di Giovanna Pavani

Quando è cominciata la sua dorata latitanza, molti di noi non erano ancora nati e nell'immaginario collettivo il "boss dei boss" era destinato a non essere mai catturato. Ma è successo. E chi, come noi, ha fatto ormai un'abitudine del guardare oltre la semplice apparenza, l'arresto di Bernardo Provenzano il giorno dopo la più lunga giornata elettorale che questo Paese abbia mai conosciuto nella sua storia (anche le elezioni del '48, in fondo, furono altro), fa nascere il sospetto che questo prestigioso arresto in realtà sia arrivato con almeno tre giorni di ritardo. Ma ci va bene così.
Adesso "il padrino" ha un volto anche per noi che di lui abbiamo sempre e solo visto l'identikit e ne abbiamo sentito parlare solo per voce dei pentiti, quelli che negli anni hanno descritto agli inquirenti ogni sua mossa e ogni sua decisione, senza tuttavia consentire, per ben quarantatre anni, la cattura. Lui non si è mai mosso, è sempre stato a Corleone. Ha ereditato le insegne del comando da Toto' Riina, che le aveva ricevute da Luciano Liggio, una catena senza soluzione di continuità che adesso si è spezzata. Ma la domanda, che forse non avrà risposta per molto tempo ancora, è perchè tutto questo è avvenuto solo ora. Bernardo Provenzano, 73 anni (e' nato a Corleone il 3 gennaio del 1933), chiamato dagli amici ''Binu u tratturi'' e dai nemici ''la belva'', ha sempre tenuto Cosa Nostra in pugno. Il primo soprannome richiama l'immagine di un bulldozer, capace di passare su tutto, di schiacciare tutto. Il secondo sottintende che ha ucciso, hanno riferito i pentiti, almeno una quarantina di volte, anche personalmente. E non ha mancato appuntamenti con delitti di livello, con le stragi che hanno fatto tremare l' Italia. Lo hanno ritratto così i "collaboratori di giustizia". Che hanno anche riallacciato tutti i tasselli di una storia di mafia che ha tutte le caratteristiche di una liturgia, di un modo di vedere il mondo che è davvero altro rispetto ad ogni regola e di ogni morale.


Che Provenzano rimpiazzasse Riina dopo l' arresto del padrino, avvenuto il 15 gennaio del 1993, era nelle cose. La sua collocazione ai vertici della mafia e' testimoniata da Salvatore Cancemi e Gioacchino La Barbera, ma appare persino ovvia: sarebbe stato sorprendente il contrario, una successione diversa.
La mafia di oggi, a sentire sempre i pentiti, e' filiazione diretta di Corleone, e ''fino a quando l'ultimo dei corleonesi sara' libero - ha commentato Leoluca Bagarella, citato da La Barbera - tutto continuerà come prima''. Del nuovo capo e' disponibile una segnaletica di polizia di quarant' anni fa: un volto contadino, squadrato, mascella tozza, già un po' stempiato. L'ultimo identikit, corredato anche dal suo Dna, e' stato invece ricostruito dagli investigatori dopo la duplice trasferta del boss a Marsiglia, tra il luglio e l'ottobre del 2003, per un intervento alla prostata. Il capo di Cosa Nostra utilizzò in quell'occasione una falsa carta d'identità intestata a un pensionato di Villabate, Gaspare Troia.

