di Cinzia Frassi

Il 4 ottobre scorso, la Procura di Brescia ha firmato le richieste di rinvio a giudizio per la strage di Piazza Loggia. Già negli ultimi mesi l'inchiesta in corso aveva fatto ricominciare a sperare molti bresciani circa la possibilità di vedere aprirsi un altro processo, un'altra occasione per condannare i responsabili della strage di Piazza Loggia che il 28 maggio 1974 fece 8 morti e 103 feriti. Con questa richiesta di rinvio a giudizio firmata dal procuratore Giancarlo Tarquini, dall'aggiunto Roberto Di Marino e dal sostituto Francesco Piantoni, si confermano le richieste di rinvio a giudizio per concorso in strage per Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo e che “non poteva non sapere”, e anche per l'ex generale dell'Arma, Francesco Delfino, oltre che per Giovanni Maifredi, autista del ministro dell'Interno dell'epoca, Paolo Emilio Taviani. Questi rinvii si aggiungono a quelli dei mesi scorsi a carico di Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte. Accanto a loro, accusati dai pm Di Martino e Piantoni, anche il pentito Martino Siciliano e gli avvocati Gaetano Pecorella e Fausto Maniaci, accusati di favoreggiamento: sono sospettati di aver versato 150 mila dollari nelle tasche del pentito Siciliano per ritrattare le accuse nei confronti di Delfo Zorzi, facendo transitare denaro sul conto di Poggi, accusato di riciclaggio. Ci sarebbe da chiedersi soprattutto che nome portava la borsa che avrebbe “donato per la causa” quella lauta somma. Gli inquirenti battono per la terza volta la pista nera e la storia ipotizzata è questa: Zorzi avrebbe procurato la bomba, Maifredi doveva custodirla, mentre Giovanni Melioli, un ordinovista assolto per la strage di Bologna e morto negli anni novanta, doveva portarla in Piazza quel giorno. Attraverso le ammissioni della famosa “fonte Tritone”, al secolo Maurizio Tremonte, e Carlo Digilio, armiere di Ordine Nuovo, alias “zio Otto”, la Procura ricostruisce per l'ennesima volta le trame di una vicenda che resta per ora uno dei tanti misteri d'Italia.

Sarebbe meglio esprimersi in termini di misteri all'Italiana, per definire la beffa abnorme di uno Stato che dal dopoguerra ad oggi ha preferito chiudere gli scheletri nell'armadio degli orrori. Dagli anni della strategia della tensione la Procura di Brescia torna indietro nel tempo, fino all'immediato dopoguerra, quando l'Oss arruolava fascisti per impiegarli ad arte proprio in quel piano. L'ex generale dei Carabinieri Francesco Delfini non è esattamente ciò che la maggior parte dei cittadini bresciani immagina. Delfini da queste parti lo ricordano soprattutto per la vicenda del rapimento dell'imprenditore Giuseppe Soffiantini. Dopo aver recitato la parte dell'amico impegnato per il rilascio, viene condannato a tre anni e quattro mesi per truffa aggravata: aveva cercato di intascarsi quello che doveva essere il riscatto di 800 milioni delle vecchie lire. In realtà già dagli anni ’70 si sospettava facesse parte dei servizi segreti.


In realtà Delfini si incrocerebbe con la Strage di Piazza Loggia quando, per depistare le indagini, fa arrestare Ermanno Buzzi, fascista e mercante d'arte che verrà accusato essere parte della banda che ha fatto esplodere la bomba e che morirà ucciso in carcere. Un uomo di Delfino, Antonio Nirta, esponente della 'ndrangheta, sarebbe stato presente in Via Fani durante il sequestro di Aldo Moro. Delfino avrebbe partecipato alle riunioni organizzative della strage, e Pino Rauti, ex MSI, “non poteva non sapere”, sostengono gli inquirenti. Per parte sua l'ex fiamma respinge ogni accusa: “è un'assurdità. E' la terza strage di cui mi accusano. Sono sempre stato assolto”.
In effetti, è prassi italiana che quei famosi scheletri nell’armadio tali restino.

“Certi nomi non fanno altro che confermare lo strano connubio tra politica e servizi segreti in caso di stragi”, sostengono i familiari delle vittime di quel 28 maggio che aggiungono: “Non sappiamo ancora i nomi dei colpevoli, né forse li sapremo mai, ma l'area da dove nasce la strage sì”.
Trentatre anni e ancora nessuna verità per i bresciani, in piazza Loggia quel 28 maggio 1974 per manifestare contro il fascismo. Brescia è ancora oggi una città dove le stesse forze si contrappongono per strada, in piazza, dove ancora fanno la loro comparsa volantini inneggianti al fascismo e ad una nuova strage di Piazza Loggia. Ancora quei due fronti, a contrapporsi, a fronteggiarsi.

Intanto la legge 3 agosto 2004, n. 206 "Nuove norme in favore delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice" che attribuisce benefici alle vittime del terrorismo - risarcimenti, benefici pensionistici e previdenziali, agevolazioni fiscali e assistenza sanitaria e psicologica delle vittime e familiari, resta inattuata. A distanza di tre anni la legge è ancora resa inapplicabile a causa di ostacoli burocratici ed interpretativi di vario genere. Come se ciò non bastasse, la direttiva della Presidenza del Consiglio del 27 luglio scorso, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 2 agosto scorso, che doveva sbloccare l’applicazione della legge, resta lettera morta.

Inoltre, nella Finanziaria non hanno trovato posto gli strumenti attesi, che avrebbero potuto rimettere in campo l’applicazione della normativa. Questo “incidente di persorso” ha riacceso gli animi delle Associazioni delle vittime, che per tutta risposta indicono una conferenza stampa per denunciare l’ignobile situazione e le gravi scorrettezze del governo. Manlio Milani, Presidente Associazione dei caduti di Piazza della Loggia, fa sapere: “Il nostro obiettivo è sollecitare il governo e il parlamento affinché si trovino finalmente gli strumenti adatti per l’applicazione della legge. La Finanziaria era l’occasione giusta per inserire queste correzioni”. Era, appunto, l’occasione giusta. Il prossimo 13 novembre è fissata l’udienza preliminare per i primi sette indagati e Brescia è già con il fiato sospeso. Chissà se sarà la volta buona per la giustizia.


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