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30 Settembre 2016
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Lo Stato della rappresaglia

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di Michele Paris

Il terzo giorno della nuova offensiva criminale delle forze armate israeliane nella striscia di Gaza si è aperto giovedì con un altro ingiustificabile massacro nel quale hanno perso la vita otto membri di una singola famiglia, di cui cinque bambini, quando la loro abitazione è stata colpita da un bombardamento poco prima dell’alba.

Il bilancio provvisorio e destinato a crescere drammaticamente delle prime fasi dell’operazione denominata con il consueto cinismo “Margine Protettivo” è già di oltre ottanta palestinesi uccisi, quasi tutti civili innocenti, e centinaia di feriti.

Solo poche ore dopo l’inizio dei bombardamenti su Gaza, le stragi di cui il governo di Israele si è reso responsabile sono state innumerevoli, tra cui quella avvenuta nella serata di mercoledì nella località meridionale di Khan Younis, dove un gruppo di amici stava assistendo alla semifinale della coppa del mondo di calcio. Sul gruppo di palestinesi riuniti in un caffè è caduto un missile israeliano che ha fatto almeno otto morti.

Oltre a obiettivi simili, Israele considera legittima anche la distruzione delle abitazioni dei leader di Hamas e Jihad Islamica, nonostante i bombardamenti contro di esse continuino a registrare la morte dei loro famigliari innocenti, in gran parte donne e bambini.

Il sangue dei palestinesi a Gaza contrasta fortemente con la pressoché totale assenza di danni a persone o a edifici in Israele a seguito delle centinaia di razzi che Hamas e altre formazioni islamiste stanno lanciando contro il proprio vicino e che sarebbero la ragione della furia distruttiva sionista.

Se da parte palestinese l’arsenale di armi a disposizione sembrerebbe essere aumentato ed è diventato più sofisticato negli ultimi anni, la capacità di infliggere perdite o danni significativi a Israele rimane estremamente modesta, anche perché Tel Aviv, grazie agli Stati Uniti, può contare da qualche tempo sul sistema missilistico difensivo relativamente efficace “Cupola di Ferro”.

Nella giornata di giovedì, il premier israeliano Netanyahu ha affermato che l’ipotesi di una tregua non è nemmeno in agenda. Il capo del governo è esposto alle pressioni dei falchi all’interno del suo gabinetto di estrema destra per intraprendere un’azione punitiva di terra a Gaza contro Hamas. Un’iniziativa di questo genere sarebbe la prima dal 2009, quando l’operazione “Piombo Fuso” fece in tre settimane qualcosa come 1.400 morti tra i palestinesi. In preparazione di un’invasione, i vertici delle forze armate israeliane hanno annunciato di avere già richamato 20 mila riservisti.

Le minacce indirizzate dai membri del governo di Israele contro Hamas lasciano presagire un’azione ancora più dura nella striscia di Gaza, ma un eventuale intensificarsi delle operazioni militari esporrebbe Netanyahu a rischi non trascurabili. Le condanne internazionali - sia pure di circostanza - sono già arrivate numerose nelle scorse ore e un coinvolgimento ancora maggiore delle proprie forze armate, con un numero di vittime destinato a salire vertiginosamente, finirebbe per isolare ancora di più lo stato ebraico che, oltretutto, potrebbe non trovare facili vie d’uscita vista l’assenza di interlocutori con cui trattare.

Ciò è dovuto in gran parte all’atteggiamento del governo egiziano, il quale, a differenza di quanto era quasi sempre accaduto durante le precedenti incursioni israeliane nei territori palestinesi, rimane oggi colpevolmente indifferente ai fatti in corso a Gaza. Il neo-presidente, Abdel Fattah al-Sisi, non appare cioè disposto a mediare un cessate il fuoco, visto che il suo regime vedrebbe con favore l’annientamento di Hamas.

Un portavoce di Sisi, in realtà, ha sostenuto che la diplomazia egiziana è in contatto con le parti in conflitto, ma non con i vertici di Hamas, rendendo qualsiasi tentativo di mediazione del tutto inutile. Come è noto, il regime militare del Cairo nell’ultimo anno ha represso nel sangue l’organizzazione islamista dei Fratelli Musulmani, di cui Hamas è una sorta di versione palestinese.

