Supera di gran lunga i periodi storici precedenti: se il tra il XV e il XIX secolo, il numero delle persone ridotte in schiavitù era di circa tredici milioni, oggi si stima che ammonti a oltre quaranta milioni. Più del triplo rispetto alla tratta transatlantica delle colonie europee dell’ottocento. Il 71 per cento è rappresentato da donne e ragazze e il 25 per cento da bambini, dieci milioni.

La schiavitù moderna è trasversale: dall’Asia all’America, dall’Europa al Medio Oriente e secondo l’ultimo rapporto dell’Agenzia delle Nazioni Unite, la forma più attuale, la tratta di esseri umani, dal 2010 registra un inesorabile aumento di vittime accertate tanto che nel 2018 si è toccato il record degli ultimi tredici anni.

Il numero totale delle vittime è di circa duecentoventicinquemila persone, aumentando soprattutto in America e Asia. In quest’ultimo continente, e in Africa, c’è un rapporto direttamente proporzionale tra il basso numero di vittime e lo scarso numero di condanne ai trafficanti. E non perché non siano attivi. Piuttosto, le legislazioni vigenti non contemplano ancora la punibilità del reato.
Se in Africa occidentale la maggioranza delle vittime è minorenne, in Asia del sud minori, donne e uomini sono in numero equo mentre in quella centrale a essere sfruttati sono soprattutto uomini adulti; nell’America centrale e nei Caraibi si registra, invece, una netta prevalenza femminile che, nel 57 per cento dei casi nel mondo, è sfruttata sessualmente, minimo comune denominatore della tratta a livello globale.
Si stima, poi, che quindici milioni di persone siano costrette ai matrimoni forzati, il 37 per cento sono minori sotto i diciotto anni e il 21 per cento delle vittime del commercio sessuale sono bambini.

Secondo lo studio Global Estimate of modern slavery: forced labour and forced marriage dell’ILO, quasi cinque milioni di persone costrette ai lavori forzati sono anche sfruttate sessualmente, mentre quattro milioni sono condannate ai lavori forzati da uno Stato che abusa della leva militare obbligatoria. Dei ventiquattromilioni intrappolati in qualche forma di lavoro forzato, sedici milioni lavorano nel settore privato: la metà delle vittime è rimasta stretta nella morsa della schiavitù per debito.

La maggior parte ha sofferto molteplici forme di coercizione: quasi un quarto ha subito minacce di vario tipo. Si calcola che i Paesi leader del G20 abbiano importato prodotti generati dalle mani degli schiavi per un totale di trecentocinquantaquattro miliardi di dollari, acquistando computer, smartphone, vestiti, pesci, cacao e canna da zucchero.

Per non parlare del traffico d’organi, molto diffuso ma poco accertato tanto che l’UNODC, fra il 2014 e il 2017 ha riportato solo cento casi, soprattutto in Nord Africa e in Medio Oriente ma sono stati rilevati anche casi in Europa occidentale e orientale.

Secondo il Global Slavery Index, i dieci Paesi con la più alta prevalenza di schiavitù moderna sono: Corea del Nord, Eritrea, Burundi, Repubblica Centrafricana, Afghanistan, Mauritania, Sud Sudan, Pakistan, Cambogia e Iran. Anche in Europa è un fenomeno in continua crescita: sono ventinovemila le vittime riconosciute dal Global Data Hub on Human Trafficking dell’IOM e di Polaris, di cui due terzi sono donne, fra sfruttamento sessuale e lavorativo, ambito in cui il 38 per cento ha un impiego obbligato nell’edilizia, il 20 per cento in ambito manifatturiero, il 18 per cento è un servo della gleba.

Il 92 per cento delle vittime è cittadino europeo a tutti gli effetti contro un 6 per cento proveniente dall’Asia e l’1,5 per cento dall’Africa, sfruttati soprattutto nell’Europa dell’est e in quella meridionale. Il 16 per cento delle vittime di tratta sono minori.

In Italia, il fenomeno è molto sommerso: nel 2017, le vittime inserite in protezione sono state duecento, centonovantasei ragazze, per il 93 per cento nigeriane tra i sedici e i diciassette anni. Le regioni più interessate: Sicilia, Campania, Veneto. Secondo l’IOM, negli ultimi tre anni, il numero delle potenziali vittime di tratta a scopo sfruttamento sessuale è aumentato del 600 per cento. Senza considerare che gran parte del fenomeno è sommerso.

Pin It

Altrenotizie.org - testata giornalistica registrata presso il Tribunale civile di Roma. Autorizzazione n.476 del 13/12/2006.
Direttore responsabile: Fabrizio Casari - f.casari@altrenotizie.org
Web Master Alessandro Iacuelli
Progetto e realizzazione testata Sergio Carravetta - chef@lagrille.net
Tutti gli articoli sono sotto licenza Creative Commons, pertanto posso essere riportati a condizione di citare l'autore e la fonte.
Privacy Policy | Cookie Policy