La flat tax è un’ingiustizia. Per rendersene conto basta dare un’occhiata alle simulazioni che circolano da qualche giorno sui giornali. Secondo quanto riporta Il Messaggero, grazie alla tassa piatta una famiglia con reddito lordo di 300mila euro guadagnerebbe in rapporto al reddito netto attuale il 39%, mentre in caso di reddito da 80mila euro il risparmio scenderebbe al 15%.

 

Per un nucleo con reddito complessivo di 30mila euro il guadagno sarebbe nullo, mentre a 50mila euro si attesterebbe all’1%. Morale: più sei ricco, più guadagni. E lo squilibrio è talmente ampio che nessun sistema di deduzioni basterebbe a compensarlo.

 

Questa iniquità è indiscutibile, lo sanno tutti. Lo sa il M5S, che fino a qualche mese fa, sul Blog delle Stelle, parlava della tassa piatta come di una “truffa”. E soprattutto lo sa il leader leghista Matteo Salvini, che infatti la settimana scorsa non ha negato lo sbilanciamento della flat tax in favore dei ricchi, ma ha cercato di legittimarlo. “È giusto che chi guadagna di più paghi meno tasse perché spende e investe di più - ha detto il vicepremier a Radio anch'io - Se uno fattura di più, risparmia di più, reinveste di più, assume un operaio in più, acquista una macchina in più e crea lavoro in più”.

 

Non si sa se lo abbia fatto consapevolmente, ma con queste parole Salvini ha fornito una versione semplificata in salsa leghista della trickle-down theory, la teoria del gocciolamento. È il marchio di fabbrica del turbo-liberismo inaugurato negli anni 80 dall’amministrazione Usa di Ronald Reagan e si basa su un assunto apparentemente lineare: tagliare le tasse ai ricchi e alle imprese porta benefici a tutta la società, perché i datori di lavoro aumenteranno gli investimenti e le assunzioni, migliorando le condizioni di vita anche della classe media e dei poveri. Di qui l’immagine del gocciolamento: il regalo ai redditi alti si trasferisce a cascata anche ai redditi inferiori, dall’alto verso il basso.

 

Questa teoria è stata portata a giustificazione anche della recente riforma fiscale di Donald Trump, che ha fatto un gigantesco regalo alle aziende (comprese le sue) abbattendo l’imposta sui profitti dal 35% al 20%.

 

Peccato che regalare soldi a chi è già ricco non sia affatto una panacea sociale. Al contrario, aggrava distorsioni tipiche del capitalismo come concentrazione della ricchezza, aumento delle disuguaglianze e finanziarizzazione dell’economia. Del resto, non è affatto detto che un ricco debba reinvestire il surplus di guadagno nell’economica reale. Anzi, perché mai dovrebbe farlo, quando può guadagnare di più (e con meno fatica) speculando sui mercati finanziari?

 

Secondo il premio Nobel Joseph Stiglitz, disuguaglianza e polarizzazione dei redditi ostacolano la crescita, perché i ricchi - contrariamente a quello che si crede - hanno una propensione al consumo più bassa rispetto alla classe media. Sono le persone con reddito medio e medio-basso a spendere ogni mese tutto quello che guadagnano, trascinando così l’intera economia. Di conseguenza, la politica fiscale favorisce la crescita del Pil quando produce una distribuzione della ricchezza favorevole al ceto medio. Quando invece aumenta l'indice di Gini (che indica il livello di disuguaglianza), consumi e investimenti diminuiscono, mentre rendite e monopoli si moltiplicano, rendendo il sistema economico inefficiente. E il Pil frena.

 

Con numeri e grafici, Stiglitz documenta che tanto la crisi del 1929 quanto quella del 2007-2008 sono scoppiate al culmine di un processo di concentrazione della ricchezza, ossia quando l'1% della popolazione è arrivata ad appropriarsi del 25% del reddito complessivo.

 

In altri termini, il teorema Stiglitz dimostra che la trickle-down theory non è solo sbagliata, ma anche pericolosa, e che in economia le “gocce” cadono contro- gravità: non dall’alto in basso, ma dal basso verso l’alto.

 

La sintesi perfetta di tutto questo fu consegnata alla storia da Mario Cuomo, ex governatore dello Stato di New York, in un famoso discorso alla Convention democratica del 1984: «Il Presidente Reagan ci disse fin dall'inizio che credeva in una forma di darwinismo sociale, la sopravvivenza del più adatto. “Il governo non può fare tutto”, ci venne detto, quindi dovrebbe limitarsi a prendersi cura dei forti e sperare che l'ambizione economica e la carità facciano il resto. Rendere i ricchi ancora più ricchi: le briciole che cadranno dal tavolo basteranno alla classe media e a coloro che cercano disperatamente di guadagnarsi un posto nella classe media. I Repubblicani la chiamarono “trickle down” quando la provò Hoover, adesso la chiamano “teoria dell'offerta”. Ma è sempre la stessa città splendente per quei pochi abbastanza fortunati da vivere nei quartieri buoni. E agli esclusi, a coloro che sono rimasti chiusi fuori, tutto quello che resta da fare è guardare da lontano le torri luccicanti della città”.

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