L’Egitto, inoltre, ha tenuto sigillati i valichi di frontiera con Gaza, impedendo anche i trasferimenti umanitari, fino alla mattinata di giovedì, quando ha deciso di aprire quello di Rafah per consentire l’ingresso nel paese di centinaia di palestinesi feriti nei raid israeliani.

L’assalto israeliano a Gaza, in ogni caso, continua ad avvenire con il sostegno dei principali sponsor occidentali di Tel Aviv, a cominciare dagli Stati Uniti. Da Washington sono giunti appelli meccanici alla moderazione ma anche e soprattutto l’appoggio a una campagna assurdamente definita “difensiva” per interrompere i lanci di razzi da parte palestinese.

L’operazione in corso viene d’altra parte presentata dal governo israeliano come inevitabile per la difesa del paese e le responsabilità assegnate interamente a Hamas. Anzi, le stesse vittime civili sarebbero dovute non alla deliberata criminalità con cui opera Israele, bensì agli stessi gruppi islamisti operanti a Gaza, visto che essi devono pagare le conseguenze della rappresaglia, in realtà diretta però contro la resistenza all’occupazione e all’assedio dei territori palestinesi.

Simili interpretazioni sono assecondate da buona parte della stampa occidentale, nonostante le presunte “provocazioni” di Hamas anche in questo caso non siano altro che la conseguenza delle azioni di Israele. La tensione era infatti tornata a salire da qualche settimana in seguito al rapimento il 12 giugno scorso di tre giovani israeliani da un insediamento illegale in Cisgiordania. Il governo di Netanyahu ne aveva attribuito la responsabilità a Hamas senza presentare peraltro alcuna prova.

La vicenda aveva così permesso a Israele di iniziare in Cisgiordania una campagna militare fatta di arresti, demolizioni di abitazioni e assassini di palestinesi, ufficialmente per individuare i responsabili del rapimento e della conseguente uccisione dei tre ragazzi.

Successivamente, è emerso tuttavia che il governo era venuto a conoscenza quasi subito della morte dei tre teenager israeliani poco dopo il rapimento grazie a una registrazione audio nella quale si sentivano le voci dei giovani, seguite da colpi di arma da fuoco e da alcune frasi dei rapitori.

Ciononostante, Netanyahu ha nascosto questa informazione anche agli stessi familiari dei ragazzi rapiti, utilizzando la speranza di un loro ritrovamento come giustificazione per mettere a ferro e fuoco i territori palestinesi occupati. Uno degli obiettivi principali di Israele era quello di dividere l’Autorità Palestinese e Hamas, reduci dalla recente firma di un accordo per la formazione di un governo di unità nazionale.

Queste operazioni israeliane hanno dunque provocato la prevedibile reazione di Hamas, Jihad Islamica e altre formazioni, le quali hanno iniziato a lanciare razzi contro Israele, fornendo a Netanyahu il desiderato casus belli per scatenare la nuova offensiva attualmente in corso.

Della nuova guerra a Gaza ha parlato anche il segretario generale dell’ONU, Ban Ki-moon, descrivendo la situazione “preoccupante”. L’ex diplomatico sudcoreano non si è però discostato dalle dichiarazioni dei governi occidentali che continuano a mettere sullo stesso piano i lanci di razzi di Hamas e la campagna di morte israeliana. Ban ha anzi “condannato fermamente” i lanci di razzi da Gaza, mentre si è limitato a invitare Netanyahu alla “massima moderazione”, deprecando il “numero crescente di vittime civili” nella striscia.

Una riunione di emergenza del Consiglio di Sicurezza si è tenuta infine giovedì, con i governi di Israele e degli Stati Uniti che hanno manovrato per evitare un’imbarazzante risoluzione di condanna dell’offensiva su Gaza. Dopo che lo stesso segretario generale ha invitato le due parti in guerra ad adoperarsi per una tregua, al Palazzo di Vetro sono circolate voci su una possibile sterile proposta della Giordania, secondo la quale il Consiglio di Sicurezza potrebbe approvare un appello non vincolante per il cessate il fuoco immediato.

 

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