Trump: il golpe e la guerra sfiorata

di Mario Lombardo

È possibile che gli Stati Uniti siano andati vicini a lanciare un attacco militare contro la Cina nelle ultime settimane trascorse da Donald Trump alla Casa Bianca? L’ipotesi potrebbe sembrare inverosimile, ma le anticipazioni di un nuovo libro in uscita in America hanno rivelato che almeno due soggetti, con una prospettiva a dir poco privilegiata sugli eventi di Washington, ritenevano questa...
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L’11 settembre dell’Arabia Saudita

di Michele Paris

La pubblicazione da parte dell’amministrazione Biden del primo di una serie di documenti riservati sul possibile coinvolgimento dell’Arabia Saudita negli attentati dell’11 settembre 2001 è stata accolta in generale come un non evento che confermerebbe l’estraneità di Riyadh dai fatti che due decenni fa hanno inaugurato la “guerra al terrore”. In realtà, il quadro che ne esce, anche se per ora molto parziale, appare più sfumato e, in ogni caso, dell’iniziativa della Casa Bianca devono essere valutate anche le implicazioni geo-politiche, soprattutto per quel che riguarda l’evoluzione dei rapporti tra Washington e il regno wahhabita. Il documento di 16 pagine declassificato qualche giorno fa risale al 4 aprile del 2016 e...
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Il «managing director» dell’ufficio di corrispondenza di Beirut, Hassan Shaaban, una settimana fa ha anticipato che se ne andrà, dopo che il corrispondente di al Jazeera Ali Hashem e il producer Mousa Ahmad se n’erano andati. Tutti in segno di protesta per i servizi giornalistici (e le censure), sugli avvenimenti in corso «nella regione araba» e in particolare in Siria e Bahrain.

 

Secondo quanto riporta il giornale, Ali Hashem ha preso la decisione dopo che al Jazeera «ha rifiutato di mostrare foto che lui aveva scattato in Siria di fighters armati impegnati in scontri con l’esercito siriano a Wadi Khaled». L’emittente, al contrario, «lo ha ripreso come fosse uno shabeeh», ossia un membro delle temute milizie pro-Assad. Sempre Ali Hashem si era infuriato per il rifiuto opposto da al Jazeera di coprire la repressione ordinata dal re del Bahrain contro i manifestanti che chiedono (pacificamente) quello stesse riforme democratiche pretese dall’opposizone siriana.

 

Nel Bahrain, il giornale fa dire a Ali Hashem, «noi vediamo scene di gente massacrata dalla macchina repressiva del Golfo, ma per al Jazeera, l’unica parola possibile è il silenzio». Idem il producer dell’ufficio di Beirut, Mousa Ahmad, che protestava perché al Jazeera aveva «totalmente ignorato» il recente referendum promosso da Assad sulle riforme costituzionali del regime (fine del regime monopartitico del Baath e limiti di tempo ai mandati presidenziali), che pure aveva visto la partecipazione del 57% del corpo elettorale.

 

Il mito di al Jazeera, «la Bbc del Medio Oriente», era già andato in pezzi durante gli otto mesi della guerra civile libica, in cui il Qatar, con soldi, soldati e potere di fuoco mediatico, aveva combattuto sfacciatamente a fianco degli insorti anti-Gheddafi. Il giornalista Afshin Rattansi, che ha lavorato per al Jazeera, dice che «sfortunatamente» questa tv, che aveva cominciato «rivoluzionando» l’informazione nel mondo arabo, è diventata «la voce monocorde della posizione anti-Assad del governo qatariota». Rattansi rende omaggio «al coraggio di quei giornalisti che dicono: “Attenzione, non è così che noi dovremmo coprire questo tema perché lì in mezzo c’è gente di al Qaeda che si muove”. Il modo con cui al Jazeera ha coperto la storia della Siria è completamente unilaterale».

 

Un giudizio condiviso anche da Don Debar, giornalista e militante contro la guerra, anche lui un passato in al Jazeera: nelle sue prese di posizione l’emittente è stata «pesantemente» guidata dal governo del Qatar. «E’ così dall’aprile 2011, dice Debar. Il capo del bureau di Beirut se ne va e molta altra gente se ne va a causa della copertura faziosa e della mano pesante del governo qatariota nel dettare la linea editoriale sulla Libia prima e sulla Siria adesso».

 

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Fabrizio Casari
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