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Mer
23 Luglio 2014
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Praga, nostalgia del Comunismo

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di Vincenzo Maddaloni

Praga. Chissà cosa direbbe Libuše, la principessa del popolo Ceco che secondo la leggenda fondò Praga nell'VIII secolo, più esattamente nel 730. Di certo la Fondatrice che s’era augurata «una città nel mondo illustre e la cui gloria raggiungerà le stelle», sarebbe perplessa, per non dire allibita dalla vista della sua capitale trasformata - con le bancarelle e i massaggi Thai - in una sorta di Disneyland dentro alla quale ogni giorno si accalcano decine di migliaia di turisti, che salgono verso il mitico castello che già nel X secolo era simile a quello attuale. Una dissacrazione quotidiana come accade a Venezia e  nelle altre città d’arte.

Di certo Libuše [nella scultura a lato assieme a Premysl] che avrebbe avuto il dono della profezia e “vedeva” nel futuro, non si sarebbe stupita di quanto sta accadendo oggi nel suo Paese. Poiché ella sposò Premysl, un contadino, anticipando un connubio democratico - davvero inaudito per una sovrana - con il quale regnò sul popolo cèco. Sicché oggi questo brano di leggenda riaffiora e non a caso, poiché il 25-26 ottobre nella Repubblica Ceca si svolgeranno le elezioni, provocate da una crisi di governo irreparabile che aveva colpito prima quello liberamente eletto e poi quello “tecnico” che gli era per forze di cose succeduto.

Il Lidové Noviny, (Quotidiano del Popolo, una delle testate più autorevoli e antiche della Boemia), già avverte che «il panorama politico ceco si sposterà a sinistra e si tingerà di rosso». Gli analisti sostengono che i socialdemocratici e i comunisti potrebbero raccogliere tre quinti dei seggi, abbastanza da riscrivere la Costituzione. E spiegano che, in un momento in cui la situazione economica è tra le peggiori dell’Ue (soltanto i paesi del Sud e l’Ungheria sono più in difficoltà), in molti vogliono «un governo forte a guidare il Paese».

Si tenga a mente che col ritorno alla democrazia (1989) si sono riaffacciati anche sul panorama politico ceco i partiti di diverso orientamento. Una curiosità è che, analogamente a quanto accadde in Polonia con Solidarnòsc, le due maggiori forze politiche ceche, il CSSD, Partito Socialdemocratico (centrosinistra) e l’ODS, Partito Democratico Civico, (centrodestra) sono due dirette emanazioni del Forum Civico di Havel, a testimonianza del fatto di come l’opposizione al comunismo raccogliesse consensi trasversali nel Paese.

Altre forze politiche di minore entità sono il partito TOP ’09 (Tradizione, Responsabilità, Prosperità) marcatamente di destra, il partito centrista e democristiano KDU-CSL e il Partito Verde, che si attesta sempre su buone percentuali (6-7 per cento). Un discorso a parte merita il KSCM, il Partito comunista di Boemia e Moravia. Erede diretto del Partito comunista di Cecoslovacchia, il KSCM ha sempre goduto di un consenso non di poco conto, registrando, alle ultime elezioni regionali dell’ottobre 2012, il 23 per cento dei voti e 14 seggi su 45.

Stando così le cose si capisce perché le elezioni del 25-26 ottobre diventano importanti. I sondaggi prevedono come primo partito il CSSD dei socialdemocratici, senza che però esso consegua la maggioranza assoluta, eventualità che potrebbe spingere i socialdemocratici a formare un governo di coalizione proprio con il KSCM. E’ una prospettiva che inquieta personaggi come il politologo Igor Lukeš, luminare dell’Università di Boston, il quale ricordando che i comunisti imposti da Mosca conservavano il potere a forza di esecuzioni, si stupisce che i cechi continuino a votarli. «È qualcosa di unico che non ha precedenti in tutto l’Est Europa”, sbotta il professore.

