di Maura Cossutta

Sulla sentenza del Tribunale civile di Firenze occorre tornare. Come previsto, si è riaperta la bagarre e tuonano le dichiarazioni tanto scomposte quanto scontate della solita Binetti, dell’instancabile Volontè e di tutti i teodem, da qualunque parte schierati. Un fuoco di sbarramento che lancia anatemi e soprattutto minacce, ricatti. Sull’embrione non si passa, chi deve capire capisca. Ma ora è successo qualcosa, che oltre Tevere non aveva messo nel conto e che sta cambiando le regole del gioco. Prima la sentenza del Tribunale di Cagliari e ora, dopo non più di tre mesi, quella di Firenze: se il Parlamento non si muove, si muovono i cittadini e arrivano i giudici. Non bastano maggioranze parlamentari di fedeli devoti che votano una legge “secondo coscienza” per cancellare quella che è la coscienza civile e democratica di un paese, i diritti e i principi della cultura giuridica costituzionale. Le sentenze poi arrivano e agiscono, sono operative. La sentenza di Firenze oggi cambia il quadro: la legge 40 non è più un tabù, un dogma da far rispettare secondo i precetti della Chiesa. Le Linee Guida diventano illegittime, sono “disapplicate con effetto immediato”. E’ possibile effettuare, non solo per il centro dove è in cura la coppia che si è rivolta al giudice, ma ovunque, la diagnosi pre impianto, che risulta ormai “ammissibile con effetto erga omnes” nel nostro ordinamento. L’impianto stesso della legge viene ribaltato. Si apre la strada ad una riforma per via giudiziale del testo normativo, con precise indicazioni anche al legislatore. Non è più vietato il congelamento degli embrioni, in quanto la sentenza dispone che il centro è tenuto alla “crioconservazione degli embrioni che dovessero risultare affetti dalla patologia genetica” e quindi al trasferimento solo di quelli sani.

Sempre secondo la sentenza, il centro deve eseguire il trattamento di procreazione assistita “secondo le migliori regole della scienza in relazione alla salute della madre”. E’ quindi il medico - e non la legge come è stato fino ad ora - che deve decidere sul numero degli embrioni da produrre e da trasferire, tenendo conto delle esigenze e dei rischi del caso concreto, considerando in questo senso l’esclusivo riguardo alla salute della madre e non del nascituro. Viene così ristabilita la gerarchia degli interessi e dei valori tra madre e concepito prevista dalla Corte Costituzionale a partire dalla sentenza n. 27del 1975 e recepita dalla stessa legge 194 del 1978, sovvertendo di fatto il differente ordine di tutela previsto dalla legge 40. La strada è ormai segnata per una profonda modifica della legge da parte della Corte Costituzionale, anche se il Parlamento non interviene, perchè verrà tra breve investita del giudizio di costituzionalità di quelle parti della norma non interpretabili secundum Costituzione.

Un risultato straordinario, che i teodem ben temevano e che le donne e le coppie da tempo aspettavano. Oggi è doveroso dire che sono loro, le associazioni, queste donne e queste coppie ad aver vinto, perché hanno continuato a non arrendersi, anche quando il referendum è fallito, anche quando - ogni volta che si tornava a discutere di legge 40 - si diceva che non era più il caso. Hanno vinto perché sapevano di avere ragione, in forza del diritto, dei valori della nostra Costituzione, della laicità dello Stato. Hanno vinto perché hanno saputo credere in una morale pubblica che sappia riconoscere le diversità e promuovere la reciprocità. Ed è oggi proprio questa reciprocità che comincia ad affacciarsi come l’arma più potente contro l’impotenza della politica, del tatticismo, dell’opportunismo. Le sentenze fanno notizia, risvegliano l’opinione pubblica, che ricomincia a farsi domande, comincia a capire.

