di Mariavittoria Orsolato

La Consulta in questi giorni ha dato parecchie soddisfazioni al livido popolo italiano. Poco prima di bocciare sonoramente il legittimo impedimento volto a scudare l’indagatissimo  premier, i giudici della Corte costituzionale hanno giudicato ammissibili tre delle cinque proposte di referendum avviate in seguito alla liberalizzazione e alla privatizzazione di servizi energetici e di beni primari. I quesiti su cui i comitati promotori hanno raccolto ben un milione e mezzo di firme, vertono tutti sulla pubblicità dell’acqua e sullo spinoso ritorno al nucleare, tanto voluto dall’esecutivo ma che ancora divide gli italiani.

Grazie al parere positivo della Consulta, in una data compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno 2011, si andrà alle urne per decidere se abrogare quanto fatto finora dal terzo esecutivo Berlusconi in materia di enti pubblici e nucleare. Il primo dei quattro quesiti che verranno proposti riguarda l’abrogazione dell’art. 23-bis della legge 166 del 2009 (servizi pubblici locali di rilevanza economica) contenuto in quella che allora venne definita “riforma Fitto”: nel testo si disponeva infatti che le vecchie e temute aziende municipalizzate, sovrane su tutti i servizi primari al cittadino, venissero smembrate a favore dei soggetti privati desiderosi di accaparrarsi una bella fetta di appalti pubblici.

Non si tratta solo di acqua infatti, con l’abrogazione del suddetto articolo si andrebbe a rivoluzionare l’assetto voluto solo due anni fa dal Governo in merito anche a tutti gli altri servizi pubblici locali cosiddetti “di rilevanza economica”: parliamo quindi di autobus, metropolitane, depurazione, fognature, raccolta dei rifiuti eccetera. Nel caso in cui, elezioni anticipate permettendo, le urne rendessero un sì, l’intero impianto della riforma Fitto verrebbe smantellato, ponendo un duro stop a liberalizzazioni e privatizzazioni.

Mentre i comitati pro acqua pubblica gioiscono, i più attenti e cinici osservatori del mercato giudicano la decisione della Consulta, se non come un suicidio economico, almeno come un gigantesco balzo indietro. Dalle colonne del quotidiano economico per antonomasia, il Sole 24 Ore, giunge infatti un monito ben circostanziato: “La cancellazione dell'intera riforma produrrebbe un ritorno all'epoca dell'in house, dello strapotere delle aziende pubbliche controllate dagli enti locali”.

Orrore. La prospettiva di una parcellizzazione dei servizi pubblici primari non è certo meno orribile di quella che vede un ritorno del conflitto di interessi degli enti locali proprietari, regolatori ed erogatori dei servizi, con distribuzioni massicce di gettoni di presenza e inevitabili parentopoli annesse. Se infatti il referendum dovesse andare incontro alle richieste dei comitati pro acqua pubblica si ritornerebbe all’in-house voluto nel 2003 dal cosiddetto “lodo Buttiglione” che, in soldoni, significa l’affidamento diretto del servizio di un ente pubblico a una persona giuridicamente distinta che però risulta essere controllata dall’ente pubblico stesso.

A governare era sempre Berlusconi ma è evidente che da allora le cose siano cambiate parecchio: a volere la legittimazione dell’in house nel 2003 era stata la Lega, nel tentativo di difendere ad oltranza le prerogative dei suoi amministratori locali, poi la crisi finanziaria americana ha sparigliato le carte in tavole e il centro-destra è tornato a preferire i privati alle nomenklature.

Insomma, qualsiasi sarà il responso referendario, gli italiani si troveranno di fronte una gestione della cosa pubblica problematica e conflittuale. Sia la privatizzazione che il monopolio delle municipalizzate sono nemici di un buon servizio al cittadino: se infatti la privatizzazione comporta esternalità negative a livello di prezzi al consumatore e di qualità dell’acqua, un ritorno alla gestione in house non alleggerirebbe le bollette dal momento che, orfani dell’ICI i comuni sono alla disperata caccia di introiti imponibili. Sarebbe poi ingenuo credere o anche solo sperare che le municipalizzate si comportino in modo eticamente più apprezzabile rispetto ai privati.

Certo a livello ideale i due soggetti sono gli estremi di una visione manichea della politica economica ma, nella realtà fattuale di quest’Italia allo sbando, il risultato della mediazione di entrambi va contro il cittadino/consumatore che si ritrova comunque costretto a pagare cifre esose per quello che a tutti gli effetti è un bene primario ed inalienabile. Scegliere il male minore è ormai il leitmotiv delle consultazioni elettorali e popolari degli ultimi 20 anni. E poi ci si lamenta dell’astensionismo.

 

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