Alla fine il proporzionale ha imposto la sua legge. Dopo due mesi di negoziati che non hanno portato nemmeno all’ipotesi di un governo, tocca a Sergio Mattarella prendere il centro della scena. E via, si torna tutti al Quirinale, dove il Presidente della Repubblica condurrà una nuova tornata di consultazioni per creare quello che sui giornali è stato chiamato “un governo di tregua”.

 

C’è ancora chi spera in una ricucitura dell’ultimo minuto fra M5S e Lega, ma si tratta di uno scenario altamente improbabile. L’apertura di Luigi Di Maio, che si è detto pronto a fare un passo indietro sulla premiership, non sembra sufficiente per convincere Salvini a scaricare Berlusconi, indigeribile per gli stomaci dell’elettorato grillino.

 

 

Del resto è comprensibile: il leader leghista non vuole condannarsi alla marginalità politica (meglio essere il leader della prima coalizione d’Italia che il socio di minoranza di un governo pentastellato) né ha intenzione di rinunciare alle tv e ai denari dell’ex Cavaliere, da sempre generoso con gli alleati.

 

Arriviamo così a Mattarella e al suo “governo di tregua”. Cosa questa espressione voglia dire in termini pratici non è ancora del tutto chiaro. È verosimile che il Capo dello Stato metterà insieme un Esecutivo tecnico guidato da una personalità con un grande peso istituzionale e in grado di rassicurare al tempo stesso Europa e mercati.

 

Il toto-nomi per Palazzo Chigi è partito da giorni: si va dall’ex giudice costituzionale Sabino Cassese all’economista della Bce Lucrezia Reichlin, dal presidente dell’Istat Giorgio Alleva all’ex ministro del Lavoro Enrico Giovannini, passando per il numero uno del Consiglio di Stato Alessandro Pajno e per l’immancabile Carlo Cottarelli, neo prezzemolino da talk-show.

 

Il Quirinale non ha ancora preso una decisione finale, ma chiunque sarà a guidare il prossimo Esecutivo non avrà certo vita facile. E non tanto per la necessità di rappresentare gli interessi italiani al Consiglio d’Europa del 28 e 29 giugno, quanto per la manovra da scrivere in autunno, che impone di trovare la solita montagna di soldi per disinnescare l’aumento dell’Iva previsto per gennaio 2019.

 

Una volta archiviata la prossima legge di Bilancio, il compito del prossimo Esecutivo potrà probabilmente ritenersi concluso. È verosimile che a quel punto Mattarella scioglierà nuovamente le Camere per richiamare gli italiani alle urne in primavera, in una data che sarà battezzata col solito insopportabile anglismo election day, perché si voterà sia per le politiche sia per le europee.

 

Non è chiaro se per allora centrodestra e 5 Stelle saranno in grado di trovare un accordo per correggere la legge elettorale in senso maggioritario e tagliare fuori dai giochi il Pd. L’alternativa è sperare che nel frattempo il voto degli italiani si sia polarizzato al punto da rendere praticabile una maggioranza anche con il sistema proporzionale attualmente in vigore. Una prospettiva assai poco concreta.

 

Certo è che tornare prima del prossimo anno alle elezioni con il Rosatellum Bis sarebbe una perdita di tempo e di energie. Bisognerebbe riaprire la gazzarra delle liste elettorali mandando a casa i parlamentare appena nominati, che non hanno alcuna voglia di rimettersi in gioco. Il tutto senza la certezza di ottenere un risultato sostanzialmente diverso da quello dello scorso marzo.

 

È per queste ragioni che il “governo di tregua” targato Quirinale dovrebbe trovare l’appoggio in Parlamento di tutte le forze politiche o quasi. Perché non esistono alternative. Certo, gli arruffapopolo che guidano i diversi schieramenti dovranno rimangiarsi buona parte delle baggianate che hanno detto negli ultimi mesi: da “abbiamo vinto noi, la Costituzione dice che dobbiamo andare al governo” a “gli italiani ci hanno mandato all’opposizione, fate voi”. Ma di certo Mattarella li aiuterà con un appello istituzionale e super partes a far prevalere il senso di responsabilità sugli egoismi di partito. Agli italiani, di solito, questi discorsi piacciono.

 

E poi, come diceva Corrado Guzzanti nei panni di un suo vecchio personaggio: “Che problema c’è? Oggi dico una cosa, domani la smentisco e dopodomani se la semo scordata. Il problema mio, casomai, è di scordarmela prima d’aver fatto la smentita”.

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