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I compensi garantiti agli amministratori delegati più pagati delle grandi compagnie americane continuano a far segnare livelli da record nonostante la crisi economica di questi anni. Ad analizzare il divario sempre più marcato tra i redditi dei top manager d’oltreoceano e quelli dei loro sottoposti è stato uno studio pubblicato questa settimana da un “think tank” di Washington, nel quale viene messo in luce come la quantità di denaro incassata dai primi sia spesso svincolata dalle prestazioni delle aziende che dirigono.

Il rapporto dell’Institute for Policy Studies (IPS) è intitolato “Executive Excess: Bailed Out, Booted, and Busted” e prende in considerazione le performance di oltre duecento “chief executives” compresi almeno una volta negli ultimi due decenni nella lista dei più pagati degli Stati Uniti. Secondo l’IPS, quasi il 40% di essi avrebbe visto incrementare il proprio conto corrente con cifre a sei zeri dopo avere prodotto risultati estremamente modesti o addirittura disastrosi alla guida di una determinata compagnia.

L’esito dello studio conferma perciò come uno dei principi fondamentali del capitalismo - vale a dire l’ottenimento di gratifiche più o meno sostanziose in conseguenza di risultati positivi - venga in molti casi contraddetto proprio ai vertici del sistema stesso.

In particolare, il gruppo di studio americano ha distinto tre categorie di “CEO” non particolarmente brillanti ma ugualmente ricoperti di dollari: quelli la cui azienda è stata salvata dall’intervento del governo federale (“bailed out”), quelli sollevati dal loro incarico (“booted) e quelli alla guida di compagnie che hanno dovuto pagare sanzioni per avere violato la legge (“busted”).

Della seconda categoria, ad esempio, fanno parte amministratori delegati che in media hanno incassato buone uscite da 48 milioni di dollari, mentre le aziende implicate in procedimenti legali hanno sborsato qualcosa come 100 milioni ciascuna per liquidare i propri top manager.

Secondo il campione analizzato dall’IPS, l’amministratore delegato meglio retribuito nonostante il licenziamento sarebbe Eckhard Pfeiffer, allontanato nel 1999 dalla compagnia informatica Compaq (acquistata nel 2002 da HP) con “stock options” pari a 410 milioni di dollari ed una liquidazione di 6 milioni dopo sette anni di profitti in declino. La testata Business Insider avrebbe successivamente inserito Pfeiffer nella lista dei 15 peggiori CEO della storia.

Lo studio elenca poi 17 istituti finanziari - tra cui Morgan Stanley, AIG, JPMorgan, Wells Fargo e il defunto Lehman Brothers - che pur avendo ricevuto quasi 258 miliardi di dollari in fondi pubblici hanno complessivamente portato ben 112 dei loro dirigenti nella lista dei 25 CEO più pagati tra il 1993 e il 2012.

Proprio l’ex CEO di Lehman Brothers, Richard Fuld, ha goduto per otto anni consecutivi di compensi tra i più generosi di Wall Street, toccando punte superiori ai 100 milioni di dollari nel 2001 e nel 2005, prima di contribuire nel 2008 a fare entrare la sua compagnia nella storia con il più clamoroso crack a cui il sistema finanziario americano abbia finora assistito.

Gli autori dell’indagine hanno così concluso che “un numero allarmante di amministratori delegati si dimostra incapace di aggiungere valore all’economia americana, mentre da essa al contrario ne ricava somme ingenti”. In altre parole, i massimi dirigenti delle grandi compagnie d’oltreoceano non sono altro che una ristretta élite parassitaria che presiede e beneficia di un colossale trasferimento di ricchezza a discapito delle classi inferiori, senza creare quasi mai alcun beneficio per l’economia del proprio paese.

Infatti, secondo i dati raccolti dal sindacato AFL-CIO, i compensi dei “CEO” americani sono aumentati del 5% solo tra il 2011 e il 2012, a fronte di una diminuzione del reddito medio complessivo dello 0,4% tra il 2009 e il 2011.

Ancora più drammatiche sono poi le disuguaglianze di reddito prodotte negli ultimi vent’anni. Se nel 1993 i salari dei massimi dirigenti negli USA erano circa 195 volte superiori a quelli dei lavoratori medi, tale rapporto è salito nel 2012 a 354 volte.

L’IPS indica infine alcuni provvedimenti bloccati al Congresso che dovrebbero servire a limitare i compensi eccessivi dei top manager americani. Alcuni di essi avrebbero dovuto essere già stati implementati in seguito all’approvazione della cosiddetta legge “Dodd-Frank” del 2010, definita dalla versione ufficiale come una “riforma” del sistema finanziario adottata per evitare altri tracolli simili a quello dell’autunno del 2008.

Tra le misure che il think tank statunitense ritiene possano risultare utili a questo proposito vi sono l’obbligatorietà della pubblicazione del rapporto tra le retribuzioni dei CEO e degli altri lavoratori di un’azienda, la fissazione di limiti ai compensi garantiti ai manager dei grandi istituti finanziari e la drastica limitazione delle deduzioni fiscali sui costi dei compensi stessi che le grandi aziende possono ottenere dal governo.

Queste ed altre leggi proposte da varie parti avrebbero in ogni caso un effetto limitato e, comunque, la loro mancata approvazione nonostante il larghissimo sostegno ad esse della popolazione americana dimostra ancora una volta come la politica di Washington risponda esclusivamente agli interessi della classe di cui gli stessi amministratori delegati multi-milionari fanno parte.

L’allargamento della forbice dei redditi e il continuo aumentare dei compensi ai vertici delle grandi aziende di fronte al generale impoverimento di massa in atto non sono d’altra parte il risultato di forze impersonali o ineluttabili, bensì dell’azione deliberata di una classe politica che è espressione unica delle élite economico e finanziarie e alla quale l’Institute for Policy Studies, così come commentatori e intellettuali “liberal” negli Stati Uniti e non solo, continua a chiedere ingenuamente una riforma in senso progressista dell’intero sistema.

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