di Sara Nicoli

Lo si considera ancora, erroneamente, uno dei poteri “forti” di questo Paese. Una struttura solida, politicamente e socialmente motivata, in grado di far rispettare quelle regole di fondo nel mondo del lavoro di cui le innumerevoli caste italiane tendono a dimenticarsi con estrema facilità. A discapito dei lavoratori. Il sindacato, insomma, fino a ieri era ancora capace di raccogliere, sotto una stessa bandiera di lotta, quel numero sufficiente di iscritti per ribaltare il tavolo di una trattativa in favore dei lavoratori. O, quantomeno, a rendere sopportabili le ferite di una cassa integrazione inevitabile per il solo fatto di essere elemento aggregante; insieme ai compagni, al sindacato, nella lotta per il bene comune. Oggi, nel riposizionarsi continuo delle stratificazioni sociali, il sindacato (inteso come entità sociale e politica, non come sigla o unione di sigle) si trova a distanze siderali dai lavoratori e dalle loro esigenze primarie. E’ un corpo a sé, distante e scollato dalla realtà. Come la politica prima e un sacco di altre cose poi, il sindacato è diventato una casta. E sta perdendo credibilità. Per fare un esempio, nel 2007 la più piccola delle 13 sigle dell'Enav, ente controllori di volo (cinque tesserati in tutto, uno zoccolo duro di sostenitori che starebbe largo in un monolocale) riuscì a far cancellare 320 voli in un solo giorno. Oggi assistiamo, senza poter gridare basta, alla potenza di un sindacato che a seconda della convenienza del leader di turno, si interpone nella trattativa Alitalia bloccandone ogni sbocco che non sia il commissariamento della compagnia. Perché il sindacato, in fondo, non c’è più. Ma cos’è diventato?


La domanda è scontata. Lo è molto meno, ovviamente, la risposta. C’è un libro, in uscita in questi giorni (s’intitola l’Altra Casta, scritto da Stefano Livadotti, un giornalista dell’Espresso) che ha messo insieme una serie di elementi per disegnare la mappa di una crisi che è sotto gli occhi di tutti ma a cui nessuno sembra in grado di porre mano per fermarla. Naturalmente, in questo libro c'è un intero capitolo dedicato ai fasti di Alitalia, l'azienda più sindacalizzata del Paese, nel quale si apprende dell'esistenza, sancita per contratto,di una Banca dei riposi individuali, della speciale indennità riservata al personale viaggiante per la temporanea assenza del lettino a bordo di alcuni Boeing 767-300, centinaia di euro che per non creare odiose discriminazioni sono stati corrisposti anche a chi volava su aerei dotati delle cuccette in questione.

Ma questo è solo un aneddoto dei tanti. La notizia, se vogliamo, è che da questa serie ininterrotta di episodi, situazioni grottesche e tragedie reali, emerge quello che è il comune sentire intorno al sindacato e alla sua reale capacità di incidere nella vita dei lavoratori: è ormai un carrozzone, una macchina che macina potere e denaro e che non restituisce nulla. Il luogo comune secondo cui il vero dramma del lavoro è il sindacato poteva essere considerata un leit motiv di destra solo fino a qualche anno fa. Oggi anche – e soprattutto- a sinistra ci si chiede come sia stato possibile riprodurre nel sindacato tutte quelle storture che contribuiscono, a vari livelli, ad ingessare questo Paese e a rendere inagibile il mondo del lavoro sotto il profilo dei diritti dei lavoratori. La fotografia di ogni sindacato, minimamente rappresentativo, è la stessa: organici colossali con migliaia di dipendenti pagati dal contribuente (fatti salvi quelli di categorie definite), lo sterminato e parzialmente detassato patrimonio immobiliare, i vantaggi, i privilegi vari e variegati di cui godono i maggiorenti della “casta del lavoro”, in pieno scorno di un lavoratore medio che non riesce, soprattutto oggi, a sentirsi al sicuro dai padroni, più o meno come nell’800.

Dice l’autore del libro dipingendo, in modo spietato, il sentire del momento intorno al ruolo del sindacato nella società: “L'immagine del sindacato come di un soggetto responsabile, capace di farsi carico degli interessi generali del Paese, agli occhi degli italiani si è dissolta ormai da tempo”.

Sempre più autoreferenziali, le confederazioni hanno perso il contatto con la vita vera, per diventare un soggetto autistico, abiurando alla loro storia, alla loro vera missione. “Un apparato che - si legge sempre nel libro - presentandosi come legittimo rappresentante di tutti i lavoratori, in nome di una concertazione degenerata in diritto di veto, pretende di mettere becco in qualunque decisone di valenza generale, ma in realtà fa gli interessi dei suoi soli iscritti, ai quali sacrifica il bene collettivo, mettendosi ostinatamente di traverso a qualunque riforma rischi di intaccarne uno status quo fatto di privilegi”. Brutale, ma incisivo. E assolutamente veritiero. Uno dei motivi per cui il sindacato è in piena crisi è perché il particolarismo di categoria ha preso il sopravvento sul bene comune. E così, tanto per fare un altro esempio, si vede che la Uil (è successo nei giorni scorsi) abbandona il tavolo di trattativa con Air France per il solo fatto che il suo maggior numero di iscritti sta tra il piloti dei cargo, una branca di Alitalia che Air France vorrebbe dismettere. E chi se ne importa poi della trattativa complessiva, del “bene comune” Alitalia. L’importante è aver fatto capire a quei quattro gatti che, con le loro quote consentono ai dirigenti sindacali di categoria di mantenere i privilegi, che il sindacato, quando il gioco si fa duro, è in grado di rompere le scatole parecchio. Poi, se così succede, non ci si può lamentare se verso il sindacato in genere, anche quello meno colpevole e più meritevole di intascare qualche spicciolo di sovvenzione dai lavoratori, si sente soffiare un forte sentimento di insofferenza e di repulsa.


