Il governo getta la maschera

di Antonio Rei

Con la manovra di bilancio varata la settimana scorsa, il governo Meloni ha gettato la maschera. I fanatici del braccio teso alzato sono costretti a ricredersi: la destra al potere non ha assolutamente nulla di sociale; al contrario, è quanto di più turbo-liberista si possa immaginare. A dimostrarlo in modo inequivocabile è proprio la legge di bilancio, che trasuda disprezzo per i poveri e...
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Biden, MBS e l’immunità strategica

di Michele Paris

Durante la campagna per le presidenziali del 2020, l’allora candidato Joe Biden aveva promesso agli americani di fare dell’Arabia Saudita e del suo leader di fatto, il principe ereditario Mohammed bin Salman (MBS), dei veri e propri “paria” sulla scena internazionale. La minaccia, virtualmente senza precedenti contro un esponente di massimo livello della casa regnante a Riyadh, derivava dall’assassinio del giornalista-dissidente, Jamal Khashoggi, fatto a pezzi nel consolato saudita di Istanbul nell’ottobre 2018. A quattro anni di distanza, l’amministrazione Biden ha ora assicurato l’immunità formale a MBS, il quale non avrà quindi nulla da temere per la causa legale in corso nei suoi confronti in un tribunale degli Stati...
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di Michele Paris

L’unica modestissima proposta di “riforma” dei programmi di sorveglianza condotti dall’Agenzia per la Sicurezza Nazionale americana (NSA) in discussione negli Stati Uniti è morta questa settimana al Congresso di Washington dopo che il Senato ha impedito l’approdo in aula per il voto al cosiddetto USA Freedom Act. Il provvedimento era stato unanimemente definito “di ampia portata” dalla stampa d’oltreoceano e ai suoi sostenitori sono mancati appena due voti per raggiungere i 60 necessari al superamento di un ostacolo procedurale detto “filibuster”.

A votare a favore dello USA Freedom Act sono stati quasi tutti i democratici con l’aggiunta di quattro repubblicani, tra cui uno dei possibili candidati alla presidenza nel 2016, il senatore del Texas Ted Cruz. Le maggiori recriminazioni si sono concentrate su due senatori che sembravano dover sostenere la legge, il democratico della Florida Bill Nelson - unico del suo partito a votare contro - e il repubblicano del Kentucky Rand Paul, stella del movimento libertario che ha correttamente giudicato l’iniziativa non abbastanza incisiva per porre un freno alle intercettazioni della NSA.

La legge appena bocciata intendeva portare fondamentalmente tre modifiche alle modalità con cui la NSA ha facoltà di raccogliere i “metadati” telefonici degli americani. In primo luogo, le informazioni non avrebbero dovuto più essere custodite direttamente dalla NSA ma sarebbero state conservate dalle compagnie telefoniche per un periodo non diverso da quello attuale, generalmente 18 mesi. La stessa agenzia, inoltre, per analizzare i metadati avrebbe dovuto presentare specifiche richieste per ogni singola intercettazione al cosiddetto Tribunale per la Sorveglianza dell’Intelligence Straniera (FISC), il quale peraltro ha finora sempre approvato le istanze del governo salvo in casi più unici che rari.

La legge prevedeva poi la creazione di una sorta di avvocato difensore dei destinatari dei provvedimenti di intercettazione nel corso delle udienze del FISC, ma non la presenza di questi ultimi. Attualmente, le udienze avvengono in totale segretezza e l’unica parte rappresentata è quella del governo.

Infine, le sentenze del FISC avrebbero dovuto essere rese pubbliche almeno in parte. Quest’ultima prescrizione era comunque di fatto vanificata da un’eccezione prevista nel caso la pubblicazione delle sentenze fosse stata giudicata rischiosa per la sicurezza nazionale.

La portata limitata della “riforma” presentata dal senatore democratico del Vermont e presidente della commissione Giustizia, Patrick Leahy, era dunque evidente. Non solo la NSA avrebbe continuato ad avere accesso ai dati telefonici degli americani, sia pure passando da un tribunale che rappresenta una parodia della giustizia, ma nulla sarebbe cambiato in merito allo stesso programma di sorveglianza relativo agli utenti stranieri o alle numerose altre operazioni illegali che vengono condotte negli USA e nel resto del mondo, a cominciare dal controllo del traffico sul web.

Oltretutto, anche con l’approvazione dello USA Freedom Act, la NSA avrebbe potuto continuare ad ascoltare liberamente le tefonate degli americani senza il permesso del FISC nel caso questi ultimi avessero comunicato con cittadini di altri paesi presi di mira dalle intercettazioni. Il senatore Leahy ha comunque criticato aspramente i repubblicani per avere affossato il provvedimento, accusandoli di avere agitato lo spettro di possibili attacchi terroristici se fosse stata implementata una qualsiasi limitazione delle facoltà della NSA.

