di Alessandro Iacuelli

Si riaccendono i riflettori, dopo oltre dieci anni, sull'inchiesta riguardante il nucleare in Basilicata. L'attuale titolare dell'inchiesta, il pm della DDA Francesco Basentini, ha fatto notificare dieci avvisi di garanzia. Rispettivamente a due esponenti della 'ndrangheta e ad altre 8 persone che, tra gli anni '80 e '90, hanno avuto incarichi dirigenziali presso il centro Enea di Rotondella, in provincia di Matera, dove ha operato in passato l’impianto Itrec per il ciclo nucleare uranio-torio. L'inchiesta ipotizza una produzione clandestina ed un traffico di plutonio, presumibilmente con Paesi esteri, ma anche la mancata custodia di materiali radioattivi. L'indagine sul nucleare in Lucania fu aperta a metà degli '90 dall'allora procuratore di Matera, Nicola Maria Pace, che dal 1999 è procuratore capo a Trieste. La titolarità dell'inchiesta fu assunta dal procuratore di Potenza, Giuseppe Galante, che nei mesi scorsi si è lasciato decadere per le note vicende dell'inchiesta "Toghe lucane". La vicenda presenta zone d'ombra mai chiarite, ad esempio, prima degli anni '80 si è spesso indagato sulla presunta presenza di tecnici iracheni al centro della Trisaia. Due anni fa un pentito della 'ndrangheta rivelò che 600 fusti di materiali radioattivi erano stati sepolti in territorio materano, in località Coste della Cretagna, tra Ferrandina e Pisticci. Ci sono state ricerche, anche accurate, per rilevare la presenza di metalli o materiali sospetti nei terreni in un'area vasta ma non è stato trovato nulla. Il collaboratore ha dichiarato anche che la 'ndrangheta trasportava fusti radioattivi in Somalia o che affondava navi cariche di bidoni radioattivi al largo del Tirreno.

Nel frattempo, proprio in questi giorni, sono iniziate a Pisticci, in località Fosso Lavandaio, le operazioni di bonifica per il disseppellimento di fusti di presunti materiali tossici rinvenuti nel 2003. Sono di provenienza ancora ignota, presumibilmente estera. Tutte queste zone d'ombra sono confluite nell'ultima inchiesta. La vicenda ha assunto un clamore internazionale, dopo che dell'inchiesta di Potenza si è interessato notizia anche The Guardian che si è interessato alla vicenda dopo che la 'ndrangheta ha raggiunto la notorietà mondiale con l'eccidio di Duisburg dello scorso agosto. The Guardian riporta le dichiarazioni del magistrato calabrese Nicola Gratteri, secondo il quale "la 'ndrangheta non ha remore, se ci sono soldi in un'attività non ha problemi a farsi coinvolgere, anche se si tratta di traffico nucleare".

Gli altri otto avvisi di garanzia sono invece per altrettanti dirigenti dell'Enea. Tra i reati ipotizzati nell’informazione di garanzia, ve n'è uno particolarmente agghiacciante, e sul quale ci sarebbe da focalizzare particolarmente l’attenzione: produzione clandestina di plutonio, l'elemento più usato nelle bombe nucleari a fissione. Il riferimento al plutonio spunta nelle carte del procedimento sul centro ricerche della Trisaia, a Rotondella, sulla costa ionica. Gli otto sotto inchiesta sono quasi tutti gli ex direttori del sito nucleare lucano che devono anche rispondere di traffico di sostanze radioattive, commercio di armi, violazione dei regolamenti sulla custodia di materiali pericolosi.

L'impianto Itrec è stato progettato per il trattamento del combustibile nucleare irraggiato. E se l’Enea ha sempre ribadito che non vi è mai stata presenza di plutonio e che nessun carico di uranio o di elementi transuranici è mai uscito dalla struttura, gli inquirenti pensano che forse non è proprio così e che alcuni clan della ’ndrangheta possano aver "lavorato" su commissione. Da parte di Stati esteri. L’attenzione della Dda potentina si concentra, infatti, su due personaggi accusati di far parte della criminalità organizzata calabrese. Alla ’ndrangheta il pm Francesco Basentini è arrivato dando credito a un memoriale redatto dal pentito di cui abbiamo già parlato.

Costui ha fatto esplicitamente nome e cognome di un funzionario dell’Enea di Rotondella che, a suo dire, "stoccava rifiuti provenienti da mezz'Europa e Stati Uniti, che in quel preciso momento aveva l’esigenza di far sparire questi fusti che erano stati depositati in due capannoni dell'Enea". "Trovammo i camion e gli autisti", prosegue il collaboratore, "per il trasporto dei rifiuti. Calcolammo che per 600 fusti ci sarebbero voluti circa 40 mezzi, i quali dovevano prelevare i bidoni dai capannoni a Rotondella, trasportarli nel porto di Livorno e caricarli su una nave che sarebbe partita per la Somalia. Sembrava tutto pronto ma (...) fu ucciso dalla ’ndrangheta davanti al tribunale di Reggio Calabria, dove era stato convocato per un’udienza. Questo fermò momentaneamente il nostro lavoro". Per ora sono solo avvisi di garanzia. Una vera svolta alle indagini sarebbe costituita dal ritrovamento di fusti con materiale radioattivo, ma al momento non vi sono relazioni, fra il presunto traffico di materiale nucleare sottratto a Rotondella e i rifiuti seppelliti a Pisticci.

Come dichiara a tale proposito il colonnello Giuseppe Giove, del Corpo Forestale dello Stato, incaricato della bonifica dei territori interessati dalla vicenda, "Si sta rischiando di fare confusione su tutta questa storia. Gli elementi in ballo sono moltissimi, ma c’è ancora tanto lavoro da fare per dirimere la questione". Intervistato da un quotidiano nazionale, il colonnello ricorda che: "In territorio lucano sono già stati ritrovati dei fusti di rifiuti tossici, ma non c'è nessun elemento che dimostri il legame tra quei fusti e le vicende dell'Enea, delle scorie radioattive e del plutonio.

I fusti ritrovati in località Fosso Lavandaio, infatti, sono con ogni probabilità legati a un'altra inchiesta. Quel processo, ormai chiuso, riguardava l’occultamento in zona di rifiuti tossici dell'industria siderurgica provenienti dal nord Italia e da altri Paesi europei. Una vicenda che non ha nulla a che fare con il nucleare. Tuttavia c'è da dire che in quell'occasione, rispetto alle quantità di rifiuti indicate negli atti del processo, i ritrovamenti avevano portato alla luce solo parte dei carichi. Non mi stupirei, quindi, che quei sette fusti del Lavandaio fossero parte di quei carichi ancora non rintracciati."

Eppure non ci sono ancora notizie ufficiali sul contenuto di quei fusti. Pur avendoli trovati quattro anni fa, non si è ancora in possesso di informazioni precise sul loro contenuto. Questo per via del fatto che le operazioni di bonifica sono tuttora in corso. Seguendo le indicazioni dei pentiti sono state fatte molte ricerche, con le tecnologie più avanzate, ma nessun fusto è stato rinvenuto. Non si è ottenuto nulla neanche tramite misurazioni di radioattività. Per ora, comunque, la Procura distrettuale potentina mantiene uno stretto riserbo su tutta l'inchiesta.

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