Finalmente sta succedendo qualcosa, sono loro, le donne e le coppie, a diventare protagoniste. E si comincia a parlare, a discutere; finalmente non tra addetti ai lavori, ma tra le persone normali, nelle case, nelle famiglie. Cresce una curiosità, una voglia di sapere: chi sono queste coppie, cosa sono le malattie genetiche trasmissibili, che differenza c’è con le malattie virali sessualmente trasmissibili, cosa è questa misteriosa diagnosi pre impianto, come si fa e a cosa serve, perché non si può fare prima di cominciare una gravidanza e invece si può fare quando una donna è già al quinto mese costringendola poi ad abortire per evitare che nasca un bambino malato di una grave malattia. Questa volta finalmente non sono medici, ginecologi, biologi, scienziati a rispondere, ma persone vere; questa volta raccontano le loro storie persone in carne ed ossa, con nome e cognome, con le loro speranze e le loro paure, come quelle di ogni donna quando teme che nasca un figlio malato. L’umanità vera entra in campo, con le parole, le facce, la gioia e la disperazione che ognuno riconosce. E della legge 40 se ne riparla, ma in un altro modo.

Pochissimi prima, durante il referendum, avevano in realtà capito di cosa si trattasse. Pochissimi avevano capito che per permettere di avere una gravidanza, prima bisogna prelevare dal corpo della donna i suoi ovociti (dopo aver stimolato la donna con farmaci anche rischiosi per la sua salute) che poi si mettono a contatto con gli spermatozoi prelevati dal padre; che gli embrioni che si producono sono cellule che si possono vedere solo al microscopio e che si dicono “in vitro” perché, appunto, la fecondazione è “artificiale” e quindi non avviene nel corpo della donna ma con un procedimento tecnico da laboratorio. Che la diagnosi pre impianto è un esame che si effettua su questa cellula fecondata in vitro e che l’embrione di cui si parla come un “bambino” è in realtà questa cellula e non un feto che già si muove nel grembo di una donna. Che questo esame studia i cromosomi, che sono quelle microscopiche strutture dei nostri geni dove è contenuto il DNA, che contiene tutte le informazioni per lo sviluppo dell’embrione e poi del feto.

Pochissimi sapevano che le malattie infettive sono determinate da un batterio o da un virus ma che non sono genetiche ed ereditarie, e che invece le malattie genetiche si chiamano così perché sono già scritte nel nostro DNA e cioè nei nostri geni, che ereditiamo dalle nostre madri e dai nostri padri. Pochissimi sapevano che la diagnosi pre impianto permette allora a tante donne e coppie che hanno questa ereditarietà di sapere se quella cellula fecondata in vitro contiene il gene malato che verrà trasmesso a quello che sarà il loro bambino, di saperlo prima che questa cellula venga reimpiantata nell’utero, perché altrimenti la gravidanza che inizierà farà nascere il bambino condannato - con una possibilità anche del 50% - ad essere malato. E che si tratta di malattie genetiche gravissime, senza possibilità di cure, con gravissime sofferenze, spesso destinate ad assegnare una morte precoce.

Oggi si può ridiscutere della legge 40, se parlano queste persone, quando vengono raccontate le loro storie: le diffidenze si diradano, nasce la comprensione, la solidarietà, la vicinanza. Ed è qui che è stato fatto un errore. Qui sta la causa più importante dello stesso fallimento del referendum, di quell’astensionismo così diffuso, di certo ben superiore a quello legato all’effettivo potere di condizionamento che la Chiesa.

Da una parte una discussione troppo tecnica, difficile, incomprensibile; dall’altra una campagna a tappeto in nome della difesa della vita, che toccava corde invece conosciute e assai sensibili. I più si sono astenuti, riconoscendo solo quello che potevano riconoscere, e cioè le paure iscritte nella propria storia, quelle degli stermini in nome della razza pura dei nazisti, o quelle iscritte nel proprio immaginario, di una scienza malvagia di qualche scienziato folle.

Grazie a questa sentenza, ora la legge comincia a essere invece conosciuta per i suoi effetti, i rischi, le conseguenze per la vita concreta di tante donne e di tante coppie. Che appaiono semplicemente più sfortunate, ma non alla fine così diverse magari da una sorella, da una figlia, da un’amica, da una coppia di giovani appena conosciuti in attesa di diventare genitori. Il linguaggio è cambiato e la comunicazione arriva. Non sono più donne capricciose, incoscienti, non è più una minoranza esigua di cui ci si può anche infischiare. Ci si riconosce, si riconosce la possibile reciprocità. Ed è la reciprocità che fa riconoscere la violazione di un diritto di pochi come la violazione di un diritto di tutti. Anche questo sta scritto nella sentenza del Tribunale di Firenze, soprattutto questo sta scritto nella nostra Costituzione.


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