di Fabrizio Casari

Il tassello che mancava alla ricostruzione di quel 16 Marzo 1978, quando il Presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, venne sequestrato dalle Brigate Rosse dopo l’annientamento della sua scorta, è sempre stato quello riguardante l’identità e l’appartenenza dei due individui che, a bordo di una motocicletta Honda, agirono a supporto del commando, bloccando la strada ad eventuali "intrusi".

I dirigenti delle BR, sia Mario Moretti che Valerio Morucci, all’epoca rispettivamente capo nazionale il primo e capo della colonna romana il secondo, hanno sempre negato che i due individui fossero loro militanti, benché la ricostruzione di quei momenti e la stessa testimonianza dell’ingegner Marini evidenziarono come agissero in funzione di appoggio al commando che operò in Via Fani.

I due, infatti, aprirono il fuoco contro l’ingegnere che, come usa dirsi, era nel posto sbagliato al momento sbagliato. Infatti, incurante, stava entrando con il suo motorino sul teatro dell’azione. Venne accolto da spari. Una caduta salvò la vita dell’ingegnere, che vide però il parabrezza del suo motorino crivellato di colpi.

Nel corso degli anni, quei due individui a bordo dell’Honda vennero assegnati di volta in volta alla criminalità comune, alla ‘ndrangheta, ai servizi stranieri o ai simpatizzanti delle BR, nonostante il deciso e reiterato diniego posto dai capi dell’organizzazione terroristica e le serie perplessità dei magistrati che indagarono sul sequestro di Moro, mai convinti di quella ricostruzione fantapolitica, che appare oggi una ripetuta opera di depistaggio per impedire che le indagini toccassero il nervo scoperto della vicenda Moro.

Oggi però viene a galla la verità, grazie ad una lettera giunta all’ex ispettore di polizia Enrico Rossi, che racconta ora all’ANSA che “tutto è partito da una lettera anonima scritta dall’uomo che era sul sellino posteriore dell’Honda in via Fani. Diede riscontri per arrivare all’altro, a quello che guidava la moto” e che decide di rendere pubblico il contenuto della missiva dell’agente che si trovava sul sedile posteriore.

Così la lettera: “Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità su certi fatti. Ora è tardi, il cancro mi sta divorando e non voglio che mio figlio sappia. La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Camillo Guglielmi (l'ufficiale del Sismi che si trovava in via Fani all'ora della strage, ndr), con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontrarlo ultimamente...".

La lettera giunse in maniera casuale nelle mani dell’ispettore Rossi nel Febbraio del 2011. Rossi, che ha sempre svolto il suo ruolo nell’antiterrorismo, cerca di andare avanti alla scoperta della verità. Propone ai suoi superiori di andare avanti ed effettuare tutti gli accertamenti del caso, ma si trova davanti un muro di gomma quando chiede di sfogliare gli elenchi di Gladio.

“Per non lasciare cadere tutto nel solito nulla - afferma l’ormai ex ispettore - predispongo un controllo amministrativo nell’abitazione. L’uomo si è separato legalmente. Parlo con lui al telefono e mi indica dove è la prima pistola, una Beretta, ma nulla mi dice della seconda. Allora l’accertamento amministrativo diventa perquisizione e in cantina, in un armadio, ricordo, trovammo la pistola Drulov poggiata accanto o sopra una copia dell’edizione straordinaria cellofanata de La Repubblica del 16 marzo”. Il titolo era: “Aldo Moro rapito dalle Brigate Rosse”.

“Nel frattempo - va avanti il racconto di Rossi - erano arrivati i carabinieri non si sa bene chiamati da chi. Consegno le due pistole e gli oggetti sequestrati alla Digos di Cuneo. Chiedo subito di interrogare l’uomo che all’epoca vive in Toscana. Autorizzazione negata. Chiedo di periziare le due pistole. Negato. Ho qualche ‘incomprensione’ nel mio ufficio. La situazione si ‘congela’ e non si fa nessun altro passo, che io sappia”.

Rossi, spinto anche da un clima fattosi ormai pesante per lui, decide di andarsene in pensione anticipatamente, a soli 56 anni di età. Sceglie di rivelare ora la notizia della lettera e quanto vi era contenuto, insieme ai fatti che seguirono, perché informato “da una voce amica” dell’avvenuta morte dell’estensore della lettera stessa; viene a sapere che le armi sono state distrutte senza che venisse eseguita la perizia balistica si sente quindi ora in dovere di divulgare quanto l’agente aveva voluto rendere noto poco prima di morire.

Fino ad ora si sapeva che il Colonnello Guglielmi si trovava vicino via Fani la mattina del sequestro Moro. A sua detta era stato invitato a pranzo da un suo amico. Sono le 9,15 del mattino. A Guglielmi, uomo dei servizi segreti, sono stati addebitati nel corso delle inchieste diversi ruoli, tra i quali addestratore di Gladio e - come si può leggere nell’archivio della Commissione stragi del Parlamento - dirigente di un gruppo operativo clandestino del SISMI che avrebbe “gestito” i giorni del sequestro Moro.

Sembra ora, con la confessione di uno dei due agenti del SISMI operativi in via Fani, trovare conferma quanto da diverse fonti e per molti anni si è sostenuto: che Moro sarebbe stato rapito era noto ai nostri Servizi. Perché? Perché Moro viene di fatto condannato a morte, prima ancora che dalle BR, dall’allora Segretario di Stato Usa Henry Kissinger, che pochi mesi prima del suo sequestro, in un incontro a Washington, gli dice con chiarezza che il suo tentativo di aprire alla collaborazione del Partito Comunista Italiano viene considerato dagli Stati Uniti un percorso ostile e che non rimarrà senza reazioni.

Non a caso Moro rientra anticipatamente dal suo viaggio negli USA e appare preoccupato e angosciato per i colloqui avuti alla Casa Bianca. Sa che per sopravvivere, politicamente e non solo, deve cambiare linea, ma decide di andare avanti, convinto della bontà e dell’utilità della sua tesi.

Negli anni successivi, durante lo svolgimento delle inchieste, agenti operativi della CIA ribadiranno il concetto: con la sua linea politica, che prevedeva l’unità nazionale e, con essa, l’ingresso del PCI nell’area di governo, Moro era diventato “oggettivamente” un nemico della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Ne avrebbe pagato le conseguenze.

Che le BR fossero dotate di un loro percorso autonomo non vi sono dubbi e pensare che fossero solo un aggregato politico manovrato dai Servizi è un errore. Ma che fossero impermeabili agli stessi e che non vi fossero dei punti di convenienze coincidenti tra loro e la guardia pretoriana di quel potere che dicevano voler abbattere, è ormai chiaro da tempo.

Ancor più evidente, però, è il ruolo dei Servizi Segreti italiani, che durante tutta la storia repubblicana hanno operato sempre e solo agli ordini degli Stati Uniti e a sostegno della loro linea d’intervento sulla gestione dell’affaire Italia. Con ogni mezzo possibile, con depistaggi e coperture, con denaro e con armi, con la gestione dello spionaggio ad uso interno, con scandali e alleanze operative con chiunque, ma sempre agli ordini di chi, preso possesso dell’Italia nel 1945, a qualunque costo e con qualunque strage, non l’ha più mollata.

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