Epidemia mortale

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Italia viva? Sta serena

di Fabrizio Casari

La sortita ultima di Matteo Renzi ha smosso le acque già torbide del sistema politico italiano. La sua nuova avventura politica ha ottenuto al momento l’attenzione sperata ma molti meno consensi di quelli ipotizzati. Del resto, Renzi - lo si è detto su questo giornale in più di una occasione - è personaggio di grande presenza...
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di Mario Lombardo

Le divisioni emerse la scorsa settimana tra l’amministrazione americana di Donald Trump e i paesi europei rischiano di aggravarsi ulteriormente dopo che mercoledì è circolata la notizia che il presidente USA starebbe per annunciare il ritiro del suo paese dall’accordo sul cambiamento climatico, sottoscritto da 195 paesi nel 2015 a Parigi.

Alcune fonti governative hanno garantito alla stampa americana che la decisione di Trump sarebbe ormai presa, anche se altri hanno invitato alla prudenza. Dal suo account Twitter, il presidente ha scritto mercoledì che una decisione definitiva verrà annunciata nei prossimi giorni, ma la cautela potrebbe essere motivata dagli sforzi ancora in atto per definire i termini dell’uscita degli Stati Uniti dall’accordo.

Già al G7 di Taormina, Trump si era rifiutato di impegnarsi per il rispetto dell’accordo siglato dal suo predecessore. In quell’occasione, la delegazione americana non aveva espresso la volontà di lasciare, ma le differenze sulla questione emerse apertamente nel comunicato finale del summit non sembravano promettere nulla di buono.

Secondo alcune delle condizioni previste dall’accordo, entro il 2025 gli USA dovevano ridurre le emissioni in atmosfera tra il 26 e il 28 per cento rispetto ai livelli del 2005. Se Trump dovesse rinunciare all’impegno preso da Obama sarebbe la seconda marcia indietro sul clima da parte degli Stati Uniti in occasione di un cambio alla Casa Bianca. Già nel 2001 George W. Bush ritirò il suo paese dal trattato di Kyoto, firmato dall’amministrazione Clinton nel 1997.

La stampa di tutto il mondo ha subito fatto notare come l’uscita dall’accordo sul clima della prima potenza economica mondiale potrebbe mettere in serio dubbio il raggiungimento degli obiettivi concordati a Parigi. Oltretutto, questi ultimi sono già ritenuti insufficienti da molti per invertire la rotta del cambiamento climatico e non vi è nemmeno un meccanismo per obbligare i paesi a rispettare gli impegni presi su base volontaria.

Martedì, la stampa americana aveva raccontato come la decisione che il presidente Trump starebbe per prendere sia influenzata da forze e opinioni contrastanti. Contro il ritiro degli USA dall’accordo sono schierate molte grandi aziende private con interessi all’estero e i membri dell’amministrazione Repubblicana contrari alle tendenze “isolazioniste”.

I sostenitori dell’accordo non hanno peraltro una particolare coscienza ambientalista. Le ragioni di questa posizione sono per lo più opportunistiche e di immagine, visto anche che la permanenza degli Stati Uniti dovrebbe passare attraverso una revisione dei vincoli sottoscritti e, comunque, le condizioni dell’accordo non dovrebbero ostacolare la prevista abolizione di alcune restrizioni imposte alle aziende americane in questo ambito dall’amministrazione Obama.

Per l’addio a Parigi spingono invece gli ambienti populisti e nazionalisti che ruotano attorno al presidente e che fanno capo al consigliere neo-fascista di Trump, Stephen Bannon. Lo stesso numero uno dell’Agenzia per la Protezione Ambientale americana (EPA), Scott Pruit, è schierato per l’abbandono dell’accordo, mentre una decisione in questo senso era stata sollecitata recentemente anche da una lettera indirizzata alla Casa Bianca da 22 senatori Repubblicani.

La possibile scelta del presidente viene giudicata per lo più come un mantenimento delle promesse elettorali. Per Trump, infatti, i vincoli imposti dall’accordo di Parigi contribuirebbero alla perdita di posti di lavoro negli USA, visti gli effetti negativi sui settori industriali che utilizzano combustibili fossili e inquinanti.

I veri motivi di questa decisione, se fosse confermata da Trump, sembrano essere però solo in parte legati a questo aspetto. Oltre alle pressioni degli ambienti politici ed economici che si vedrebbero penalizzati dall’adesione all’accordo di Parigi, il ritiro degli USA è visto probabilmente da Trump come necessario per salvare la propria amministrazione in questo frangente.

I primi mesi dall’ingresso alla Casa Bianca hanno già registrato una serie di clamorosi voltafaccia rispetto alle promesse elettorali, tanto da far crollare i consensi del presidente tra la fetta di elettorato che era risultata decisiva nella vittoria di novembre, vale a dire la “working-class” degli stati industriali – o ex industriali – e di quelli dove è o era prevalente l’attività estrattiva.

L’abbandono dell’accordo di Parigi permetterebbe così a Trump di continuare a promuovere l’illusione dell’implementazione di un’agenda che favorisca l’aumento dell’occupazione, a suo dire impossibile all’interno dei vincoli internazionali sulla lotta al cambiamento climatico.

Alla luce dell’offensiva in atto contro la sua amministrazione, principalmente per la questione dei presunti rapporti con la Russia, il presidente americano potrebbe così alla fine decidere di cercare di mantenere una qualche base di appoggio nel paese, anche se a rimetterci pesantemente sarebbero le sorti dell’intero pianeta.

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