di Sara Nicoli


Quando si dice: negare anche davanti all’evidenza. Maurizio Gasparri, padre della legge che ha salvato le aziende di Berlusconi, ieri si è esibito in una grande prova d’attore pre-elettorale. Mentre l’intera comunità europea stava ridendo dell’ennesima condanna che si è beccata l’Italia per aver dato a Rete 4 la possibilità di sopravvivere quando le sue frequenze dovevano andare ad Europa 7, che le aveva vinte con una regolare gara, ecco che Gasparri è piovuto dentro le tv in tutti i tg di mezza sera per spiegare che, in fondo, dovremo fare una sola piccola modifica alla sua legge, poi tutto sarà di nuovo a posto. Negare sempre, anche davanti all’evidenza, di solito lo fanno gli uomini che mettono le corna alla moglie. Della consorte di Gasparri non sappiamo nulla, ma se fa così sul lavoro, figurarsi nel privato. Ora: veniamo all’ennesima bugia del centrodestra per tutelare almeno l’immagine delle aziende del Capo. Che, ovviamente, non è Fini. E’ sempre e solo Berlusconi. La notizia è che l’'Europa ha bocciato Rete 4 e ha promosso Europa 7. Secondo i giudici della Corte di giustizia Ue del Lussemburgo il regime italiano di assegnazione delle frequenze per le attività di trasmissione radiotelevisiva “è contrario al diritto comunitario”. A questo punto Retequattro potrebbe essere costretta a migrare sul satellite per lasciare spazio all'emittente di Francesco Di Stefano impegnata da anni in una guerra legale per vedersi riconoscere il diritto a trasmettere via etere su scala nazionale. Ma da Cologno Monzese si sono subito affrettati a commentare: "Nessun rischio per Retequattro". E figurarsi il contrario! Per la Corte di giustizia Ue il regime italiano "non rispetta il principio della libera prestazione dei servizi e non segue criteri di selezione obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati". Nella sentenza si ricorda che Centro Europa7 srl, è una società attiva nel settore delle trasmissioni radiotelevisive e che nel ‘99 ha ottenuto dalle autorità italiane un'autorizzazione a trasmettere a livello nazionale in tecnica analogica, ma non è mai stata in grado di trasmettere perché non sono mai state assegnate le radiofrequenze. Di qui la domanda di Europa7 di accertare il diritto ad ottenere l'assegnazione di frequenze, nonché il risarcimento del danno subito. Risultato: venne respinta dal giudice amministrativo.

Il Consiglio di Stato, dinanzi al quale la causa pende attualmente, ha così chiesto alla Corte di giustizia delle comunità europee l'interpretazione delle disposizioni di diritto comunitario relative ai criteri di assegnazione di radiofrequenze. Il giudice del rinvio "sottolinea che in Italia il piano nazionale di assegnazione delle frequenze non è mai stato attuato per ragioni essenzialmente normative, che hanno consentito agli occupanti di fatto delle frequenze di continuare le loro trasmissioni, nonostante i diritti dei nuovi titolari di concessioni". Cioè: la legge fatta dai gregari ha fatto si che le aziende del Capo potessero continuare a lavorare indisturbate. Se, in buona sostanza, in Italia non avessimo il problema del giudizio comunitario, Berlusconi avrebbe imposto ben di più di quello che ha comunque fatto per salvare i beni di famiglia. Come dice la Ue, le leggi che si sono succedute hanno perpetuato un regime transitorio che ha dato l'effetto di non liberare le frequenze destinate ad essere assegnate ai titolari di concessioni in tecnica analogica e di impedire ad altri operatori di partecipare alla sperimentazione della televisione digitale. In pratica: si è impedito a nuovi soggetti di entrare per consentire a Berlusconi di mangiarsi la gran parte della torta pubblicitaria esistente. Tutte cose note. Ma quando lo dice la Ue ha tutto un altro sapore, quello della legalità, che tanto manca in Italia. Principalmente a causa di Berlusconi che dell’illegalità ha fatto legge.

