar», il nome di battaglia con cui era conosciuto in vita l’uomo che portò stabilmente la questione palestinese nell’agenda della politica e della diplomazia internazionale.

A Gaza invece non è in svolgimento alcuna cerimonia pubblica. Hamas, pur rendendo onore ad Arafat, ha vietato la manifestazione indetta oggi da Fatah (il movimento politico fondato da leader scomparso) per «ragioni di sicurezza».

A sei anni dalla morte, un sondaggio rivela che l’81% dei palestinesi rimpiange Arafat, non solo in Cisgiordania dove Fatah raccoglie i maggiori consensi ma anche a Gaza. Un dato parallelo alle forti perplessità che i palestinesi manifestano verso la leadership di Abu Mazen che si avvia a completare il suo secondo anno alla presidenza dell’Anp oltre il suo mandato scaduto nel gennaio 2009.

Arafat in vita commise non pochi errori - a cominciare dalla firma di accordi di pace ad interim con Israele (quelli di Oslo nel 1993) che si sono poi rivelati del tutto fallimentari per le aspirazioni palestinesi - e non fece passi concreti per combattere la corruzione dilagante nel suo entourage e nell’Autorità nazionale palestinese.

Tuttavia i palestinesi gli riconoscono il merito di essere morto «difendendo i diritti del suo popolo» e di «non essersi arreso» alle condizioni che Israele dettava con i suoi carri armati che, dal 2001 al 2004, prima attaccarono, poi distrussero in buona parte e infine circondarono stabilmente la Muqata. Un dato di fatto che oggi non negano anche i dirigenti più anziani di Hamas, per anni rivali accesi di Arafat.

Molti sono gli interrogativi che circondano la morte di «Abu Ammar». I palestinesi sono convinti che ad ucciderlo lentamente sia stata qualche sostanza chimica preparata dai servizi segreti israeliani, su ordine dell’allora premier Ariel Sharon,e fatta ingerire ad Arafat con la collaborazione di «spie» infiltrate nel suo ufficio.

La prova a conferma di questo sospetto non si è mai trovata ma i medici che ebbero in cura il leader palestinese continuano a ripetere di non aver potuto individuare la patologia che fece precipitare in modo irreversibile e letale il numero di globuli rossi e piastrine nel sangue di Arafat.

Bassam Abu Sharif, un consigliere del leader scomparso, sostiene che Arafat fu avvelenato da Israele e che l’ex presidente francese Jacques Chirac sarebbe a conoscenza di tutti i dettagli. Arafat, spiega Abu Sharif, fu ucciso con un sistema analogo a quello utilizzato da Israele contro il dirigente del Fronte popolare Wadia Haddad, nella Germania Est nel 1978, che morì nel corso di un mese dopo aver ricevuto una tavoletta di cioccolata «biologicamente infetta». Nel sangue di Arafat, come in quello di Haddad, cessò all’improvviso la produzione di globuli rossi e piastrine.

Secondo Abu Sharif, Chirac e tre medici francesi che curarono Arafat durante la sua agonia in un ospedale di Parigi conoscono il tipo di veleno che provocò la morte di Arafat, ma mantengono il segreto in quello che ritengono essere «l’interesse della popolazione palestinese».

L’ombra di un ruolo d’Israele dietro la fine di Yasser Arafat viene avvalorata anche da Nasser Qidwa, ex ambasciatore dell’Olp alle Nazioni Unite e nipote del leader scomparso. «Israele è responsabile della morte di Arafat, noi restiamo convinti che egli sia stato avvelenato», afferma  Qidwa.

Ma non manca chi vede un coinvolgimento di esponenti palestinesi di primo piano nella morte di Arafat. Un anno fa l’Anp ordinò la chiusura temporanea dell’ufficio in Cisgiordania della televisione araba al Jazeera , accusando l’emittente di raccogliere «provocazioni» e diffondere «menzogne».

A suscitare la collera dei vertici palestinesi fu la diffusione da parte di al Jazeera di dichiarazioni di Faruq Kaddumi - storico alto dirigente di Fatah e dell’Olp da sempre contrario agli accordi di Oslo - in cui questi imputò ad Abu Mazen di aver provocato la morte di Arafat complottando con uomini del suo entourage e con Israele per avvelenarlo e, quindi, eliminarlo, dalla scena politica.

Lo scorso gennaio peraltro si rialzarono i toni della polemica fra palestinesi e governo tunisino perché non fu consentito ad emissari dell’Anp di fotocopiare gli archivi di Arafat. Si tratta di foto, lettere con partiti e movimenti politici stranieri, verbali di riunioni e anche documenti finanziari contenuti nella palazzina del quartiere di Mutueville a Tunisi che fu abitazione e ufficio di Arafat per oltre dieci anni dall’esilio dal Libano nel 1982 alla partenza per la Cisgiordania dopo gli accordi di Oslo.

Tra i tanti misteri c’è anche quello del ruolo avuto dalla moglie di Arafat, Suha Tawill, scomparsa totalmente dalla scena (assieme alla figlia Zahwa) e che secondo l’opinione di molti palestinesi sarebbe a conoscenza di elementi importanti legati alla morte di «Abu Ammar». Più di tutto, custodirebbe il segreto di alcuni investimenti finanziari effettuati  dall’Olp per ordine di Arafat e mai recuperati dopo la sua morte.

 


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