C’è un nuovo populismo che serpeggia per l’Italia. È quello di Matteo Renzi, impegnato anima e corpo in un’improbabile quanto ipocrita campagna no-tax. Il bullo di Rignano, infischiandosene della richiesta di tregua arrivata da Zingaretti, torna a impallinare la maggioranza che lo tiene a galla. Lo fa attaccando la manovra, da cui pretende di stralciare in Parlamento le nuove tasse su zucchero, plastica e auto aziendali.

Com’è ovvio, dietro a questa battaglia non si cela alcuna valutazione onesta sui prelievi in questione, che colpiscono beni dannosi per la salute e per l’ambiente con lo scopo di racimolare soldi per cause più importanti, come l’abolizione del superticket sanitario. Considerazioni di questo tipo non hanno mai interessato l’ex Premier, da sempre abituato a giudicare ogni dettaglio della politica fiscale soltanto in termini di utilità elettorale. Qualsiasi cosa si possa usare come grimaldello da propaganda va bene, tutto il resto vada in malora.

 

Mai come stavolta gli attacchi di Renzi sono pretestuosi. L’obiettivo di breve termine è destabilizzare il governo per farlo uscire malconcio dalla sessione di bilancio, mentre quello di medio periodo è più ambizioso: sbarazzarsi di Giuseppe Conte. È lui l’unico avversario capace di attirare i voti moderati su cui Renzi punta per far crescere Italia Viva. In un’intervista al Messaggero, Renzi assicura che la legislatura arriverà a scadenza naturale, ma precisa anche che la permanenza del buon Giuseppi a Palazzo Chigi dipenderà “da come funziona il governo”. Non è un avvertimento: è una promessa.

Pd e Movimento 5 Stelle contrattaccano con l’unica arma a loro disposizione: la minaccia di elezioni anticipate. “Non c’è futuro per la legislatura se qualcuno prova a mettere in discussione Conte”, dicono i grillini. “Questo governo è l’ultimo della legislatura”, fa eco il ministro Franceschini.

In teoria, la prospettiva del voto dovrebbe spaventare Renzi, che senza il tempo di fare proseliti e senza una legge elettorale puramente proporzionale rischierebbe di finire addirittura fuori dal Parlamento. Altro che ago della bilancia.

Il problema dei dem e dei 5S è che mancano di credibilità. Dopo il ribaltone di agosto, peraltro da lui stesso architettato, Renzi non crede ai bluff degli alleati. Anzi, gode quando può mostrare i muscoli per far vedere a tutti che è lui il pokerista più spregiudicato. C’è poco da fare: è il suo carattere.

D’altra parte, il piano per la defenestrazione di Conte potrà andare essere attuato solo a partire dal 2020, mentre per i prossimi due mesi bisogna finire di scazzottarsi sulla manovra. E grazie alla tempesta delle risse parlamentari in arrivo, Renzi conta di raccogliere come funghi i deputati e i senatori di Forza Italia più infastiditi dalla resa di Berlusconi a Salvini. A cominciare dalla vicepresidente della Camera, Mara Carfagna, che potrebbe portare con sé diversi colleghi, oltre a un discreto bacino di voti al Sud.

Ecco, la campagna no tax fa parte della stessa strategia: Renzi conta di utilizzarla per accreditarsi come punto di riferimento del ceto medio-alto moderato di cui (in realtà da sempre) punta a diventare unico alfiere, scalzando - dopo Conte - tanto il Pd centrista quanto gli azzurri non salviniani. 

Per arrivare a questo risultato servirà una guerra politica. Al momento, però, siamo ancora nella fase della guerricciola.

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