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4 Dicembre 2016
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Cina-Russia, l’asse del gas

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di Michele Paris

La firma a Shanghai del monumentale accordo di fornitura di gas naturale tra la Russia e la Cina rappresenta in prospettiva un evento in grado di scombinare gli equlibri energetici in Asia e non solo, se non addirittura gli assetti strategici globali emersi al termine della Guerra Fredda. La partnership sempre più salda tra Mosca e Pechino - in ambito energetico ma anche economico e militare - costituisce infatti un serio problema per gli Stati Uniti.

L'accordo mette in discussione la già stentata “svolta” asiatica di Washington in funzione di contenimento della Cina, sulla quale dovrebbero basarsi in gran parte i progetti americani per la conservazione di un ordine mondiale unipolare di fronte all’inesorabile declino della (ancora per poco) prima potenza economica del pianeta.

Quando già i media ufficiali d’oltreoceano stavano festeggiando la mancata firma sul contratto di fornitura di gas al termine del primo giorno trascorso dal presidente russo Putin in Cina, l’annuncio dell’accordo raggiunto ha cominciato invece a circolare nella giornata di mercoledì, mandando senza dubbio un brivido tra gli occupanti delle stanze del potere di Washington e i think tank americani impegnati a disegnare un futuro radioso per l’unica presunta superpotenza globale.

Già le sole dimensioni dell’intesa tra la russa Gazprom e la cinese CNPC (China National Petroleum Corporation) rivelano l’importanza di quanto accaduto questa settimana a Shanghai. Come è ormai noto, la Russia fornirà a partire dal 2018 e per 30 anni qualcosa come 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno alla Cina per un valore complessivo di circa 400 miliardi di dollari.

Ciò ammonta al 20% delle attuali forniture complessive di gas russo ai paesi europei e ad un aumento di un quarto delle esportazioni di gas di Mosca al di fuori dell’ex blocco sovietico. Questi numeri già molto importanti sono destinati però a salire nel prossimo futuro, visto che un altro aspetto determinante dell’accordo prevede investimenti per 75 miliardi di dollari nella costruzione o nell’ammodernamento di gasdotti e altre infrastrutture energetiche nella sconfinata area di confine tra i due paesi.

Con le entrate ottenute dal contratto cinese, in particolare, Gazprom potrà investire 55 miliardi di dollari - gli altri 20 saranno a carico dei cinesi - in impianti e condutture in Siberia orientale che favoriranno le esportazioni anche verso altri paesi, inclusi i due principali alleati americani in Estremo Oriente: Giappone e Corea del Sud.

I negoziati sul gas tra Cina e Russia erano in corso da un decennio e in svariate occasioni era sembrata imminente una possibile intesa. Uno dei punti più spinosi era rappresentato dal costo delle forniture, con entrambe le parti interessate ad attendere e sfruttare le migliori condizioni possibli nel momento in cui esse si fossero presentate.

Il prezzo finale non è stato resto noto ma dovrebbe essere stato fissato in termini vantaggiosi soprattutto per Pechino. Secondo gli analisti di RBC Capital Markets, infatti, le condizioni di acquisto stabilite dovrebbero garantire alla Cina un afflusso sicuro di gas naturale ad un costo tra il 25% e il 40% inferiore a quanto sborsa oggi per importare gas liquefatto (LNG) via mare.

Le condizioni di vendita del gas russo alla Cina potrebbero perciò creare problemi di competitività per le maggiori multinazionali operanti nell’ambito dell’LNG, così come finirebbero per essere poco vantaggiosi gli investimenti annunciati in impianti per l’esportazione di gas liquefatto negli Stati Uniti, soprattutto se destinato al continente asiatico.

Uno dei vantaggi per la Russia - oltre a quello economico - è legato invece al fatto che i due giacimenti in Siberia da cui deriverà il gas diretto in Cina sono oggi poco sviluppati e senza la sigla di un contratto di queste dimensioni con Pechino avrebbero avuto poche chances di venire sfruttati.