Nel cittadino medio, la percezione diffusa del sindacato è questa, piaccia o no. E una vicenda più di ogni altra contribuisce a cementarla. “Dove comandano loro”, è il titolo programmatico del capitolo del libro dedicato ad Alitalia, azienda che ha un tasso di sindacalizzazione bulgaro, il 77,9% tra gli assistenti di volo e l'87,1% tra i piloti. Le scoperte sono varie, indubbiamente sconfortanti, sempre istruttive. Si apprende ad esempio che grazie al Regolamento sui limiti di tempo di volo e di servizio e requisiti di riposo per il personale navigante, il giorno di riposo, «singolo libero dal servizio», per i piloti Alitalia comprende due notti e non deve essere mai inferiore alle 33 ore. Si viene a sapere, poi, dell'esistenza di un “Comitato nomi” con la dignità di un’azienda medio piccolo in virtù dei suoi trentasei dipendenti, che ha l’unico scopo di discutere giorno e notte per suggerire come battezzare i nuovi aerei. Ovviamente fino a quando ce n’erano di nuovi in arrivo, adesso è in stand-by. Più seriamente, nel 2007, mentre il governo cercava col lanternino un compratore disposto a salvare la nostra compagnia di bandiera dal fallimento — ha perso 364 milioni di Euro in 365 giorni, di ventiquattro ore, non di 33 — piloti e hostess si sono fatti un giro di valzer sul Titanic sommando scioperi che hanno causato mancati introiti per un totale di 111 milioni di euro. E gli ultimi eventi, quelli che stanno quotidianamente sulle pagine dei giornali, secondo l’autore (ma anche secondo noi) sono il fermo immagine più limpido per fissare l'incapacità conclamata di conciliare gli interessi dei propri iscritti con quello generale.


Certo, fare di tutte le erbe un fascio sarebbe ingeneroso nei confronti di chi, ancora pochi, nel sindacato ci crede e ci lavora con impegno. E lo sappiamo bene che al nord, nelle cinture industriali di alcune città come Torino, Brescia, Milano, oppure nel profondo nord est, c’è ancora una sindacato di base che è forte e attivo, ma soprattutto vicino ai lavoratori e alle loro necessità e rivendicazioni. Ed è grazie a questi sindacalisti di base se ancora il sindacato ha un peso e riesce a portare iscritti alla propria lotta. Quella che emerge, però, è un’altra immagine. Che si rifà, purtroppo per loro, soprattutto alla triade di Cgil, Cisl e Uil. I cui segretari, piovuti sulle poltrone più alte delle rispettive confederazioni come su trampolini capaci di proiettarli in parlamento alla prima elezione utile, sembrano essere buoni a far tutto tranne che a far quello per cui sono profumatamente pagati: difendere i lavoratori. Parlano ed esternano su tutto, ritagliandosi figure pari all’autorevolezza che esprimono.

Che brutta immagine quella di Pezzotta che, ormai quasi stretto dentro il nuovo scranno parlamentare, detta legge morale alle donne italiane in materia di aborto e contraccezione con un’arroganza invidiabile persino da Ratzinger! E che pena essere costretti a notare l’assenza di Epifani nei momenti più critici della trattativa sul Welfare , ma dover sopportare Bonanni in prima fila al Family day su temi che mal si conciliano con la difesa del posto di lavoro delle donne. Ma fosse solo questo. Nell’ultimo anno solare il capo della Cisl ha collezionato 607 titoli sul notiziario Ansa, una media di 1.7 esternazioni al giorno, compresi Natale, Capodanno e Ferragosto. Leggermente attardato Epifani (539), segue a ruota Angeletti (339). Nello stesso arco di tempo, annota puntiglioso e spietato Livadiotti, la percentuale di coloro che vedono i sindacati come il fumo negli occhi è volata dal 67,9% al 78,3%, dati Eurispes, mentre lo zoccolo duro che ancora si dichiara molto fiducioso nel loro operato è passato dal 10,1 al 4,1%. Ora, senza andare a cavillare su vittime e colpevoli, su vincitori e vinti, su disastri scampati e ancora in corso, sarebbe bene prendere atto che è venuto il momento di voltare pagina. Perché se non lo farà il sindacato, ci penseranno i lavoratori. E non sarà un bel giorno.

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