Gli dà sostegno il De Standaard, il quale si dice convinto che i cechi soffrano di “un’amnesia generale”. Sicché «non possiamo trovare una dimostrazione migliore della memoria corta dell’umanità», scrive il quotidiano fiammingo, ricordando che i comunisti cechi che non hanno mai preso le distanze dai decenni di comunismo stalinista, «si sono affermati un po’ ovunque come forza politica di peso».

Naturalmente il De Standaard non accenna al fatto che la Repubblica Ceca da più di due anni attraversa la più lunga recessione economica della sua storia. Tanto meno informa che nella regione dell’est del Paese c’è  il rischio di una “catastrofe sociale”, come rileva il quotidiano Mf Dnes (Fronte della Gioventù - Oggi) Secondo il giornale - tra i più influenti e diffusi - la regione già colpita dalla disoccupazione a lungo termine (9,68 per cento contro una media nazionale del 7,5 per cento) è minacciata da una nuova ondata di licenziamenti, con la previsione che 71mila persone potrebbero perdere il lavoro.

Malauguratamente quanto sta accadendo a Praga non fa storia a sé, poiché la crisi economica ha nuociuto gravemente all’intera democrazia liberale europea. Il modello che univa l’economia di mercato a una vasta gamma di servizi sociali, e che ha trasformato l'Europa in un punto di arrivo per milioni di persone provenienti dall'Africa, dall'Asia e dall'America del sud non regge più.

Il continente è in fallimento, a parte alcune eccezioni come la Germania e i Paesi scandinavi che hanno applicato in tempo le manovre necessarie per evitare il disastro. Dove questo non è accaduto, sono subentrati i non-liberali i quali sono riusciti ad occupare gli spazi abbandonati dai liberali.

Come se gli elettori, indignati dalla incapacità della politica di dare risposte adeguate, scandalizzati dalla corruzione che dilaga nei centri del potere, ne avessero abbastanza di questi ventitré anni di sperimentazione liberale e aspirassero al ritorno di uno stato forte, in grado di farsi carico dei loro problemi. Sicché quanto sta accadendo nella Repubblica Ceca è la prova più evidente che la democrazia liberale nell’Europa centrale è diventata la più grande vittima della crisi.

Eppure, i tempi con i quali i cechi si scrollarono di dosso i comunisti furono fulminei rispetto a tutto l’Est. La Rivoluzione di Velluto (così definita perché il Partito comunista di Cecoslovacchia rinunciò pacificamente al potere), nel giro di poco più di un mese (metà novembre - fine di dicembre 1989), varò il Forum Civico di Vaclav Havel (ex scrittore ed attore di teatro) con il quale egli organizzò una serie di manifestazioni di protesta contro il regime che riscossero grandissimo successo tra la popolazione, tanto da costringere i vertici comunisti a dimettersi. Poche settimane dopo, il 29 dicembre, Havel venne nominato Presidente della Repubblica e Alexander Dubcek, l’eroe della “Primavera di Praga” del 1968, fu chiamato a guidare la Camera.

Da quel giorno, nel paese che ancora per pochi anni si chiamerà Cecoslovacchia, prese avvio il  pluralismo, il multipartitismo e la libertà di espressione, assieme alle prime tensioni etniche, fino ad allora opportunamente coartate dal regime comunista. Nel 1993, infatti, la Cecoslovacchia si divise pacificamente in due repubbliche, Repubblica Ceca e Slovacchia.

Ricordo che l’ultima volta che incontrai lo scrittore e poeta  Bohumil Hrabal - qualche mese dopo la divisione del Paese, gli chiesi tra l’altro se sarebbe ritornato a Kladno, la città che dopo la separazione era rimasta ceca, dove egli aveva ambientato “Allodole sul filo” il suo romanzo che racconta di un deposito di rottami metallici trasformato negli anni Cinquanta in un campo di rieducazione per borghesi che avevano cercato di espatriare clandestinamente, costretti a un lavoro manuale.

