di Rosa Ana De Santis

L’8 marzo è passato da poco: una ricorrenza speciale in cui si era scelto di parlare soprattutto, nelle piazze e nelle aule istituzionali, di violenza ai danni delle donne: un fenomeno che nel nostro Paese raggiunge numeri da allarme sociale. Una ogni tre giorni uccisa: una cifra che non ha bisogno di commenti e che una volta approfondita ci dice che sono soprattutto le mura domestiche e le relazioni affettive a guidare le mani degli assassini.

Mercoledì 17 aprile un’ avvocatessa di Pesaro rincasa e trova qualcuno, assoldato, come si scoprirà poi, che le butta sul viso dell’ acido. Lucia Annibali, questo il suo nome, rischia di perdere la vista oltre ad esser rimasta sfigurata in pieno volto. Il sospettato è l’ex, un suo collega, ed è stata proprio lei, nonostante la tragedia subita, a guidare immediatamente i sospetti e le prime indagini delle forze dell’ordine.

Pensavamo che certe tragedie avvenissero solo in paesi lontanissimi da qui, ad altre latitudini. Viene in mentre la storia di Fakhra Younas, donna pakistana sfigurata dal marito e divenuta simbolo dell’emancipazione femminile fintanto che il troppo dolore e un suicidio non hanno spento la sua opera di testimonianza. E invece no: accade a Pesaro e accade a due avvocati.

A Treviso,la sera del giorno prima, un’esecuzione in stile mafioso uccide sul colpo Denise Morello, giovanissima di 23 anni che rimane vittima dopo una vana supplica di un tiro al bersaglio. Dopo il delitto si uccide anche lui, Matteo Rossi, il fidanzato lasciato. Quello che a tutti i costi voleva tornare insieme tanto da comprare una pagina intera de Il Gazzettino per dichiarare i suoi sentimenti frustrati, le sue attese. Denise era andata dai carabinieri e l’ex era stato convocato in caserma. Tutto inutile e tutto tardi e soprattutto nulla di concreto che potesse impedirgli di mettere in atto il disegno criminale. Come sempre verrebbe da aggiungere.

Questa è la carneficina di un’edizione serale del TG come tante che si conclude poi con due processi. Uno la cui sentenza è imminente e che vede come vittima la piccola Sarah Scazzi per mano di altre due donne di famiglia e di qualche uomo ombra della saga e quello di Chiara Poggi che vede come unico imputato il suo ragazzo di allora, Alberto Stasi.

In quest’ultimo caso il processo è da rifare. Troppe le lacune lasciate in sospeso e troppo poco e poco concordanti gli indizi a carico di quel fidanzato che riesce a camminare nella scena del crimine senza sporcarsi le scarpe e che non scende in cantina per accertarsi se la sua Chiara sia ancora viva.

E poi i titoli sulla vicenda di Yara rimangono nelle home page delle agenzie perché il delitto efferato si unisce ad un’analisi genetica in continua e difficile evoluzione che stana i segreti più immorali della valle: quelli dell’adulterio e dei figli illegittimi tra cui si nasconde il killer di una bambina ignara.

La carneficina ai danni delle mogli e delle figlie che per molto tempo si è consumata silenziosa oggi sembra fare più rumore. Forse perché la consapevolezza la rende più odiosa o perché sembra tutto più inaccettabile che questo accada sotto le bandiere dell’emancipazione e dell’eguaglianza sbattuta ovunque come una religione. Non è l’episodio sporadico o il caso isolato, ma una macelleria sistematica dove le donne che scelgono sono punite per la loro libertà di farlo.

Accade a un ragazzo semplice come ad un avvocato, accade nel nord e nel sud. Il contesto non regge a giustificare un dato tanto chiaro quanto grave che ci dice che la violenza ha a che vedere con l’essere donna. Anzi con l’essere uomini. Sbagliati.




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