L’appetito cinese per le risorse energetiche, inoltre, dovrebbe continuare a salire vertiginosamente nei prossimi anni e la Russia potrebbe beneficiarne ulteriormente. Il fabbisogno di gas naturale della Cina nel 2013 è stato di 170 miliardi di metri cubi e, secondo le previsioni, salirà a 420 miliardi entro il 2020.

In ogni caso, l’accelerazione delle trattative e la volontà dei governi di Mosca e Pechino di far coincidere la firma dell’accordo con l’incontro a Shanghai tra Putin e il presidente cinese, Xi Jinping, sono state la conseguenza dei fatti in corso in Ucraina e del desiderio del Cremlino di rispondere a sanzioni e minacce dell’Europa, impegnata - almeno a parole - a cercare fonti di approvvigionamento di gas alternative alla Russia.

Per la Cina, l’importanza della partnership in ambito energetico con la Russia è rappresentata poi dalla possibilità di garantirsi forniture certe e di lungo periodo via terra da un paese confinante e, soprattutto, al di fuori delle rotte presidiate dagli Stati Uniti. La gran parte delle importazioni cinesi di petrolio e gas naturale viaggia oggi per mare, nelle acque cioè al largo delle coste sud-orientali del paese, dove è sempre più fitta la presenza militare americana, rendendo estremamente seria la minaccia di una interruzione delle forniture in caso di esplosione di una qualche crisi.

Oltre a questo rischio, Pechino ha indubbiamente valutato anche quello degli ostacoli posti spesso proprio dagli USA e dai loro alleati al mantenimento e all’allargamento dei rapporti energetici con paesi mediorientali, africani e sudamericani. Infatti, alcune delle maggiori crisi scoppiate in questi anni riguardano frequentemente paesi che sono o sono stati importanti fornitori di gas o petrolio per la Cina, come Iran, Libia, Sudan e Venezuela.

In un quadro più ampio, il fondamentale accordo russo-cinese sul gas si inserisce a pieno titolo nei processi in atto da tempo che stanno producendo una trasformazione verso un mondo multipolare, rafforzando anzi in maniera determinante questa evoluzione.

La collaborazione a tutto campo tra Mosca e Pechino - nonostante più di una divergenza di interessi - appare cioè come l’asse portante di una rete di alleanze, accordi commerciali e partnership strategiche che vede come protagonisti svariati paesi emergenti, sempre più svincolati dai legami con gli Stati Uniti e l’Europa.

Questa tendenza si è concretizzata in gruppi e organizzazioni varie come i cosiddeti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) o l’eurasiatica Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO), vista da molti come possibile futuro contrappeso alla stessa NATO, ma anche il finora oscuro CICA - un forum intergovernativo per promuovere la pace, la sicurezza e la stabilità in Asia - che ha fatto da cornice questa settimana allo storico accordo tra Putin e Xi a Shanghai.

In questa realtà sta nascendo anche l’ipotesi realmente rivoluzionaria dell’utilizzo di una nuova moneta, o una serie di monete, per i pagamenti internazionali alternativa al dollaro, come conferma un dato del Fondo Monetario Internazionale secondo il quale nell’ultimo decennio le riserve monetarie “non in dollari” nei mercati emergenti sono salite del 400%.

Un’evoluzione, insomma, che promette una sempre più marcata marginalizzazione degli Stati Uniti e la perdita da parte di questi ultimi dello status di prima potenza economica e militare del pianeta, quanto meno sul medio o lungo periodo.

Di fronte a questa minaccia, è facile intuire le motivazioni che stanno dietro ai tentativi di Washington di rivolgere attenzioni e risorse sempre più verso l’Asia o la Russia, sia pure facendo aumentare i rischi di un conflitto rovinoso, come appare chiaro in Ucraina e in Estremo Oriente con la riesplosione delle contese territoriali tra la Cina e svariati paesi vicini.

Un’aggressività, quella del governo USA, che potrà però fare ben poco per fermare un cambiamento, annunciato dalla stretta di mano di mercoledì tra Putin e Xi, che - sia pure incapace di superare le contraddizioni del sistema capitalistico - sembra prefigurare un pianeta nel quale un numero sempre maggiore di paesi, in Asia come in Africa o in America Latina, vede il proprio futuro non più legato necessariamente a quello dell’Occidente.

 

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