Un Piano Marshall zoppicante

di Carlo Musilli

Lo chiamano “nuovo Piano Marshall”, ma il paragone non regge, almeno per ora. Fra il 1948 e il 1952 gli Stati Uniti versarono nelle economie europee 13 miliardi di dollari fra prestiti a fondo perduto, macchinari e derrate agricole. Oggi, invece, l’Europa non riesce a mettersi d’accordo su come prestare soldi a se stessa. E parliamo di crediti a tassi molto ridotti, non certo a fondo...
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Ultras

di Sara Michelucci

Un film duro, spietato, che racconta un'amicizia in un contesto violento e difficile. Ultras, firmato dal regista esordiente Francesco Lettieri, sceglie Napoli per raccontare la storia di Sandro. A quasi cinquant'anni è ancora il capo degli Apache, il gruppo di ultras con cui ha passato tutta la vita allo stadio: una vita di violenza,...
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di Rosa Ana De Santis 

Le ultime mosse del governo Berlusconi non si sono contraddistinte per correttezza, in perfetta continuità con il passato. Il tentativo, smascherato presto insieme a molti altri, è stato quello di cambiare le carte in tavola con la legge 40, introducendo nottetempo le ultime linee guida per impedire la diagnosi-preimpianto sull’embrione. Nei convulsi momenti di agonia dell’Esecutivo, al sottosegretario Roccella non deve esser sembrato vero di poterci inchiodare tutti al suo fanatismo, in aperta sfida peraltro, questo il dato più grave, con l’ultimo parere espresso dalla Corte Costituzionale che bocciava la legge in moltissimi suoi punti di applicabilità.

La forzatura del governo è stata accompagnata, come di consueto, dalle parole di Benedetto XVI sulla dignità assoluta di ogni forma di vita umana, partendo da quella elementare e ancora non compiuta dell’embrione. Se le parole del Pontefice non stupiscono e sono assolutamente coerenti con la dottrina cattolica, il colpo di mano sulla legge 40 chiude alle aperture che l’ombra di incostituzionalità sull’impianto della norma aveva acceso.

La Chiesa, persino in nome della ricerca scientifica e dei benefici di quella medica, non può ammettere che una vita umana sia sacrificata in nome di un’altra. E’ evidente che questo assunto ne contiene un altro, primo e fondamentale, ovvero che ci sia un’eguaglianza di specie assoluta tra l’embrione e un bambino. Un dogma che spiega l’equazione cattolica tra l’aborto e un omicidio e che sfida ogni osservazione ed evidenza empirica di buon senso. L’anima e la sostanza inviolabile di ogni forma di vita umana, viene prima di qualsiasi interpretazione, anche altruista e benevolente, sull’utilità e il ragionamento dei costi e dei benefici.

Interessante però che questo comandamento assoluto e imprescindibile cada del tutto quando c’è di mezzo la categoria del martirio. La madre che non si cura e sacrifica la propria vita per far nascere un bambino è considerata santa e martire, eppure è una persona che ha scelto di rifiutare la propria sacralità di vita impegnandola in una causa che considera più importante e nobile della propria stessa sopravvivenza. Una questione di scelta che merita tutto il rispetto che deve esser riservato all’autodeterminazione e all’autonomia di giudizio. Per la Chiesa però è solo il martirio che autorizza la negazione consapevole e volontaristica della propria esistenza, a quanto pare. E’ l’unica lettura possibile e ammissibile, purtroppo, che sembra esser riservata al principio del libero arbitrio.

Perché tutto questo non vale più quando la causa cui si sacrifica la vita umana ab origine è la scienza e i suoi progressi. Forse perché lo sviluppo della tecnica rappresenta un orizzonte di autonomia della ragione umana che spaventa, come sempre è stato, il potere delle religioni e dei loro apparati terreni.

La Chiesa dirà che la differenza tra la soppressione di embrioni e la madre suicida è l’assenza, per i primi, di volontà e consapevolezza. Se gli embrioni sapessero a cosa serve il loro martirio lo accetterebbero? L’assurdità dell’interrogativo trova una sua risposta, proprio nella scienza. L’embrione non può scegliere perché non ha una struttura fisica e psico-emotiva che lo renda abile alla scelta, l’embrione non è un bambino mandato al martirio, l’embrione non può comportarsi come una persona umana. Forse perché non lo è o non lo è ancora? Del resto di fronte ad un bambino già nato, persona compiuta, fintanto che non è autonomo, non sono i suoi genitori a decidere per lui?

E’ qui che scatta l’autorità e il diritto di chi lo genera a decidere al suo posto con la certezza che l’embrione, a differenza di quel bambino, non è dotato di ciò che lo rende capace di percepire la vita e la morte, il dolore e il piacere. Non è mancanza di pietà, ma assenza di ciò che la rende possibile. Se non si comprende che la produzione di embrione a fini medici o la diagnosi pre impianto salveranno bambini da malattie oggi incurabili o da anomalie genetiche invalidanti e spesso mortali, questi, certamente persone che percepiscono la vita e il dolore,  continueranno, con tutta l’anima che la fede cattolica gli riconosce a pagare il prezzo più grande.

Quello di una dottrina che ancora oggi, dopo secoli di concili e di riconciliazioni con la scienza, pretende di sfidare l’evidenza dell’osservazione per salvare la croce. Quella che la scienza vuole togliere e che la fede ha bisogno di conservare. Quasi sempre per chiedere ad una donna il martirio di sacrificarsi per un figlio e per non riconoscerle mai il diritto di conoscere l’identità genetica di un embrione per avere un figlio sano o per fare in modo che altre donne, grazie al progresso della scienza e alla disponibilità di embrioni, abbiano lo stesso diritto.

Se l’inno cattolico alla vita si trasforma in uno strano privilegio degli embrioni a danno di bambini che continueranno a non avere il diritto alla salute e in una mortificazione alla scelta e all’autonomia delle persone, la fede diventa una faticosa contrarietà al buon senso e alla pietas. Come se la fede per stare in piedi avesse un disperato bisogno del dolore e della dannazione terrena. Uno strano modo di rispettare le meraviglie della creazione e uno svilimento del sacro, che si riduce così o a martirio o a miracolo, che toglie dignità alla natura umana, proprio quando vorrebbe salvaguardarla o, come suggerisce la scrittura, benedirla.

 

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