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Gio
17 Maggio 2012
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Grecia, mattatoio d'Europa

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di Carlo Musilli

La chiamano austerity, ma quello che l'Europa sta imponendo alla Grecia è ben altro: una mattanza sociale, un colpo di grazia definitivo alla vita di milioni di persone. Con 199 voti favorevoli e 74 contrari il Parlamento di Atene ha approvato domenica notte le nuove misure reclamate dalla troika (Ue, Fmi e Bce) per sbloccare la nuova tranche di aiuti al Paese ellenico.

Il via libera al prestito da 130 miliardi di euro dovrebbe arrivare dall'Eurogruppo di domani, consentendo alla Grecia di ripagare i bond in scadenza e salvarsi dal fallimento. Atene prenderà in prestito 35 miliardi di euro dal fondo salva-stati Efsf per finanziare il piano, in cui è previsto anche che entro l'anno arrivino 4,5 miliardi di euro dalle privatizzazioni (in primis delle quote pubbliche in petrolio, gas, acqua e lotteria) e risparmi vari.

E il resto dei soldi? Facile, lo ricaveranno massacrando i greci. In particolare, il nuovo pacchetto prevede di vaporizzare il mercato del lavoro (in questo caso l'eufemismo è "deregulation"), cancellando di fatto la contrattazione collettiva. Poi giù col machete: taglio di oltre il 20% del salario minimo garantito, taglio delle pensioni, taglio alle spese in settori come la sanità e le autonomie locali.

A leggere le nuove richieste internazionali, sembrerebbe che negli ultimi tempi la Grecia abbia continuato a vivere nel lusso. Invece quello di oggi è solo l'ultimo sorso di una medicina che le viene somministrata ormai da tre anni. Ma fin qui l'austerity non ha avuto effetti benefici, tutt'altro: i disoccupati hanno di recente superato il milione (oltre il 20% della popolazione), mentre il reddito è calato del 12%. Tutto questo per scongiurare il default incontrollato, l'incubo peggiore di mezza Europa, preoccupata anche dalle elezioni anticipate annunciate ieri. I greci torneranno alle urne già ad aprile, e a Bruxelles temono che il nuovo cambio di governo possa comportare una pericolosa marcia indietro.

In effetti, quello che accadrebbe se Atene fosse costretta a dichiarare ufficialmente bancarotta non è chiarissimo. I rapporti finanziari sono troppo complessi e ingarbugliati per poter ricostruire il quadro nel dettaglio, ma l'effetto sistemico pare inevitabile. Certo, non sarebbe la fine del mondo (perfino la Commissaria europea Neelie Kroes ha detto che "l'eurozona potrebbe sopravvivere all’uscita della Grecia").

Nel lungo termine la moneta unica potrebbe anche uscire rafforzata dall'abbandono della disgraziata Grecia, ma sul breve periodo si scatenerebbe la corsa degli speculatori, una massa di avvoltoi pronti a scommettere contro chi potrebbe essere la prossima vittima. I maggiori indiziati sono (nell'ordine) Portogallo, Italia e Spagna, che dovrebbero fronteggiare una drammatica fuga di capitali.

Quanto ai diretti interessati, il ritorno alla dracma vorrebbe dire liberarsi dei debiti, ma al contempo la moneta nazionale sarebbe valutata dai mercati a meno della metà dell'euro. Con tanti saluti a chi aveva ancora due spicci in banca. Certo, per le esportazioni sarebbe una manna dal cielo, ma la Grecia non è l'Argentina. A differenza del Paese sudamericano, che si è dichiarato insolvente nel 2001 e poi ha ricominciato a crescere alla grande, Atene non può contare né su una gran ricchezza di risorse naturali né su una congiuntura economica favorevole da cavalcare.

Ora, il vero dramma è nella strada che l'Europa e il Fondo monetario internazionale hanno scelto per scongiurare questo scenario. La maggior parte del peso viene scaricata sui cittadini, il che aggraverà la recessione nei prossimi anni, senza peraltro cancellare definitivamente lo spettro del fallimento.

Intanto però vengono salvaguardati gli interessi delle banche centrali e internazionali, compresa la reggia di Francoforte. Sanno tutti benissimo che - nei fatti - la Grecia è già insolvente, non potendo in alcun modo rimborsare con mezzi propri il debito pubblico (salito ormai al 170% del Pil). I creditori dovranno quindi necessariamente accettare un taglio di ciò che avrebbero dovuto incassare. L'ultima bozza di accordo prevede una riduzione del 70%, ma la firma non arriva.

Anche quando l'intesa sarà raggiunta, tuttavia, riguarderà solo il settore privato, tutelando gli istituti pubblici e la Bce dalle perdite. E nessuna banca privata si azzarderà a fare un fiato, perché nel frattempo dall'Eurotower è arrivato (e continuerà ad arrivare) un fiume di liquidità a buon mercato.

Il taglio viene poi falsamente presentato come "volontario" per evitare che scattino i rimborsi dei famigerati Cds. Si tratta di strumenti finanziari derivati che funzionano come assicurazioni sulla vita di altre obbligazioni (i titoli di Stato greci, in questo caso). Il premio arriva con la dichiarazione d'insolvenza. Cresciuto nella più totale anarchia, oggi il mercato dei Cds è talmente confuso che nessuno sa prevedere quale sarebbe l'effetto domino scatenato da un default "tradizionale" di Atene. Insomma, ancora una volta per risolvere una crisi nata dalla finanza non si tiene conto delle esigenze dell'economia reale, ma di quelle della finanza stessa.

E intanto si prende in giro chi ci va di mezzo. Nel discorso televisivo di sabato sera con cui ha cercato di convincere i greci della "inevitabilità" delle nuove misure, il premier (tecnico) Lucas Papademos ha fatto terrorismo psicologico, paventando "la catastrofe, il caos economico e l'esplosione sociale". Forse non si era accorto che fuori dal suo ufficio l'esplosione era già avvenuta. Mentre migliaia di greci protestavano mettendo a fuoco mezza Atene, Papademos è riuscito a dire che grazie al nuovo piano il Paese potrà tornare a crescere già dalla fine del prossimo anno. Stavolta non sembra che qualcuno sia disposto a credergli.

 

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