A Provenzano, che deve scontare una pioggia di condanne all'ergastolo, sono intestate migliaia di pagine scritte da investigatori e magistrati. La storia della ''belva'' e' la storia di tre giovanotti semianalfabeti di Corleone (Liggio, Riina, Provengano) che a metà degli anni cinquanta decidono di prendere ciò che vogliono ora con le armi, ora con un intrecciato rapporto di dare ed avere con una parte della borghesia, soprattutto agraria, che ha bisogno della violenza organizzata della mafia per contenere ''i rossi'' , difendere il latifondo, drenare risorse pubbliche a fini privati.
Lo stratega é Liggio, Riina e Provenzano sono i suoi ''gemelli'', gli ubbidiscono ciecamente, ma non hanno ruoli identici. Spiega Tommaso Buscetta: ''Riina era molto più intelligente di Provenzano. Ricordo che nel 1970 fu indicato da Liggio per sostituirlo nella commissione, ma poi subito dopo Liggio lo tolse e promosse l'altro suo pupillo, Bernardo Provenzano''. ''Liggio - chiarisce l'altro pentito Totuccio Contorno -si sarebbe fidato di più di Provenzano, ma diceva 'Provenzano spara come un dio, peccato che abbia il cervello di una gallina. Riina vorrebbe dare morsi più grandi della sua bocca''. Come fidarsi del giudizio di Contorno? Liggio, durante uno dei numerosi processi, ha detto: ''Riina é un ragazzo a cui sono molto affezionato. E' un amico, ed io gli amici non li cancello mai''. Di Provenzano, benché sollecitato, Lucianeddu non disse invece quasi nulla: ''So che e' un mio compaesano, ma non l'ho mai visto''; il massimo che si riusci' a cavargli di bocca.

Dunque un Provenzano un po' tonto, uno che sa solo uccidere, un eterno ''secondo'' privo di fiuto politico? Le cose sono ovviamente diverse: Provenzano e' stato uccel di bosco fino a ieri, Riina e' in carcere da 13 anni, Liggio in carcere c'é morto, anche perché Riina impedi' a Gaspare Mutolo di farlo evadere con un'azione di forza già progettata dal carcere di Lodi. ''Binu'' in questi anni è stato costantemente nell' ombra, non si è esposto, non ha usato telefonini cellulari, ha temuto come la peste le ''cimici'' e le microspie, non si è mai fidato di nessuno. Un sommergibile: di tanto in tanto emerge, colpisce e si inabissa.

Di lui parlo' a lungo anche il pentito Peppe Di Cristina, boss di Riesi (Caltanissetta) che aveva indicato il corleonese ai carabinieri come ''pericolosissimo criminale''. Riferi' Di Cristina al capitano dell'Arma Alfio Pettinato: ''Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, soprannominati per la loro ferocia "le belve", sono gli elementi più pericolosi di cui dispone Luciano Liggio. Essi, responsabili ciascuno di non meno di 40 omicidi, sono gli assassini del vice pretore onorario di Prizzi''. Ed aggiunse che i due gemelli corleonesi erano responsabili ''su commissione dello stesso Liggio, dell'assassinio del tenente colonnello Russo, che il Liggio aveva portato sul banco degli imputati sia nel processo dei 114 che in quello dell'anonima sequestri''. La Corte, però, ha respinto l'eccezione.

Su Provenzano testimoniò abbondantemente anche Gaspare Mutolo, il primo dei pentiti del dopo stragi. Mutolo racconta che fu Provenzano a proseguire ''la strategia di delegittimazione dei collaboratori di giustizia, iniziata da Riina''. Il pentito Salvatore Cancemi, ex braccio destro del boss Pippo Calò, parlò invece delle relazioni politiche di Salvatore Riina e di Bernardo Provenzano: ''A questo proposito, desidero ripetere ancora una volta, e vi prego di non dimenticarlo mai, che Riina e Provenzano sono andati sempre avanti perché avevano i politici nelle mani; hanno sempre ben saputo che "u sucu nascieva ri dda"... (il sugo nasceva da li'... ndr)''. Ecco, appunto, la politica, le antiche e mai sopite connivenze. Il medico Gioacchino Pennino, mafioso che militò nelle file democristiane, poi pentito, spiegò: ''Ciancimino era molto legato a Provenzano che ne guidava le evoluzioni politiche''. Insomma un boss dai mille volti e dai mille interessi, un uomo dal raro fiuto animale che ha saputo anche giocare con la politica. E forse non solo. Per quarantatre anni nessuno ha voluto disturbarlo. Ieri è cambiato tutto.

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