di Ilvio Pannullo

Sono giorni complicati per l’Italia. La crisi politica oramai conclamata e prossima ad essere portata in Parlamento il prossimo 14 dicembre rischia di pregiudicare irrimediabilmente i conti pubblici del paese. Per evitare il peggio il Quirinale ha scelto una linea interventista, dimostrando una certa discontinuità rispetto l’interpretazione data sino ad oggi al settennato di Giorgio Napolitano. Ieri il Presidente invocava "il giusto riserbo", anche se, alla platea riunita al Colle per la consegna dei riconoscimenti ai Cavalieri del lavoro, consegna un suo commento sull'attuale fase politica.

"Sono soddisfatto per il senso di responsabilità dimostrato ieri da parte di tutte le forze politiche" che hanno deciso di dare la precedenza al varo della legge di stabilità. "Avremo bisogno di altri segni di questo senso di responsabilità - ha aggiunto il capo dello Stato - nei tempi a venire". Il tutto dopo che il giorno precedente sempre il Presidente della Repubblica aveva incontrato Gianfranco Fini e Renato Schifani.

Fonti vicine al Colle, raccontano di un Capo dello Stato piuttosto indispettito per le parole del Cavaliere nel chiedere la fiducia solo a Montecitorio. Insomma, il Presidente della Repubblica sembra convinto nel seguire la strada dello strappo finale. Intanto, i finiani prefigurano alleanze con Rutelli, Lombardo e la stessa sinistra. Non va meglio al Pd.

Questo il quadro politico. Frastagliato, caotico, curvo e ingessato sulla triste quotidianità politica, del tutto incapace di immaginare una visione comune e responsabile per portare il paese in una condizione di sicurezza, lontano dalle nubi che aleggiano sui suoi conti pubblici. Ecco dunque l’altro fronte d’intervento - quello dell’economia - su cui il Colle non ha lesinato parole anche dure.

Più chiaro di così il Presidente Giorgio Napolitano non poteva infatti essere: "C'è una grande confusione, un grande buio, il vuoto sulle nostre scelte, sulle priorità nella destinazione delle risorse pubbliche". Al Quirinale, insomma, la finanziaria (ora denominata legge di stabilità), proprio non piace. Era il 12 novembre e Napolitano parlava davanti all'assemblea del Cuamm, l'associazione dei medici per l'Africa, quindi lo spunto fu la riduzione delle risorse per la cooperazione internazionale: "Non sono concepibili - disse - sordità e assurdità così che con un tratto di penna si cancellano gli aiuti allo sviluppo".

Ma la critica del Capo dello Stato non si limita a questo, l’accusa mossa al governo e al ministro del Tesoro Giulio Tremonti è di muoversi senza una vera politica economica, senza cioè una logica generale, una visione, un’idea che innervi i procedimenti proposti e votati a ranghi serrati dall’esecutivo. Ma c'è una domanda legittima da porsi: perché Napolitano interviene così duramente adesso se il momento dei tagli è stato quello della manovra estiva, approvata a luglio?

La tempistica risulta più comprensibile mettendo in fila i provvedimenti di politica economica del governo. Già a maggio, quando diventa evidente che la crescita dell'Italia non sarà quella prevista dall’esecutivo e che la crisi della Grecia impone di accelerare il risanamento, Napolitano avverte: "Tutta l'Europa sta vivendo gravi difficoltà ed è questo il tempo dei sacrifici, che devono essere distribuiti equamente tra i cittadini".

Poi Tremonti e il governo confezionarono tra maggio e luglio la manovra che anticipò la legge di bilancio per il 2011-2013: una manovra finanziaria che vale 25 miliardi di euro. Un risanamento dei conti deciso per contenere il rapporto deficit/Pil, che prevede soprattutto una drastica riduzione dei trasferimenti agli enti locali ed il taglio ai costi del pubblico impiego realizzato attraverso il blocco dei pensionamenti e del turn-over.

E di Napolitano si ricordano almeno due interventi piuttosto espliciti. A fine maggio s’indigna per il modo "rozzo" e "pedestre" (secondo quanto riferiscono i quirinalisti) con cui il governo ha individuato gli enti inutili da tagliare, soprattutto quelli culturali. Il 27 luglio farà poi sapere di approvare la protesta dei diplomatici della Farnesina, mobilitati contro i tagli al Ministero degli Esteri, e ribadisce che il rigore nei conti "non deve modificare funzioni e strutture portanti" dello Stato. La replica del governo, soprattutto di Tremonti, non si fa attendere ma rimane velata per evitare lo scontro istituzionale.

