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Dom
25 Giugno 2017
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L’ALITALIA SOTTO A UN TRENO

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di Giovanni Cecini

Berlusconi è veramente l’uomo giusto al momento giusto. In una giornata ha risolto la crisi russo-georgiana grazie ai buoni uffici con gli amici George W. e Vladimir, ha rilanciato l’Alitalia dovendo dire tanti “no” e se avesse avuto qualche altra ora, avrebbe fermato l’uragano Gustav come novello Mosé sulle rive del Mar Rosso. Tutto vero? A dare retta ai suoi portavoce le cose stanno così o solo di poco diverse. Le vacanze sono finite, ma la patinatura delle notizie da spiaggia o da parrucchiere continuano incessanti. Mentre l’Italia pallonara si sveglia dal torpore della prima di campionato dove le grandi non hanno certo brillato, ci vuole la stampa estera per farci capire le giganti bufale, che il governo spara a ripetizione. Joseph Goebbels insegnava che qualsiasi bugia, se ripetuta continuamente, si trasforma in verità. Sulla stessa lunghezza d’onda Silvio Berlusconi da circa una settimana continua a ripetere che la crisi dell’Alitalia è ormai superata, che la cordata degli imprenditori hanno tutto in pugno e che nemmeno un centesimo pubblico verrà speso per l’operazioni di risanamento. Sarà, di nuovo, tutto vero? Secondo il Frankfurter Allgemeine Zeitung, noto giornale “bolscevico” tedesco, non sarebbe proprio così, se accusa il Cavaliere di sfacciataggine. Il suo piano non solo è etichettabile come smaccatamente statalista, ma anche beffardo di tutte le normali e logiche regole del mercato. In marzo venne fatto decadere il piano Spinetta, perché i 2.100 esuberi erano troppi, perché il progetto sottoponeva l’italianità della compagnia a una struttura multinazionale come quella Air France-Klm, perché le tratte dalla Penisola sarebbero state dirottate chissà dove tra Parigi e Amsterdam.

Tutte queste affermazioni forse avevano qualcosa di vero, ma dopo anni di malagestione, pur di salvare Alitalia, su qualcosa si poteva pure soprassedere. Di fronte al colabrodo della Magliana, il desiderio di mantenere due Hub e un management nazionale incapace sembrava la ripetizione del giapponese intento nella difesa solitaria dell’atollo del Pacifico a guerra finita.

Per carità, Parigi non faceva regali a nessuno, faceva semplicemente “impresa”. Di fronte a un’azienda malata e sull’orlo del fallimento, i francesi pagavano quel che valevano le sue quote, ma in parallelo le fornivano il sufficiente ossigeno (2 miliardi di euro, di cui la metà per accollarsi l’indebitamento) per sopravvivere e chissà per ritornare ad avere un ruolo, magari subordinato, ma di sicuro senza che i contribuenti italiani dovessero ancora finanziare in via coatta ogni volta azioni di salvataggio disperato. Spinetta con sciovinismo gallico prevedeva per il 2010 il risanamento, Berlusconi con spavalderia brianzola rifiutò, adducendo di avere lui la soluzione a tutti i mali, compresa la possibilità di far entrare i suoi figli del prodigioso piano italico di rilancio.

Questo era il passato, sono passati 5 mesi, il problema sembra risolto e il premier soddisfatto ne snocciola i risultati: gli esuberi non sarebbero meno di 5.000 (7.000 se si considerano anche quelli di AirOne); la parte sana della società, ridimensionata e avviata a un traffico prevalentemente domestico e in competizione con Ferrovie dello Stato e Ryanair, andrà alla cordata dei vari manager che di tutto s’intendono, tranne che di aerei; la parte malata con debiti e problemi a carico dei contribuenti e coordinata da un amministratore che, chiamandosi Fantozzi, non sembra ricevere onori e glorie. Berlusconi ne è più che soddisfatto e non può che complimentarsi con Passera, boss di Intesa Sanpaolo, e deus ex machina di questa grande operazione.

Poteva andare peggio? Probabilmente no, se si considera che per il futuro è in progetto una partnership con nientepopodimenoche Air France, British Airways o Lufthansa, visto che l’italianissima cordata ha nei suoi interessi fare soldi, rivendendo da qui a 2/3 anni il tutto, non potendosi lanciare in piani industriali di lungo periodo nella giungla della concorrenza aerea, di cui è nella sostanza incompetente. Come si dice in questi casi, la frittata è fatta, con il condimento di leggi ad hoc protezioniste e anticomunitarie. Salata o sciapa che sia, toccherà mangiarla ora ai sindacati, che correi di aver contribuito a chiudere la porta ai francesi a marzo, oggi vengono minacciati da Berlusconi che in caso di diniego, sarebbero gli unici responsabili del commissariamento e del relativo fallimento della compagnia di bandiera italiana.

Il Cavaliere ha sentenziato l’ultima delle sue verità: “Questa è l’unica operazione che si può fare”. In fondo a fronte di 20.000 lavoratori a rischio licenziamento, i “soli” 7.000 senza lavoro possono - a detta sua - essere riciclati nel pubblico impiego. Dopo anni di lavoro in Alitalia, riusciranno a resistere alle frustate di Brunetta in scuole, ministeri e uffici statali?

 

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