di Cinzia Frassi

E’ con indiscutibile quanto grossolano tempismo che si è scatenata la polemica sulla poligamia in Italia a seguito della ormai famosa intervista, mandata in onda dal Tg1 della sera domenica scorsa, al fondatore dell’Unione delle comunità ed organizzazioni islamiche in Italia ed ex imam della moschea di Via Padova a Milano, Mohamed Bahà Ghrewati. Le domande della giornalista Barbara Carfagna hanno dato fiato, ma soprattutto visibilità, a dichiarazioni oltraggiose della dignità delle donne, innescando nel pubblico, se mai ce ne fosse bisogno, quei luoghi comuni tanto frequenti sullo “straniero”. “Poligamia? Magari, permetterebbe di risolvere i problemi di migliaia, anzi di milioni di persone” ha dichiarato Ghrewati. Secondo lui la poligamia non lede la dignità delle donne, dato che “significa salvare le donne dalla fregatura dell’uomo” e continua è “un rimedio contro le tensioni sociali e tumori della prostata e del seno”. Affermazioni che delineano il tentativo di rivendicare in Italia la possibilità di un’applicazione maschilista della legge islamica? Un tentativo di legittimazione dando voce e opportunità ai poligami da moschea? Di fatto la possibilità di celebrare matrimoni religiosi senza rilevanza civile e solo secondo la tradizione islamica si traduce in questo: consentire nel nostro paese ciò che in Tunisia, Algeria e Marocco risulta ormai superato.

Mentre il portavoce dell’Ucoii prende le distanze dalle affermazioni di Ghrewati, arriva il comunicato di condanna della maggior parte dei membri della Consulta islamica secondo i quali la poligamia non rappresenta “un’esigenza religiosa e sociale dei musulmani in Italia e nel mondo contemporaneo”. Avanzando qualche dubbio sulle finalità dell’intervista e sulla visibilità domenicale concessa dal canale della cristianità all’italiana, il comunicato continua rimarcando il timore che “rappresenti per alcuni personaggi l’occasione per catturare l’audience dei media e costruire una campagna di disinformazione utile alla legittimazione di una società parallela di matrice islamista, dove le donne vengono tenute all’oscuro dei loro diritti, delle loro libertà e del loro onore”.

Le tematiche legate alla multiculturalità della società multirazziale sembrano affrontate con un approccio naif, più spesso in modo pretestuoso e occasionale. La poligamia è una realtà anche del bel paese che interessa quelle donne che varcano i confini italiani come prime mogli e che in seguito fanno i conti con nuove arrivate incoronate sull’altare del rito religioso musulmano direttamente sul suolo patrio. E’ vero che oggi non si può certo correre tra le braccia del femminismo, dato l’assenteismo che lo attraversa, ma una presa di posizione forte ed unanime della politica rosa potrebbe conferire strumenti importanti, per esempio l’attenzione dell’opinione pubblica, per aprire anche alle donne neo-immigrate le porte della libertà di scelta, della autodeterminazione, della dignità.

Va sottolineato che l’intervista a Ghrewati arriva con perfetto tempismo nel vivo dei lavori dei disegni di legge sulla libertà religiosa presentati dagli onorevoli Valdo Spini e Marco Boato. Il Presidente della commissione Affari costituzionali Luciano Violante è alle prese con il testo di legge che dovrebbe soppiantare ciò che resta di quelle degli anni trenta sui culti ammessi. Oggi i legami tra Stato italiano e le molte confessioni religiose si caratterizzano in vari modi. Concordato per la Chiesa cattolica a parte, si va dalle Intese per alcune chiese evangeliche e per le comunità ebraiche, al riconoscimento della personalità giuridica di altre. Alcune di queste hanno un riconoscimento preferenziale dovuto ad Intese firmate con il Governo, ma che non hanno ancora visto l’approvazione del Parlamento, come buddisti e Testimoni di Geova. Naturalmente ci sono tante confessioni che non hanno alcun riconoscimento. La riforma non riguarda solo la “libertà” di religione ma anche, e forse soprattutto, i luoghi di culto, la celebrazione dei matrimoni, le Intese con lo Stato italiano e il riconoscimento degli Imam.

Le premesse circa il concetto di libertà religiosa non sembrano tradursi in parificazione delle varie confessioni diverse da quella cattolica. E’ proprio su questo punto che si snoda il dibattito. Il segretario della Cei mons. Giuseppe Betori, che ha aperto le audizioni alla commissione Affari Costituzionali, mette subito le mani avanti per quanto riguarda i riconoscimenti generalizzati e “indiscriminati” e lancia l’allarme sette religiose. Ci mette poco a cavalcare il tema del rischio di legittimare, direttamente o meno, la pratica della poligamia, mosso dalla voglia di dare una prova di forza della predominanza in ogni settore del vivere civile della religione “di Stato”.

Sul rischio poligamia, Luciano Violante, in una recente intervista sugli aspetti della riforma, ha sostenuto che occorre impedire che un’autorità religiosa possa costituire vincoli che siano contrari al nostro ordinamento giuridico, legami che – ha proseguito - comunque non avrebbero alcun effetto per lo Stato italiano, ma solo per le parti. Vale a dire per il poligamo e le varie mogli?

C'è il ragionevole sospetto che l'allarme poligamia sia costruito ad arte, con polemiche strumentali tese a propagandare la faccia peggiore dei diversi da noi e con finalità che esulano, senza dubbio, dal porre l'accento sulla condizione femminile nel mondo islamico e sui problemi connessi all'integrazione di costumi lontani dal sentire di un paese come il nostro, dove la Costituzione afferma con grande forza la parità dei diritti e dei doveri tra uomo e donna in tutti gli ambiti, a partire dalla famiglia. Par che ci sia più la volontà di far leva su quanto è più lontano da noi, come appunto la poligamia, per giustificare il mantenimento delle distanze con l'immigrazione islamica e costituire una cultura del rigetto a sfondo razzista che nulla ha a che vedere con la dignità delle donne e i loro diritti violati. La poligamia è senza dubbio un problema pesante, che prima o poi andrà discusso e analizzato per poter essere superato nel rispetto delle culture di ciascuno, ma soprattutto al fine di un'evoluzione della società in cui le diverse sfaccettature dovranno costituirne la ricchezza, non certo il suo contrario.



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