Nella sostanza si diceva che con la manovra votata si erano realizzati tagli di spesa lineari (cioè riduzioni secche: -10% a tutti i dicasteri) perché era l'unico modo per far passare tagli senza perdersi in negoziati senza fine. Poi, in un secondo momento, si sarebbe corretto il tiro restituendo con provvedimenti di spesa un po' di risorse a chi avrebbe dimostrato di meritarsele. E quali siano le priorità Napolitano l’ha fatto capire anche di recente, il 18 ottobre, alle celebrazioni per i duecento anni della Normale di Pisa: la necessità di risanare il bilancio non deve causare una "miopia temporanea" che porta a trattare Università e ricerca come voci di spesa qualsiasi. Proprio in quei giorni, infatti, la riforma dell'Università saltava per assenza di copertura finanziaria.

Ieri è arrivato in commissione bilancio della Camera il maxiemendamento alla finanziaria. L'ultima occasione per il governo di affinare gli interventi di risanamento di luglio, visto che la cosiddetta legge di stabilità (quel che resta della legge finanziaria d'autunno) non muove praticamente un euro. La vecchia finanziaria d'autunno ormai é infatti soltanto una scatola vuota che non ha effetti sostanziali sui saldi di finanza pubblica rilevanti, cioè non incide sui parametri deficit/Pil e debito/Pil definiti con l'Unione Europea. Sul 2011 ha un effetto pari a soltanto un miliardo di euro, che salgono a 3 per l’anno 2012. Non è più lo strumento principale di politica economica. L'unico strumento che il governo ha per distribuire risorse è dunque un emendamento governativo alla legge di stabilità.

Per l’appunto quel maxiemendamento, depositato in commissione Bilancio alla Camera, che perde alcune agevolazioni, come la proroga del 55% sulle ristrutturazioni, e ne rimanda di alcuni mesi altre, come l’abolizione del ticket sanitario per le visite specialistiche e diagnostiche o l’assegnazione del 5 per mille. Sono state confermate, invece, la proroga per gli ammortizzatori sociali, la detassazione dei premi produttività, i fondi per i Comuni e le Regioni e per il trasporto pubblico locale.

Per quanto riguarda l'Università i fondi saranno comprensivi di altre voci, come il credito d'imposta (voucher fiscale) a favore delle imprese che affidano attività di ricerca e sviluppo agli atenei o ad altri enti pubblici di ricerca, i prestiti d'onore e l'erogazione di borse di studio. Il quantum delle misure, però, lascia a desiderare. Confermati anche i fondi per l'edilizia sanitaria (l'85% andrà al Sud) che saranno coperti dal Fondo per le Aree Sottosviluppate (FAS).

La copertura del maxi emendamento, calcolata in circa 5,5 miliardi di euro, si prevede verrà dalle entrate dei giochi, dalla vendita delle frequenze del digitale e dal fondo Gianni Letta, ossia la cassa di palazzo Chigi, nonché dalla sempre presente lotta all’evasione (con un inasprimento delle sanzioni per il “patteggiamento” con il Fisco) e dall’imposta sostitutiva per le tasse ipotecarie e catastali sul leasing immobiliare.

Il Quirinale ha visto subito che poco cambiava nella sostanza: addio alle detrazioni per l'efficienza energetica, niente soldi per la cooperazione internazionale, soltanto 1 miliardo per l'Università (mentre le risorse si trovano per le scuole cattoliche, i comuni che non rispettano il patto di stabilità e per l'editoria). Quindi Napoletano è stato ancora più esplicito, denunciando l'assenza di una linea politica dietro queste scelte. Il governo replica, ma il messaggio è arrivato e si vedrà nei prossimi giorni se verrà recepito, magari con qualche correzione al maxiemendamento.

Di certo le parole di Napolitano sono state ascoltate anche dai mercati finanziari, sempre più pessimisti sulle sorti dell'Italia. La settimana scorsa la differenza di rendimento tra i buoni del tesoro decennali e i titoli di Stato tedeschi, parametro che misura quanto l'Italia è considerata a rischio bancarotta più della Germania, è arrivato al massimo da quando esiste l'euro.

Con un governo oramai allo sbando, un Parlamento svilito nelle sue funzioni ed umiliato dalla presenza di personaggi impresentabili, rimane solo il Presidente della Repubblica a difendere la credibilità del nostro paese e l’interventismo decisionista recentemente dimostrato lasciano almeno viva la speranza.

 

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