Una satira arguta sull'assurdo quotidiano e la stupidità burocratica di un regime stalinista che egli iniziò a scrivere durante la "primavera di Praga" del '68, e la terminò nell’anno seguente, quando il Paese era tornato in mano ai comunisti. Proibito dalla censura, disseppellito vent'anni dopo, il romanzo era stato tradotto in un film che vinse l’Orso d’oro del 1990. Era il mio uno spunto per sentire il suo pensiero.

Nell’osteria U Zlatého tygra, Dalla Tigre d’oro, (dove riuscì persino a trascinarvi il presidente Havel e il presidente Clinton, in quello stesso posto hanno appeso a ricordo la sua foto), egli mi rispose con un’alzata di spalle, un sorriso e la levata del bicchiere di birra com’era solito quando non aveva voglia di replicare se la domanda non gli piaceva.

Questo accadeva sovente se la domanda riguardava l’attualità. Accadde anche nell’Agosto dell’Ottantuno, un anno dopo la rivolta di Solidarnosc in Polonia e la comparsa del nuovo papa - Karol Wojtyla - che con le sue esternazioni stupiva il mondo. Anche allora Hrabal non si lasciò prendere dall’entusiasmo, dall’emozione. Come la principessa  Libuše sussurrò un augurio: «Speriamo che duri». Infatti accadde, ma dopo che la Polonia attraversò il colpo di Stato del generale Jaruzelski e altri sei anni di governo comunista.

Dopotutto Hrabal era per molti versi personaggio che apparteneva al surreale come i suoi racconti, i suoi romanzi che traboccano di descrizioni anti-eroiche, di vicende quotidiane minime sempre al limite del paradosso. E’ il suo un acuto e perciò prezioso bric-à-brac - un flusso ininterrotto di invenzioni e di "chiacchiere” - da Marché aux Puces, che gli diede subito notorietà e lo rese scrittore amato, perché imprevedibile, surreale appunto. Un surrealismo inteso - si badi bene - come ribellione alle convenzioni culturali e sociali, concepito come una trasformazione totale della vita. Se si tiene a mente l’epoca con il mondo diviso in due blocchi, meglio si capisce la peculiarità coraggiosa del messaggio di Hrabal.

Sicché mi è tornato in mente Bohumil Hrabal voltando in via Husova, la strada di U Zlatého tygra, la sua osteria perché più di ogni altro egli riassume l’imprevedibilità - che sovente aderisce al paradosso - dei Cechi, i quali s’inventarono la leggenda della principessa “democratica” Libuše, e poi scelsero il velluto per abbinarlo alla parola  “Rivoluzione”, che divenne un “marchio” strepitoso perché mai era accaduta prima una così contrastante unione. Come adesso rischia di esserlo pure questo riavvicinamento al comunismo, vissuto non come semplice amarcord, ma come nostalgia per un  sistema statalista che, sebbene nel male più che nel bene, provvedeva a tutto. Non a caso si sente spesso dire nei dibattiti che gli elettori si sono fatti “rubare” lo Stato.

Naturalmente, è difficile dire se ci stiamo avviando verso la fine della democrazia liberale e, con essa, anche dell’economia di mercato in questi paesi ex comunisti dell’Europa centrale, che sono stati finora i più devoti sostenitori del capitalismo. In ogni caso, i traumi delle economie dell’Europa centrale hanno un peso sui responsabili politici di cui non ce n’è memoria, come degli umori disincantati delle loro genti. Che leggono, studiano, s’informano. Un’abitudine che hanno acquisito fin da ragazzi, a casa e a scuola.

Infatti, basta salire sulla scala mobile della metro della stazione di Nàmesti Republiky in centro, oppure di Opatov alla periferia di Praga per vedere scorrere sulle pareti la pubblicità del burghy che si alterna con quella delle copertine dei libri. Che non sono i gialli alla Camilleri, bensì per la gran parte saggi che riguardano l’economia. Significa che i libri sono richiesti, che vanno molto, perché il prodotto ha margini ristretti di guadagno e la pubblicità costa, anche a Praga. Di certo, sono scorci di parete inimmaginabili di là delle Alpi. Cioè da noi, e anche questo per molti versi fa la differenza

 

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