di Elena G. Polidori

Quello che non riesce a fare il Parlamento poi, alla fine, lo fa un giudice. Che con grande intelligenza e profondo senso laico dello Stato, ha deciso di dare una prima, corretta interpretazione di una delle leggi italiane più odiose: la legge 40 sulla fecondazione assistita. Il Tribunale di Cagliari, infatti, ha riconosciuto ad una coppia sarda il diritto di fare esaminare il loro embrione congelato. I due genitori sono portatori sani di talassemia e rischiano di mettere al mondo un bambino con lo stesso difetto genetico, malato nel 50% dei casi. La diagnosi preimpianto è l'unica tecnica che consente di scoprirlo prima del trasferimento nel grembo materno. Ma in Italia è vietato. Perchè la legge 40 che è una legge “etica” su cui il niet del Vaticano a qualsivoglia miglioramento si è imposto con inusitata energia, è addirittura resa più restrittiva dalle linee guida applicative della legge stessa. Ma nonostante tutto c'è qualche giudice, come a Cagliari, che pensa che il diritto alla salute della futura madre (e quello dell'informazione per tutelarla) debbano prevalere sul divieto di diagnosi, imposto esplicitamente dalle linee guida, che sono, appunto, riuscite a peggiorare una legge già pessima. La storia di Simona, quella che è capitata tra le mani del giudice, è terribile ma allo stesso tempo uguale a tante, tantissime altre, di donne cui la legge 40 ha reso ancor più straziante l'infertilità o l'essere portatrice sana di una malattia genetica. Simona, portatrice di beta-talassemia, aveva già abortito due volte, esperienza che l'aveva fatta sprofondare in un gravissimo stato di depressione. Si era rivolta al ginecologo Giovanni Monni, del Microcitemico, per tentare di avere un bimbo con la fecondazione artificiale, dopo averlo atteso invano naturalmente. L'unico embrione ottenuto avrebbe dovuto essere trasferito senza nessuna diagnosi. Ma la donna, con ancora viva l'esperienza delle due precedenti interruzioni di gravidanza, ha preferito fermarsi.

E' stato a quel punto che le è venuto incontro un uomo di buon senso, il medesimo professor Monni, avversario della legge 40. Che, in attesa della possibile diagnosi pre-impianto, ha congelato l'embrione. Simona, tuttavia, non aveva alcuna intenzione di arrendersi. E grazie alla donazione – anonima - di una persona, è riuscita a trovare i soldi per andare all'estero e ottenere quello che in questo incivile Paese clericale una legge ingiusta le aveva negato. Ora è incinta, aspetta una bambina sana grazie a quella diagnosi preimpianto che in Turchia, ad Istambul, è una pratica ormai consolidata, e si dice anche pronta a fare il bis, se il test sarà positivo, con quell'embrione rimasto sotto zero da due anni.

Uno spiraglio nel buio, si direbbe. Ma non appena la storia di Simona è finita sulle pagine dei giornali insieme a quelle dei due coraggiosi uomini che l'hanno aiutata (il giudice e il medico), ecco che subito la Chiesa, nella figura del neo presidente della Cei, monsignor Betori, ha sentito l'impellente necessità di censurare l'avvenuto con le solite parole che prefigurano chissà quale complotto contro i vessilli clericali dell'integrità della persona e della sacralità della vita, anche se condannata alla nascita. “Mi sembra molto strano - ha sottolineato Betori - che un giudice possa giudicare a prescindere da una legge e da una sentenza della Corte Costituzionale ed emettere poi un giudizio che sconfessa sia la legge, sia la sentenza”. Di qui la necessità di chiedersi “quale logica ci sia dietro”.

Peccato che la sentenza della Consulta cui Betori fa riferimento, aveva sancito semplicemente un vizio di forma, rimandando quindi al Tribunale ordinario il pronunciamento di merito rispetto al quesito posto. Grazie a ciò, l’attuale sentenza del Tribunale di Cagliari, risulta più che legittima. Anche perché, il Tribunale di Cagliari, interpreta proprio quanto disposto dall’articolo 13 della legge 40, considerando esplicitamente disapplicative della legge le linee guida emesse tre anni or sono dal Ministero guidato dalla destra.

Dunque, i rilievi della Cei sono sbagliati politicamente e giuridicamente. La sentenza di Cagliari ripropone semmai, ancora una volta, l’urgenza di accedere con buon senso alla diagnosi pre-impianto, una delle nuove scoperte scientifiche per migliorare la salute dei cittadini (cominciando proprio così a debellare malattie geneticamente invalidanti come la talassemia).

Alla luce di questo, non può che continuare a scandalizzare quanto ha sentito la necessità di ribadire anche ieri la senatrice Paola Binetti, lei più di altre simbolo della totale inadeguatezza della classe politica italiana. “Sono altre le strade da intraprendere per garantire il diritto di nascere a tutti - ha sottolineato - senza distinzioni di sorta e per permettere ai genitori di avere un figlio. Un figlio reale con le sue prerogative specifiche, il più sano possibile, ma non il figlio ideale, che resta una utopia, così come è un'utopia l'idea di una vita senza dolore e senza malattie”. Insomma, se fosse per la Binetti (che per altro è biologa) tutto quello che si scontra con la sua personalissima sensibilità etica (e quella, ovviamente, del Vaticano cui unicamente s’ispira) è da considerare eugenetica, quindi da condannare.

Ci si chiede: ma quanto ancora dovremo sopportare di avere in Parlamento persone che agiscono su mandati diversi da quello ricevuto dagli elettori? E' lecito che a difendere la laicità dello Stato debbano essere sempre persone diverse, come in questo caso un medico e un giudice, piuttosto che chi è pagato dalla collettività per farlo?

La sentenza di Cagliari è arrivata, come suol dirsi, in un momento delicato, a solo poche settimane dalla prevista presentazione delle nuove linee guida sulla legge 40 che deve formulare il ministero della Salute. Le nuove linee guida, che pure saranno oggetto di pressioni violente da parte della comunità scientifica cattolica e delle forze politiche compiacenti, trasversali a maggioranza e opposizione, difficilmente potranno però non tener conto di quanto disposto dal Tribunale di Cagliari. Un piccolo, significativo passo, verso l’uscita dal Medioevo.

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