di Alessandro Iacuelli

La Corte europea di Giustizia parla chiaro, nella sua sentenza numero c-135/05 dello scorso 26 aprile: "La Repubblica italiana è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti ai sensi della direttiva 75/442, relativa ai rifiuti pericolosi, della direttiva del Consiglio 26 aprile 1999, 1999/31/CE, relativa alle discariche di rifiuti". Cosa prevedevano tali direttive, e cosa non ha fatto la Repubblica italiana? Il nostro Paese, come appare in tutta evidenza, non ha adottato tutti i provvedimenti necessari per assicurare che i rifiuti siano recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell'uomo e senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio all'ambiente e per vietare l'abbandono, lo scarico e lo smaltimento incontrollato dei rifiuti. Un'Italia inadempiente, quindi, che non ha saputo imporre che ogni detentore di rifiuti li consegni ad un raccoglitore privato o pubblico, o ad un'impresa che effettua le operazioni di smaltimento o di recupero, conformandosi alle disposizioni europee. Inadempiente sul piano industriale: ci sono forti lacune da parte degli stabilimenti o imprese che effettuano operazioni di smaltimento che spesso non vengono sottoposti a vaglio ed autorizzazione dell'autorità competente.
Inadempiente nel procedere, giacché non ha garantito che in ogni luogo in cui siano depositati o messi in discarica rifiuti pericolosi, questi siano catalogati e identificati; ma anche in relazione alle discariche che hanno ottenuto un'autorizzazione o erano già in funzione alla data del 16 luglio 2001, dove secondo le norme europee il gestore della discarica è obbligato ad elaborare e presentare un piano di riassetto della discarica.

Ancora inadempiente nel settore delle bonifiche, dove la normativa europea prevede che "in seguito alla presentazione del piano di riassetto, le autorità competenti adottino una decisione definitiva sull'eventuale proseguimento delle operazioni, facendo chiudere al più presto le discariche che non ottengano l'autorizzazione a continuare a funzionare, o autorizzando i necessari lavori e stabilendo un periodo di transizione per l'attuazione del piano."
Una somma di inadempienze che rivelano fino in fondo l'incapacità italiana di gestire in tutta sicurezza i rifiuti pericolosi per la salute.

Tutto è nato a seguito di denunce, interrogazioni parlamentari, articoli di stampa, nonché della pubblicazione, avvenuta il 22 ottobre 2002, di un rapporto del Corpo forestale dello Stato, che evidenziava l’esistenza di un gran numero di discariche illegali e non controllate in Italia. Di fronte a questi dati, la Commissione Europea ha deciso di controllare l’osservanza da parte dell'Italia della normativa comunitaria. E' proprio il rapporto del Corpo forestale a mettere in evidenza le falle della gestione dei rifiuti nella nostra penisola.

Questo rapporto ha solo completato la terza fase di un procedimento avviato nel 1986 dallo stesso Corpo forestale: un'operazione che intendeva mappare e censire le discariche illegali nei territori boschivi e montagnosi delle Regioni a statuto ordinario in Italia. Un primo censimento, avvenuto nel 1986, aveva riguardato 6.890 degli 8.104 comuni italiani ed aveva consentito al Corpo forestale di accertare l’esistenza di 5.978 discariche illegali. Dieci anni dopo, nel 1996, è seguito un secondo censimento, che ha rivelato l’esistenza di 5.422 discariche illegali. Dopo il terzo censimento del 2002, il Corpo forestale ha ancora catalogato 4.866 discariche illegali, delle quali ben 1.765 non figuravano nei precedenti studi. Secondo gli estensori del censimento, 705 discariche abusive contenevano rifiuti pericolosi. Per contro, le discariche autorizzate sono soltanto 1.420.
Uno scempio ambientale che si riassume brutalmente nella superficie totale di territorio occupata da discariche abusive: 16.519.790 metri quadrati.

L'11 luglio del 2003, la Commissione Europea, con una lettera ufficiale, ha invitato il governo italiano a presentare le sue osservazioni a tale riguardo. Forse però il nostro governo era troppo impegnato in altre cose, e a Bruxelles non è stata ottenuta alcuna risposta dalle autorità italiane. Il 19 dicembre 2003, la Commissione, ha emanato un parere motivato, invitando l’Italia ad adottare i provvedimenti necessari per conformarsi ad esso entro due mesi dalla sua notifica. Anche stavolta però, la Commissione non ha ricevuto alcuna risposta. Di conseguenza, ha proposto il ricorso appena concluso con la sentenza del 26 aprile.

All'inizio del dibattimento in sede di Corte di Giustizia europea, il governo italiano ha sostenuto che il ricorso della Commissione doveva essere dichiarato irricevibile a causa della genericità e dell'indeterminatezza dell'inadempimento addebitato, che impedirebbe al governo di presentare una difesa precisa, tanto in fatto quanto in diritto. In particolare, la Commissione non avrebbe individuato i detentori o i gestori delle discariche né i proprietari dei siti sui quali i rifiuti sono stati abbandonati. Per la Commissione, questo individuare detentori e gestori delle discariche sarebbe invece compito del singolo governo del singolo Stato.

Il governo italiano ha sostenuto fino alla fine che le fonti di informazione sulle quali la ricorrente fonda il suo ricorso sarebbero prive di credibilità in quanto, da un lato, i rapporti del Corpo forestale non sono stati elaborati in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del territorio, che sarebbe l’unica autorità nazionale competente rispetto all’ordinamento giuridico comunitario, e, dall’altro, gli atti delle commissioni parlamentari di inchiesta o gli articoli di stampa costituirebbero non confessioni, ma soltanto fonti generiche di prova, la cui fondatezza deve essere dimostrata da chi le invoca.

La Commissione, al contrario, considera che i rapporti elaborati dal Corpo forestale costituiscono una fonte di informazioni affidabili e privilegiate in materia ambientale. In effetti, il Corpo forestale costituisce una forza di polizia dello Stato che ha il compito, in particolare, di difendere il patrimonio forestale italiano, di tutelare l’ambiente, il paesaggio e l’ecosistema, nonché di esercitare attività di polizia giudiziaria al fine di vigilare sul rispetto delle normative nazionali e internazionali in materia. Che il governo poi affermi che un proprio corpo di polizia sia poco affidabile e addirittura privo di credibilità, dovrebbe far riflettere il lettore, ma anche le migliaia di guardie forestali che ogni giorno lavorano sul nostro territorio.

La lunga sentenza della Terza Sezione della corte di Strasburgo non fa sconti alla Repubblica italiana. Traccia con estrema precisione una situazione prolungata nel tempo che ha determinato, per conseguenza, un degrado rilevante dell’ambiente. E condanna il governo italiano a pagare le spese.


Link alla versione italiana della sentenza

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