Il buco col programma intorno

di Carlo Musilli

A leggere il contratto fra Lega e Movimento Cinque Stelle viene in mente il vecchio slogan di una marca di caramelle. Solo che stavolta intorno al buco non c’è la menta, ma un programma di governo. Mettendo in fila tutti gli interventi proposti, il conto finale potrebbe salire fino a 125,7 miliardi di euro, mentre le coperture citate in modo esplicito nelle quasi 60 pagine del contratto non...
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L'Inter torna in Champions League

di redazione

L'Inter torna dopo molti anni in Champions League e lo fa battendo la Lazio nella partita decisiva disputatasi all'Olimpico. Dopo una settimana di polemiche, illazioni, scetticismi e sotterfugi, acredini e scorrettezze di ogni tipo nei confronti di Stefan De Vrij, la Lazio è stata battuta in rimonta.   E proprio De Vrij, che fino...
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di Carlo Musilli

Se nella tragedia greca le colpe dei  padri ricadevano sui figli, nell’Italia contemporanea il potere dei figli dà una mano alle banche dei padri. Dopo il caso Boschi-Banca Etruria, a far discutere è il collegamento fra la riforma degli istituti di credito cooperativo e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, il renzianissimo Luca Lotti.

Iniziamo dal principio: cosa sono le Bcc e in cosa si distinguono dalle altre banche? La caratteristica più importante del credito cooperativo è la mutualità. L'attività di queste banche non persegue l'obiettivo del profitto, ma del vantaggio: innanzitutto quello dei soci, cui le Bcc concedono la maggior parte del credito, poi quello della comunità locale e del territorio in cui gli istituti svolgono la loro attività.

Le banche di credito cooperativo devono destinare almeno il 70% degli utili netti annuali a riserva legale e il 3% dei profitti deve essere corrisposto ai fondi mutualistici per la promozione e lo sviluppo della cooperazione. Ciò che resta degli utili dopo la distribuzione ai soci deve essere destinato a fini di beneficenza o mutualità.

Mercoledì 10 febbraio il Consiglio dei ministri ha varato un decreto sulle banche che contiene, fra l’altro, la riforma delle Bcc (il testo è stato approvato “salvo intese”, il che significa che potrà essere modificato ancora dall’Esecutivo prima di arrivare in Parlamento). Il provvedimento impone a questi istituti - in tutto 376 - di aderire a un unico gruppo bancario cooperativo guidato da una Spa con un patrimonio non inferiore al miliardo di euro. La maggioranza del capitale della holding sarà in mano alle banche del gruppo, mentre il resto potrà entrare nei portafogli di soggetti omologhi (gruppi cooperativi bancari europei o fondazioni) oppure essere quotato in Borsa.

L’obbligo di adesione al gruppo unico, però, non vale per tutte le Bcc: potranno scegliere di sottrarsi a questa regola le banche che hanno riserve per almeno 200 milioni di euro e accetteranno di versare su queste un'imposta straordinaria del 20%. Gli istituti che seguiranno questa strada, tuttavia, perderanno lo status di Bcc e dovranno trasformarsi in Spa (diventando perciò facilmente scalabili, viste le dimensioni di queste banche), altrimenti scatterà la liquidazione.

Il punto più controverso della riforma è proprio questo paracadute concesso alle poche Bcc che avrebbero riserve sufficienti per sfilarsi (“una decina” secondo il ministro Padoan, 14 stando ai dati di Mediobanca riferiti al 2014). Federcasse, l’associazione degli istituti di credito cooperativo, sostiene che questa norma creerebbe disparità di trattamento tra le banche, favorendo la frammentazione bancaria e indebolendo la coerenza cooperativa. Inoltre, c’è il rischio che sia incostituzionale.

In gioco ci sono infatti le cosiddette “riserve indivisibili”, accumulate dalle Bcc in regime di esenzione d’imposta per svolgere attività mutualistica, che in base all’articolo 45 della Costituzione italiana non può avere “fini di speculazione privata”. L’obiezione, perciò, è che dare questi soldi a una Spa dietro pagamento del 20% significherebbe privatizzare un bene comune.

“A me sembra una riforma che aiuta a consolidare il sistema delle Bcc”, replica il sottosegretario Lotti, considerato l’artefice dell’inserimento nel decreto della norma della discordia, peraltro non prevista nella versione originaria della riforma - su cui le Bcc avevano lavorato per mesi con il Tesoro e Bankitalia - e invisa a mezzo governo, dai ministri Alfano e Galletti alla minoranza Pd, da Scelta Civica ad Area popolare, più buona parte delle opposizioni.

Il problema è che, in questa vicenda, Lotti non è proprio super partes. L’accusa mossa al sottosegretario, e di riflesso al Premier, è di voler favorire gli istituti toscani, i più insofferenti all’idea di aggregarsi alla holding unica (perché puntano a costituire un polo bancario regionale). Su tutte Chianti Banca e, soprattutto, la Bcc di Cambiano, che ha sede a Castelfiorentino, piccolo Comune in provincia di Firenze.

Di questo istituto è dirigente Marco Lotti, padre del sottosegretario, e presidente Paolo Regini, renziano della prima ora, già sindaco Ds di Castelfiorentino dal 1990 al 1999 e tuttora marito della senatrice Pd Laura Cantini (a sua volta sindaco di Castefiorentino dal 1999 al 2009, oltreché vicepresidente della Provincia di Firenze).

Non solo. Nel 2009 era stata proprio la Bcc di Cambiano a concedere a Renzi un mutuo di 72mila euro per la campagna elettorale che lo ha portato a diventare sindaco di Firenze e nel 2012 lo stesso istituto si è occupato della raccolta fondi per la candidatura dell’attuale capo del governo alle primarie del Pd. Una strategia azzeccata, a quanto pare.

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