di Elena Ferrara

E’ la “strage degli innocenti” dei giorni nostri. Ed è la vera Apocalisse di un “family day” con il carico pesante delle sue realtà: i suoi “dati”, i suoi “registi”, i suoi colpevoli. Proprio per questo non possiamo nasconderci. Siamo obbligati a sapere che in questo giorno – come in ogni altro – 28.000 bambini muoiono prima di aver compiuto i cinque anni, mentre in ogni minuto c’è una donna che muore per patologie legate alla gravidanza e al parto. E sono due milioni i piccoli che muoiono appena nati. Vedono il mondo per un solo giorno e poi chiudono gli occhi per sempre in seguito alle complicazioni intervenute in seguito al parto. Questa – se si vuole scrivere la Storia del presente - è la vita di oggi mentre la nostra società, che ci dicono essere quella del “benessere”, celebra pomposamente (13 maggio) la “Giornata della mamma” con tutte varianti: buone azioni, confetti, regalini, letterine scritte (sotto dettatura) negli asili, promesse… E si sa – in questo contesto – che il problema vero è psicologico, legale, scolastico, pedagogico, sociale, istituzionale e familiare. Entrano in campo quei problemi che dovrebbero portarci ad identificare concretamente il concetto di violenza psicologica contro l'infanzia, quelle relazioni tra violenza fisica e psicologica e quegli effetti che possono produrre sui comportamenti futuri. E proprio per restare ancorati alla tragica realtà, affrontiamo la realtà ricordando che questo mondo attuale è ancora molto e molto lontano dal raggiungimento del quarto obiettivo del Millennio: ridurre di due terzi la mortalità infantile (quella cioè sotto i cinque anni) entro il 2015. C’è, in proposito, un preciso rapporto sullo stato della situazione dal quale risulta una stretta correlazione che esiste tra il be¬nessere materno e quello del bambino. Verità ovvie. Ma la realtà ci porta, obbligatoriamente, a guardare quello che avviene nell’altra parte del mondo dove si registrano altri equilibri che sono poi i veri e devastanti squilibri che segnano l’era della globalizzazione.

Viene a delinearsi una vera e propria «classifica» dove si evidenziano Paesi che segnano, con le loro realtà socio-economiche, lo “stato” delle mamme, della famiglia, dei figli. E così vediamo subito che i Paesi in testa a questa graduatoria (basata su indicatori come: rischio di morte materna, assistenza qualificata durante il parto, tutela della maternità...) sono la Svezia, l’Islanda e la Norvegia. Nazioni, queste, che rivelano parametri di eccellenza quanto a salute, educazione e condizioni economiche. Noi siano al XIX° posto in questa classifica di privilegiati…

Ma c’è l’altra faccia della verità. Quella che si riferisce ad una classifica di Paesi che partono dal basso. Gli ultimi, quindi. Sono quelli che appartengono all'area dell'Africa sub-sahariana, con il Niger all’ultimo posto. In tutti questi paesi, in media, una donna ogni 13 muore per cause legate alla gravidanza, un bambino su 5 non arriva a compiere 1 anno di vita e uno su 3 soffre di malnutrizione. E sempre in queste terre circa il 50 per cento della popolazione non ha accesso all'acqua potabile con tanti saluti a Svezia, Islanda, Norvegia… e a quella accozzaglia di slogan e luoghi comuni sul benessere che aumenta e che si spalma sulle popolazioni.

E ancora. La lettura delle vicende di questa Apocalisse ci sbatte in faccia altri “dettagli” relativi ad una serie di comparazioni che, a volte, assumono aspetti tragici, agghiaccianti. Scopriamo così che una donna svedese studia in media 17 anni ed ha un'aspettativa di vita di 83, mentre la possibilità che un bambino svedese muoia prima di compiere cinque anni è di 1 su 150. Dall’altra faccia della medaglia c’è un paese come il Niger, dove le donne vivono in media 45 anni, vanno a scuola per 3 e un bambino su quattro non arriva a 5 anni.

Ci sono, ovviamente, studi che avanzano reali proposte di intervento. E non sono “cose” impossibili, difficili da attuare. No: sono anche poco costose per una società che dovrebbe festeggiare meno le date della “Festa della mamma” e pensare di più alle mamme che non fanno mai festa. E così sappiamo che con
dei semplici aiuti si potrebbero salvare ogni anno dai 6 ai 10 milioni di bambini. Tanto che per evitare che moltissimi di loro muoiano in seguito alla disidratazione dovuta alla diarrea - ad esempio - basterebbe una semplice terapia per la reidratazione orale, così come l'uso di antibiotici scongiurerebbe morti dovute alla polmonite. E poi altre “soluzioni” come l'utilizzo di zanzariere ed insetticidi che potrebbe limitare l'incidenza della malaria. Tutto questo non avviene e così nei Paesi dell'Africa sub-sahariana ed in altre nazioni povere del mondo, sono condannati a morte anche milioni di bambini.

C’è, in proposito, un rapporto dell’organizzazione Save the Children (che punta a neutralizzare le disuguaglianze sociali) dal quale risulta che il 99 per cento delle morti di madri e piccoli si registra nei Paesi poveri dell'Africa e dell'Asia, dove maggiori sono i rischi di infezione e di malnutrizione. Paesi tutti dove le popolazioni locali, nella stragrande maggioranza, non hanno accesso ai servizi sanitari più elementari. E anche qui i “dati” provano la tragedia di questa Apocalisse: il 94 per cento delle morti infantili avviene in 60 Paesi in via di sviluppo, venti dei quali, negli ultimi anni, non hanno fatto registrare alcun passo avanti. Alcuni, inoltre, rivelano una brusca impennata del tasso di mortalità infantile (Botswana più 102 per cento, Zimbabwe più 65 per cento).

Le piaghe, in sintesi, sono più che mai aperte mentre questa nostra società del benessere festeggia le mamme. Quelle del Nord evoluto e sazio. Le altre – con le loro tragedie – sono lontane. E mentre c’è chi indaga su questi “fenomeni sociali” c’è un impero mediatico che mette il silenziatore su quegli aspetti di gestioni politiche ed economiche che sono alla base dell’Apocalisse.

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