Giappone: Abe e la vittoria a metà

di Michele Paris

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UE-Turchia, la guerra del gas

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di Carlo Musilli

“Le persone prima dei profitti”. Dietro a uno striscione con questa frase sabato scorso migliaia di persone hanno sfilato a Roma per manifestare contro il Ttip. L’acronimo inglese sta per “Transatlantic trade and investment partnership”, il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti che da tre anni è al centro di un negoziato in larga parte segreto fra Unione europea e Stati Uniti.

L’accordo “calpesta i diritti dei lavoratori e mette a rischio la qualità dei prodotti - ha detto durante la manifestazione Susanna Camusso, numero uno della Cgil – e se non si arriverà alla firma sarà una vittoria”. Il ministro delle politiche agricole, Maurizio Martina, ha risposto che “l’Italia non rinuncerà mai ai suoi standard di sicurezza alimentare per fare un accordo commerciale”.

Le rassicurazioni e la cautela del governo italiano, fin qui favorevole al trattato tanto voluto da Barack Obama, arrivano dopo la netta marcia indietro della Francia: “Allo stato attuale del confronto - ha detto la settimana scorsa il presidente François Hollande - diciamo no all’intesa, perché non siamo per un sistema di libero scambio senza regole. Non accetteremo mai che vengano messi in discussione i principi essenziali della nostra agricoltura e della nostra cultura. E che non ci sia una totale reciprocità nell’accesso agli appalti pubblici”. Con queste parole il capo dell’Eliseo spera evidentemente di acquisire consenso in vista delle presidenziali di maggio 2017.

E come in Francia, anche in Germania l’anno prossimo sarà importante dal punto di vista elettorale. Non a caso, benché Angela Merkel sia ufficialmente favorevole al Ttip, nei giorni scorsi il leader socialdemocratico Sigmar Gabriel - numero due del Governo e ministro dell’Economia - ha detto che “se gli Stati Uniti non vogliono aprire davvero il loro mercato, noi non abbiamo alcun bisogno di questo accordo commerciale”. Lo scorso ottobre, a Berlino, contro il Ttip scesero in piazza ben 250mila persone.

Quanto agli Stati Uniti, Donald Trump, a un passo dalla nomination repubblicana per la Casa Bianca, ha già dichiarato tutta la sua ostilità per il progetto di accordo transatlantico e perfino la sua omologa sul versante democratico, Hillary Clinton, sembra meno convinta che in passato.

Insomma, il clima internazionale intorno al Ttip è cambiato. Nato per favorire gli affari delle multinazionali (soprattutto americane), il trattato si sta trasformando a poco a poco in uno strumento di politica interna, uno spauracchio contro cui agitare il vessillo del protezionismo per stimolare l’orgoglio e l’approvazione degli elettori. Proprio per evitare il rischio di questa metamorfosi, l’amministrazione Obama avrebbe voluto chiudere il negoziato entro il 2015, ma le trattative si sono allungate e a questo punto una chiusura in tempi brevi sembra davvero improbabile.

Del resto, l’impopolarità del Ttip non fa che aumentare con il passare del tempo. Le critiche contro il trattato che dovrebbe creare l’area di libero scambio più grande del pianeta (oltre 800 milioni di persone coinvolte) sono diverse. La polemica più nota è quella contro la clausola Isds (Investor-State Dispute Settlement), che consentirebbe alle multinazionali di fare causa ai singoli Paesi davanti a una corte arbitrale per contrastare le leggi (comprese quelle in materia sanitaria o ambientale) potenzialmente dannose per i loro profitti. Nel 2010 e nel 2011, ad esempio, Philip Morris ha portato in tribunale l’Uruguay e l’Australia per le loro campagne anti-fumo, mentre nel 2009 il gruppo svedese Vattenfall ha intentato una causa da 1,4 miliardi di euro contro il governo tedesco per la sua decisione di abbandonare l’energia nucleare.

Secondo i critici, inoltre, il Ttip metterebbe a rischio servizi pubblici e welfare, favorendone la privatizzazione, e affosserebbe le piccole e medie imprese, che si ritroverebbero disarmate di fronte alla concorrenza delle multinazionali. Dal punto di vista dei consumatori, invece, il pericolo è legato al fatto che negli Usa per una serie di prodotti non vale il principio di precauzione che vige in Europa a tutela della salute dell’ambiente, ovvero in America la valutazione dei rischi non avviene prima dell’immissione sul mercato. Questo potrebbe avere conseguenze sulla diffusione nell’Ue di Ogm, carne trattata con ormoni, pesticidi e altro ancora.

All’inizio di maggio Greenpeace Olanda ha pubblicato 240 pagine di documenti segreti interni al negoziato che dimostrano proprio quanto sia agguerrita la battaglia degli Usa contro il principio di precauzione europeo.

L’obiettivo è consentire la vendita nei Paesi Ue di quei prodotti americani che non rispettano le norme europee in tema di salute, ambiente e protezione dei consumatori. In particolare, per convincere Bruxelles ad allentare le maglie sull’importazione di prodotti agricoli e alimentari made in Usa, Washington avrebbe minacciato di bloccare le facilitazioni sulle esportazioni per l’industria automobilistica europea.

Altri punti di dissidio riguardano il mercato dei cosmetici (gli americani fanno pressing contro le norme europee che vietano la sperimentazione sugli animali), le regole di standardizzazione tecnica, dei servizi finanziari e degli appalti pubblici.

È evidente perciò che gli interessi al centro del negoziato sul Ttip sono esclusivamente quelli delle grandi aziende, in particolare statunitensi, che puntano a migliorare il fatturato aggirando le regole soprattutto in materia ambientale e sanitaria. Il nuovo clima di ripensamento sui termini dell’accordo è legato essenzialmente a ragioni elettorali dei singoli Paesi e fin qui ha permesso di rinviare la firma, ma purtroppo questo non significa che il progetto sarà abbandonato. Come in tutti i balletti che si rispettino, ogni momento è buono per una nuova piroetta.

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Fabrizio Casari
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