Con un misto di ignoranza e disonestà, un altro presunto candidato alla Casa Bianca per i repubblicani - il senatore della Florida Marco Rubio - ha collegato la legge al rischio di attentati in territorio americano da parte di membri dello Stato Islamico (ISIS). “Dio non voglia che domani ci dovessimo svegliare con la notizia che un membro dell’ISIS si trova negli Stati Uniti”, ha avvertito Rubio, aggiungendo che, “se la NSA non potrà intercettare le telefonate”, i piani terroristici di qualche fantomatico jihadista potrebbero essere portati a termine senza ostacoli.

Se ciò dovesse avverarsi, ha sostenuto poi il senatore cubano-americano, “la prima domanda da fare sarebbe: perché non ne eravamo al corrente ?”. Pur riferendosi implicitamente agli attacchi dell’11 settembre 2001, quando la NSA, per quanto è dato sapere, non aveva i poteri di sorveglianza attuali, Rubio, legato mani e piedi ai mafiosi della FNCA di Miami, ha ovviamente evitato di spiegare come il World Trade Center e il Pentagono abbiano potuto essere colpiti quando l’amministrazione Bush aveva a disposizione informazioni di intelligence che mettevano in guardia da attacchi terroristici con aerei dirottati.

La minaccia dell’ISIS da cui hanno messo in guardia i senatori repubblicani era stata citata alla vigilia del voto anche da due ex membri dell’amministrazione Bush, l’ex ministro della Giustizia Michael Mukasey e l’ex direttore della CIA Michael Hayden, i quali erano intervenuti firmando un articolo sul Wall Street Journal dal titolo: “La riforma della NSA che solo l’ISIS potrebbe apprezzare”.

Il riferimento all’ISIS ha così trovato spazio sui media americani anche se appare semplicemente assurdo, se non altro perché lo USA Freedom Act, come già ricordato, non avrebbe intaccato la possibilità della NSA di condurre le proprie operazioni all’estero.

Lo stop alla legge è stato definito uno schiaffo al presidente Obama, il quale ne aveva raccomandato l’approvazione nonostante l’ostinata difesa da parte della sua amministrazione dei programmi illegali di sorveglianza rivelati da Edward Snowden.

Oltre al Presidente, anche le principali compagnie di telecomunicazioni avevano sostenuto il provvedimento, aggiungendo perciò ulteriori dubbi all’efficacia di quest’ultimo. In realtà, la “riforma” della NSA sarebbe servita alla Casa Bianca e ai democratici come schermo per consentire la sostanziale prosecuzione dei programmi illegali, pur dando l’apparenza del cambiamento.

Anche per questa ragione il Partito Democratico si era compattato sulla legge in discussione, con i “falchi” della sicurezza nazionale - come la presidente della commissione del Senato per i Servizi Segreti, Dianne Feinstein - e quelli “liberal”, oppositori nominali della NSA, che hanno votato a favore del provvedimento malgrado le perplessità per il fatto che, rispettivamente, fosse considerata troppo severa o troppo poco incisiva.

I senatori “liberal”, poi, hanno garantito il loro voto favorevole anche se la legge era stata sensibilmente indebolita rispetto al progetto iniziale, spiegando che essa avrebbe potuto rappresentare il primo passo verso una riforma complessiva, quanto irrealizzabile, dei programmi della NSA per ristabilire i principi costituzionali negli Stati Uniti.

Qualsiasi “riforma” è destinata invece a rimanere lontano dall’aula nel prossimo futuro, visto che da gennaio il Senato, come già la Camera dei Rappresentanti, sarà a maggioranza repubblicana. La discussione al Congresso sull’argomento NSA riemergerà però nei prossimi mesi, visto che l’autorizzazione alla raccolta delle informazioni telefoniche a tappeto - basata sul dettato del famigerato Patriot Act - scade nel mese di giugno e, per proseguire, dovrà essere prorogata con un voto del Congresso.

Anche se potrebbe esserci qualche scaramuccia tra i repubblicani di tendenze libertarie, che vedono con estremo sospetto l’espansione di qualsiasi prerogativa del governo, e quelli “mainstream”, il rinnovo dell’autorizzazione dei programmi illegali della NSA non dovrebbe incontrare particolari ostacoli.

A oltre un anno dalle prime esplosive rivelazioni di Snowden, che hanno mostrato la rapida edificazione delle fondamenta di uno stato di polizia negli Stati Uniti, la classe dirigente americana non è stata dunque in grado di assicurare nemmeno una minima riduzione dei poteri assegnati a un apparato della sicurezza nazionale totalmente fuori controllo.

Dell’impegno per la difesa dei più fondamentali diritti costituzionali non vi è d’altra parte più traccia da tempo a Washington, dove i rappresentanti di una ristretta oligarchia difendono strenuamente politiche anti-democratiche rivolte contro i propri nemici: non il terrorismo internazionale bensì la grande maggioranza della popolazione americana.

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