Dunque per capire come si è arrivati fino a qui bisogna fare un salto indietro nel tempo e tornare al ‘97 quando la legge Maccanico ha recepito una sentenza della Corte Costituzionale secondo cui la precedente legge Mammì non era in grado di combattere le posizioni dominanti e, di conseguenza, non difendeva il pluralismo dei media. Sono così stati introdotti nuovi limiti alla concentrazione nel mercato televisivo in base ai quali nessun soggetto poteva detenere una soglia superiore al 20% delle reti nazionali. Chi superava questo tetto avrebbe dovuto liberare le frequenze per trasmettere in analogico, per intenderci la televisione tradizionale, facendo spazio ai vincitori della gara che si sarebbe tenuta due anni dopo. E proprio Europa 7 nel ‘99, vincendo quella gara, ottenne la concessione a trasmettere in tutta Italia. Con un corollario non da poco: Retequattro avrebbe dovuto cedere le sue frequenze e traslocare sul satellite. Di Stefano, però, non ha mai ricevuto le frequenze. E nel frattempo, una serie di leggi e decisioni giudiziarie hanno permesso a Retequattro di proseguire le sue trasmissioni. Ignorando, peraltro, una sentenza del 2002 della Corte Ccostituzionale - secondo cui il termine ultimo per sgomberare l’etere era il 31 dicembre 2003 - la legge Gasparri firmata dal governo Berlusconi ha permesso a chi era di troppo di rimanere al suo posto. A questo punto Europa 7 si è rivolta al Tar, che però ha negato le sue ragioni.

Ed eccoci ai giorni nostri, con Di Stefano che ha impugnato la sentenza del Tar di fronte al Consiglio di Stato che, a sua volta, ha rivolto alla Corte di Giustizia della Ue una serie di quesiti "pregiudiziali" per capire se ci sia stata una violazione delle regole comunitarie. E la Corte Europea rileva che l'applicazione in successione dei regimi transitori strutturati dalla normativa nazionale a favore delle reti esistenti "ha avuto l'effetto di impedire l'accesso al mercato degli operatori privi di radiofrequenze". Questo effetto restrittivo "è stato consolidato dall'autorizzazione generale, a favore delle sole reti esistenti, ad operare sul mercato dei servizi radiotrasmessi". Tali regimi inoltre hanno avuto l'effetto "di cristallizzare le strutture del mercato nazionale e di proteggere la posizione degli operatori nazionali già attivi su detto mercato".

Il limite al numero degli operatori sul territorio nazionale, potrebbe essere giustificato da obiettivi d'interesse generale, ma - come stabilisce il nuovo quadro normativo comune per i servizi di comunicazione elettronica - "dovrebbe essere organizzato sulla base di criteri obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati". La conclusione della Corte è che "l'assegnazione in esclusiva e senza limiti di tempo delle frequenze ad un numero limitato di operatori esistenti, senza tener conto dei criteri citati, è contraria ai principi del trattato sulla libera prestazione dei servizi". A questo punto il Consiglio di Stato si dovrà conformare alla sentenza Ue annullando tutto quello che è contrario alle norme comunitarie, vedi la Gasparri (già silurata da Bruxelles per altri aspetti), e assicurandosi che il ministero delle Comunicazioni provveda alla sanatoria spostando Retequattro sul digitale.

Ma dal gruppo fondato da Silvio Berlusconi si sono affrettati a far sapere che la sentenza della Corte di Giustizia Ue "non può comportare alcuna conseguenza sull'utilizzo delle frequenze nella disponibilità delle reti Mediaset, inclusa ovviamente Retequattro". Secondo l'azienda di Cologno Monzese, "il giudizio cui la sentenza si riferisce riguarda infatti esclusivamente una domanda di risarcimento danni proposta da Europa 7 contro lo stato italiano e non può concludersi in alcun modo con pronunce relative al futuro uso delle frequenze", prosegue il gruppo di Cologno riservandosi "ogni commento all'esito della lettura" della sentenza. "Quanto all'insinuazione che Retequattro occuperebbe indebitamente spazi trasmissivi a danno di Europa 7- si aggiunge - Mediaset ribadisce che Retequattro è pienamente legittimata all'utilizzo delle frequenze su cui opera. Quindi nessun rischio". E figurarsi, quando mai….

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