di Mariavittoria Orsolato

La vecchia volpe non perde il vizio, ma assieme al pelo comincia a perdere anche colpi. Inserire il terzo “salva-Rete 4” in un emendamento riguardante la tutela della fauna selvatica - sebbene le due cose potessero sembrare attinenti - è stato un boomerang per il Governo Berlusconi IV° che, per soli due voti, mercoledì si è visto sconfitto alla Camera ed è tecnicamente caduto sulla sua stessa buccia di banana. “Colpa delle assenze” si giustifica il Premier; “grande successo politico” gongolano i dipietristi. Tutta l’opposizione, sia quella “ombra” del Pd che quella “muro” dell’Italia dei Valori, passando per un’insospettabile Udc, ha infatti votato contro il Decreto Legge sull’attuazione degli adempimenti europei, contenitore legislativo voluto dal Governo Prodi, in cui il team Berlusconi ha inserito un articolo sulla possibilità di “continuare a consentire le trasmissioni a chi ne ha diritto, fino al completamento del piano di assegnazione delle frequenze tv in digitale, nel 2012”. Il fatto che l’avente diritto sia il Presidente del Consiglio e non Francesco Di Stefano, patron di Europa 7 e legittimo assegnatario delle frequenze occupate da Rete 4, ha evidentemente ridestato dal torpore del fair play quel che resta dell’opposizione italiana dopo la Caporetto del 13 e del 14 aprile, e ha fatto arrovellare sui codici giuristi di mezza Europa. Ma facciamo un passo indietro. Nel luglio 1999 Di Stefano vince il duello con Rete 4 per la concessione di una rete nazionale; l’allora Governo Amato ignora con nonchalanche l’esito della gara e non si pronuncia sulla sopraggiunta illegittimità del quarto canale. Nel 2002 la Corte Costituzionale si pronuncia sulle recriminazioni del gruppo Europa 7 e richiama all’ordine Mediaset imponendo, con la sentenza numero 466, di dismettere le trasmissioni nazionali di entro il 31 dicembre 2003. Berlusconi e la sua cricca, nel frattempo arrivati per la seconda volta al Governo, si mettono subito al lavoro per togliersi dall’imbarazzante empasse e il 24 dicembre 2003, giusto una settimana prima della scadenza, riescono a far approvare il secondo salva-Rete4 dopo quello sancito dall’ormai noto “trattato di Versailles delle tv” del 1996, targato bipartisan Maccanico-Pisanu.

L’entusiasmo spiana la strada alla legge Gasparri che, pur essendo stata giudicata a più riprese incostituzionale e rispedita al mittente dallo stesso Presidente della Repubblica Ciampi, viene definitivamente approvata nell’aprile del 2004, con buona pace di Di Stefano, costretto per l’ennesima volta a rinunciare ai legittimi introiti che gli spettano dal national broadcasting. Nel frattempo la Corte di Giustizia Europea ha provato a tirarci le orecchie un paio di volte, nel 2006 e nel 2007, finendo lo scorso 31 gennaio per emanare la terza ed ultima sentenza favorevole a Europa 7 che condanna l’Italia, rea di avere leggi contrarie al diritto comunitario e quindi sostanzialmente illegali, a pagare una multa di 350.000 euro al giorno con valore retroattivo al 2006. Ad oggi il “canone Fede” ci è costato 280 milioni di euro e si prevede che il prezzo lieviterà fino al 2015, data più futuribile per il definitivo passaggio alla tv digitale. Non si capisce come l’eclettico Ministro Tremonti farà quadrare i conti: con la strombazzata abolizione dell’Ici e la costosissima emergenza rifiuti, la sanzione europea aggiunge l’ennesimo macigno alla già oberata situazione economica italiana. Aspettiamo di vedere quale coniglio uscirà dal cilindro del non-divo Giulio.

Tornando a Montecitorio, giovedì il decreto legge è stato approvato dopo la modifica al comma 2 dell’incriminato articolo 8-bis: ora le licenze tv individuali già rilasciate saranno convertite “secondo la legge in approvazione e la normativa comunitaria europea”. Il Popolo della Libertà non si dà però per vinto e annuncia, non senza boria, che l’emendamento verrà riproposto nel prossimo provvedimento utile perché, come rivendica ostinato il Sottosegretario alle Comunicazioni Paolo Romani, “il conflitto d’interessi non c’entra nulla”. Un po’ come dire che Mozart non ha niente a che fare con la musica classica, ma alle sparate siamo ormai abituati. Nel frattempo l’opposizione sotterra l’ascia dell’ostruzionismo e si prepara a quello che in molti dicono sarà il vero banco di prova del Berlusconi IV°: le trattative per il rinnovo delle poltrone Rai secondo le regole indicate nella tutt’ora in vigore legge Gasparri. In agenda c’è la designazione della nuova Commissione di Vigilanza Rai, preludio delle nomine del CdA e della presidenza di viale Mazzini. Il presidente della Camera Fini, d’accordo con quello del Senato Schifani, ha già sollecitato la lista dei nomi ai capigruppo, anche se la candidatura proposta dal PD, quella di Leoluca Orlando, pare sia stata già bocciata dal capogruppo del PdL alla Camera, Fabrizio Cicchitto.

Quest’improvvisa accelerata della maggioranza a favore delle questioni Rai fa credere che le priorità per il Premier siano ben altre che Rete 4 e il povero Fede, la tv pubblica è un piatto molto più ghiotto. Specialmente perché non rischia di andare sul satellite.


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